Solesmes - In una Chiesa che da decenni continua a portare le ferite della contrapposizione liturgica seguita al Concilio Vaticano II, Dom Geoffroy Kemlin, padre abate di Solesmes, interviene con una proposta che intende rimettere al centro l’unità ecclesiale. 

In una lettera inviata a Papa Leone XIV, il religioso affronta uno dei nodi più sensibili della vita cattolica contemporanea: il rapporto fra il messale riformato di Paolo VI e il Vetus Ordo, ancora oggi punto di riferimento per molte comunità legate alla tradizione liturgica latina. L’intervista che segue nasce da questa iniziativa e ne ricostruisce motivazioni, contenuti e prospettive. Kemlin parla a partire da una esperienza concreta, maturata all’interno della Congregazione di Solesmes, dove convivono monasteri che celebrano secondo i due usi del rito romano. Il suo ragionamento tocca questioni teologiche, pastorali e disciplinari, senza eludere il confronto con Traditionis custodes e con il precedente tracciato da Benedetto XVI.  Ne emerge il tentativo di indicare una via che, nelle intenzioni dell’abate, possa aiutare la Chiesa a uscire da una contrapposizione divenuta nel tempo motivo di sofferenza e divisione.

L’antagonismo tra i cattolici legati al rito antico in latino e i sostenitori del nuovo messale del Vaticano II risale all’inizio degli anni Settanta... Perché ha scritto al Papa proprio adesso?
Ho avuto l’opportunità di concelebrare con Papa Leone a Sant’Anselmo, l’abbazia dei benedettini a Roma, nel mese di novembre. Il Padre Abate Primate aveva invitato il Santo Padre per il 125° anniversario della dedicazione della chiesa. E lui ha accettato! Al termine della Santa Messa, sono stato presentato al Papa in qualità di padre abate di Solesmes. Egli ha allora esclamato: “Ah!! Solesmes!!”, mostrando di conoscerci. Ho subito avuto il desiderio di scrivergli per condividere con lui alcune cose che mi stavano a cuore da molto tempo, sulla situazione liturgica in Francia e nella Chiesa universale.

Perché la questione dell’unità liturgica la tocca così profondamente?
Nella nostra Congregazione di Solesmes abbiamo monasteri che celebrano secondo i due riti: l’antico e il nuovo. Ho vissuto personalmente questa realtà nel mio percorso… Sono entrato nell’abbazia di Fontgombault all’età di 20 anni, dove si celebra secondo l’antico messale di san Pio V, prima di arrivare a Solesmes, dove i monaci celebrano la Messa (in latino) secondo la riforma del Vaticano II. Ho vissuto questa questione in modo molto personale, molto intimo. Allora, quando vedo divisioni su questo tema, ne soffro! La liturgia è fatta per far crescere l’unità nella Chiesa, non per dividerci! Per questo ho voluto condividere con il Santo Padre, modestamente, una proposta per cercare di andare avanti su questo tema…

In questa lettera lei scrive: “È giunta l’ora di operare per un vero ritorno all’unità”. Pensa che i disaccordi siano andati troppo oltre?
Ogni antagonismo nella Chiesa ci fa soffrire. Noi siamo membra del Corpo di Cristo. È la nostra testimonianza mostrare al mondo che siamo uniti. Tuttavia, questa unità non è uniformità! Papa Francesco lo ha sottolineato molto.

Concretamente, la sua proposta consisterebbe nel ritoccare l’Ordo Missae di Paolo VI, cioè l’ordinario della Messa che comprende l’insieme delle preghiere e delle parti invariabili del rito romano. Perché?
Credo che ciascuna delle sensibilità cattoliche debba accettare di fare un passo verso l’altra. Si potrebbero così ridurre le divisioni e ritrovare quell’unità così importante. Quello che propongo è un cammino inclusivo: inserire il Vetus Ordonell’attuale messale romano. Questo permetterebbe di integrare in una sola le diverse modalità di celebrazione…

Quali punti precisi della Messa potrebbero essere modificati?
Il sacerdote potrebbe semplicemente scegliere di integrare elementi dell’antico messale che non figurano più in quello di Paolo VI. Penso, per esempio, alle preghiere ai piedi dell’altare, o all’antico offertorio che è stato riformato.

Questo non rischia di aggiungere ulteriore confusione per i fedeli?
Ci sarà certamente un quadro da definire. La liturgia appartiene alla Chiesa, quindi spetta alla Santa Sede decidere in merito. Credo tuttavia che questa soluzione sia possibile, perché la riforma liturgica ha conservato molti elementi comuni con l’antico messale. Si aggiungerebbero semplicemente alcune possibilità.

L’antico messale di san Pio V, al quale le comunità tradizionali sono rimaste legate, verrebbe quindi anch’esso un po’ modificato?
Effettivamente. Se il Vetus ordo fosse inserito nell’attuale messale, ciò aprirebbe nuove possibilità. Per esempio: celebrare la Messa secondo l’antico rito ma nella lingua del Paese e non più soltanto in latino. Ciò permetterebbe anche al sacerdote di utilizzare le nuove preghiere eucaristiche e i nuovi prefazi. Infine, penso al ciclo delle letture: l’attuale lezionario voluto dal Vaticano II è molto più ricco di quello antico. Vi sarebbe un vero apporto biblico per i fedeli. Tutto questo verrebbe a fecondare il Vetus ordo.

Quali sono i vantaggi di questo scenario per il “quotidiano” della Chiesa e dei cattolici?
Questa proposta accoglie ampiamente le aspirazioni legittime dei fedeli e dei sacerdoti, senza diminuire in nulla l’autorità né del Papa né dei vescovi. Permetterebbe così di rispettare le prerogative di ciascuno. Non vedo in che modo potrebbero permanere tensioni, poiché ciascuno celebrerebbe secondo la propria sensibilità facendo però ciò che la Chiesa chiede. Inoltre, anche il calendario liturgico verrebbe unificato.

La sua proposta affonda le radici in un humus particolare: quello della Congregazione di Solesmes. In che modo l’eredità di Dom Guéranger l’ha guidata?
Dom Guéranger ha operato per il ritorno delle diocesi di Francia al messale romano, e dunque per l’unità liturgica. È ponendomi sulle sue orme che ho scritto al Santo Padre. Inoltre, a Solesmes, abbiamo attuato la riforma del Vaticano II in modo radicato nella tradizione, conservando il latino e il canto gregoriano. Si può attuare la riforma liturgica senza che essa sia intesa come una rottura, ma al contrario come una continuità.

Quali differenze ci sono, in definitiva, rispetto al Motu proprio di Benedetto XVI che aveva ampliato le possibilità di celebrare secondo l’antico messale?
L’obiettivo di Benedetto XVI era mostrare l’importanza dell’antica liturgia per la Chiesa: è un’eredità sacra che non deve essere abbandonata. Ma il Motu proprio del 2007 utilizzava l’uso dell’antico messale accanto al nuovo, cosa che non riduceva le differenze. Al contrario, qui vi sarebbe un solo messale per un solo gruppo di fedeli.

La sua idea non va contro Traditionis custodes, il Motu proprio promulgato da Papa Francesco nel 2021?
No, non lo credo. L’obiettivo di Papa Francesco, attraverso questo testo, era precisamente quello di porre fine alle divisioni. La situazione lo faceva visibilmente soffrire. Questa proposta, al contrario, potrebbe permetterci di raggiungere l’unità che tutti desiderano, accogliendo al tempo stesso la diversità della Chiesa.

Pensa che i giovani cattolici, oggi, guardino in modo diverso a questa “querelle liturgica”? La generazione dei 18-35 anni e i nuovi battezzati, per esempio, sembrano molto più disinvolti sull’argomento…
Sì, certamente! Si vede oggi come passino facilmente da un rito all’altro, senza difficoltà nell’accogliersi reciprocamente. La maggior parte prega con la stessa facilità a Paray-le-Monial, a Taizé o al Pellegrinaggio di Chartres. È un bell’esempio che ci viene dato per ammorbidire i nostri cuori. Aggiungo che, all’interno della Congregazione di Solesmes, viviamo già questa diversità liturgica. Essa è vissuta nella pace e nell’unità. Quando i padri abati di Fontgombault o di Triors vengono a Solesmes, celebrano secondo il messale del Vaticano II. E viceversa… quando io vado da loro, celebro la Messa secondo l’antico rito. Questa unità esiste già in germe nella nostra congregazione. Dobbiamo condividere questa grazia perché diventi una grazia per tutta la Chiesa.

Che cosa si aspetta ora dalla Chiesa, dal Dicastero per il Culto Divino o dai vescovi?
La mia lettera al Papa è evidentemente soltanto un suggerimento. Avverto bene che deve ancora essere affinata e precisata. Spero che i vescovi continuino a riflettere su questo tema e facciano essi stessi delle proposte perché la Chiesa ritrovi l’unità tanto desiderata…



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