Il potere che non sopporta di essere giudicato finisce sempre per giudicare se stesso. Donald Trump non lo sa, ma nell'attacco scomposto e volgare rivolto a Papa Leone XIV nelle ultime ore ha scritto, involontariamente, il proprio ritratto più fedele: quello di un uomo che confonde la forza con l'autorità, il consenso con la legittimità, il silenzio altrui con la resa. Le sue parole - pubblicate sul suo canale social come proclami di un tribuno di strada - non meriterebbero risposta se non rappresentassero un sintomo inquietante di qualcosa di più vasto e pericoloso: la tendenza di certa politica populista a trattare ogni istituzione morale come un ostacolo da abbattere, ogni voce critica come un nemico da delegittimare, ogni autorità spirituale come uno strumento da piegare ai propri fini elettorali.

Eppure Trump non è solo. Dietro di lui - e attorno a lui, ben oltre i confini americani - si muove una platea di sostenitori che ha fatto propri i suoi stessi metodi: l'affermazione temeraria, la calunnia strumentale, la menzogna ripetuta fino a sembrare verità. Lo vediamo ogni giorno sui social network, arena in cui la violenza verbale non costa nulla e la verità è sempre negoziabile. Si colpisce, si diffama, si distorce - e quando qualcuno indica l'errore, il post sparisce nel silenzio, senza ritiro, senza scuse, come se non fosse mai esistito. È la grammatica del populismo digitale: l'arroganza nell'attacco, la vigliaccheria nella ritirata. Ciò che rende tutto questo non soltanto deprecabile ma pericoloso è che Trump non è un anonimo provocatore di quartiere. È il presidente degli Stati Uniti d'America. E quando l'uomo più potente del mondo adotta il registro del bullo, non lo fa nel vuoto: lo legittima, lo normalizza, lo trasforma in modello. I suoi seguaci - ovunque essi siano, in America o altrove - non lo imitano nonostante la sua posizione. Lo imitano grazie ad essa. Trump accusa Leone XIV di essere "debole sul crimine", di non capire la "grandezza" dell'America, di fare il gioco della sinistra radicale. Lo ammonisce a "rimettersi in riga". Arriva persino ad attribuirsi il merito della sua elezione, affermando che senza di lui "Leone non sarebbe in Vaticano". Si tratta di affermazioni non solo false, ma radicalmente estranee a qualunque comprensione - anche minima - di cosa sia la Chiesa Cattolica, della sua natura, della sua missione, del suo mistero.

Una giornalista ha chiesto al Presidente U.S.A. come mai ha attaccato il Papa e lui ha risposto così.



Come scrisse Romano Guardini in Il potere (1951), riflessione che rimane di bruciante attualità: "Il potere non è di per sé malvagio, ma diventa distruttivo quando si considera assoluto e non accetta di essere giudicato da nessuna istanza superiore a se stesso." È esattamente questo che accade quando un capo di Stato si arroga il diritto di giudicare il Vicario di Cristo e di intimargli come comportarsi. Il presidente della Conferenza Episcopale statunitense ha risposto con parole misurate ma inequivocabili: «Sono rattristato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così offensive sul Santo Padre. Papa Leone non è il suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime». C'è da chiedersi quando J.D. Vance farà una dichiarazione in difesa del Pontefice, considerato il suo amore per "i valori cattolici" fa cui, certamente, c'è anche il Papa. 

Ciò che Trump ha fatto non è semplicemente una critica politica, un disaccordo su questioni di dottrina o di politica estera. È un tentativo di umiliare pubblicamente il capo di una delle istituzioni spirituali più antiche e radicate della civiltà umana, usando il linguaggio dei bulli - sprezzante, falsificatorio, arrogante - per affermare che nessuna voce morale ha il diritto di esistere al di fuori del suo controllo. Non è la prima volta che il potere politico tenta di ridurre al silenzio la Chiesa. Lo fece Enrico VIII, lo fecero i giacobini, lo fece Bismarck con il Kulturkampf, lo fecero i totalitarismi del Novecento. Ma quegli episodi avvenivano all'interno di conflitti storici complessi, in epoche in cui le strutture del diritto internazionale non esistevano o erano embrionali. Oggi, nel 2025, un presidente democraticamente eletto insulta il Papa su un social network perché quest'ultimo ha osato ricordargli che esistono valori - la pace, la dignità umana, la cura dei poveri - che non si misurano in punti di borsa né in statistiche sulla criminalità.

È necessario chiamare le cose con il loro nome: questo è un atto di prepotenza istituzionale che la stampa libera, la diplomazia e la politica - di ogni colore - hanno il dovere di condannare senza ambiguità. Il silenzio o la minimizzazione sarebbero complici. C'è poi una nota che rivela il livello profondo di questa vicenda. Trump denuncia Leone per i suoi incontri con "simpatizzanti di Obama come David Axelrod", lo accusa di non essere stato nemmeno in lista per diventare Papa, di essere stato scelto unicamente per gestire i rapporti con la Casa Bianca. Questo modo di ragionare - per cui ogni cosa nel mondo deve avere come centro di riferimento Donald Trump - non è soltanto narcisismo clinico. È la struttura mentale del despota, di chi non riesce a concepire un'autorità che non gli sia subordinata, un'istituzione che esista per ragioni proprie e non in funzione di lui. Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, osservò che una delle caratteristiche del pensiero totalitario è la negazione di qualunque realtà che non sia funzionale al sistema di dominio: "Il totalitario non discute: cancella. Non confuta: distrugge." Trump non arriva - almeno per ora - alla distruzione fisica. Ma la distruzione simbolica, la delegittimazione pubblica, la riduzione dell'avversario a fantoccio manovrato da nemici: questi sono i suoi strumenti, e li usa con la stessa noncuranza con cui si scaglia contro un giornalista scomodo o un giudice federale.

A distanza di qualche ora è arrivata un'immagine che ha superato persino quella - già inquietante - in cui Trump era ritratto in abiti pontificali. Questa volta l'analogia scelta è quella con Gesù Cristo. Non è una provocazione estemporanea: è coerente con una narrativa che viene coltivata e alimentata dalla sua stessa cerchia. Paula White, consigliera spirituale della Casa Bianca, predica da anni che Trump sia un unto del Signore, una figura cristologica inviata sulla terra per compiere una missione divina. 

Leone XIV, intanto, non si volta. Mentre infuria la polemica, il Papa è partito per il suo terzo viaggio apostolico - il più lungo dall'inizio del pontificato - e le sue priorità dichiarano, meglio di qualunque smentita, quanto poco lo sfiorino le invettive di Washington. I giornalisti tenteranno certamente di trascinarlo nella disputa durante la conferenza stampa di ritorno dalla Guinea Equatoriale, è il loro metodo, e sarebbe ingenuo aspettarsi altrimenti. Ma Leone non scenderà su quel terreno. Non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha scelto un registro che Trump non conosce e non sa leggere: quello della misura, della distanza sovrana, della compostezza che pesa più di qualunque replica. È l'atteggiamento di chi sa che la forza morale non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Anzi: più il potere urla, più quella voce silenziosa diventa insopportabile. Non rispondere non è debolezza, è la forma più alta di autorità. E forse è proprio questo, più di ogni dottrina, che Trump non riesce a tollerare. Come scrisse Bernanos ne Il diario di un curato di campagna: "La grazia è ovunque." E la grazia, per sua natura, non si difende dai clamori del potere, li attraversa.

Ma questo silenzio non può essere quello della stampa, della diplomazia, della società civile. Il silenzio di fronte all'ingiustizia non è prudenza: è complicità. L'attacco di Trump a Leone XIV non riguarda solo la Chiesa Cattolica. Riguarda chiunque creda che esista qualcosa al di sopra della logica del profitto, della forza e del consenso elettorale. Riguarda chiunque pensi che i poveri, i migranti, i condannati a morte, i popoli in guerra abbiano diritto a una voce che li rappresenti. Riguarda chiunque ritenga che la politica debba essere giudicata da criteri etici e non soltanto da criteri di potenza. In questo senso, aggredire il Papa è aggredire un principio. E la difesa di quel principio è un dovere che trascende le confessioni religiose, le appartenenze politiche, le nazionalità.

L.V.
Silere non possum

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