Città del Vaticano - Questa mattina, venerdì 10 aprile 2026, nel Palazzo Apostolico Vaticano, Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri del Sinodo della Chiesa di Baghdad dei Caldei, convenuti a Roma per un passaggio decisivo nella vita della loro Chiesa: l’elezione del nuovo Patriarca. Il Papa ha collocato questo incontro dentro un orizzonte insieme spirituale ed ecclesiale, definendo il Sinodo un tempo di “prezioso discernimento” e salutando non soltanto i vescovi presenti, ma anche sacerdoti, religiosi, seminaristi e fedeli della Chiesa caldea, sia nei territori d’origine sia nella diaspora sparsa nel mondo.
Nel suo discorso, Leone XIV ha richiamato anzitutto la grandezza storica della tradizione caldea. Ha ricordato le radici apostoliche di questa Chiesa, la sua capacità missionaria, la fecondità di una presenza cristiana che seppe portare il Vangelo ben oltre i confini dell’Impero romano, fino all’India e alla Cina. A questa memoria gloriosa ha accostato però il peso delle ferite: guerre, persecuzioni, tribolazioni, dispersione dei fedeli. Il Papa ha letto proprio queste sofferenze alla luce della Pasqua, spiegando che le cicatrici della storia possono diventare, nel Signore risorto, segni di speranza e di vita nuova.
© Vatican MediaIl centro del discorso è stato però il momento che il Sinodo sta vivendo. Leone XIV ha parlato di una fase delicata, complessa, attraversata anche da tensioni, e ha chiesto ai vescovi di lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, senza cercare ciò che appare più conveniente secondo logiche mondane. Il Papa ha così delineato con precisione il profilo del futuro Patriarca: anzitutto un padre nella fede, un uomo capace di custodire la comunione e di rafforzarla. In questo contesto ha ricordato che “l’autorità nella Chiesa è sempre servizio e mai egemonia”.
Leone XIV ha insistito su un modello di guida ecclesiale lontano da ogni protagonismo. Ha chiesto che il nuovo Patriarca sia un “uomo delle Beatitudini”, formato a una santità quotidiana fatta di onestà, misericordia e purezza di cuore, radicato nella preghiera, vicino alla gente, capace di ascoltare e accompagnare. Nelle parole del Pontefice non c’è spazio per figure appariscenti o distaccate: Prevost ha indicato un pastore concreto, saldo nella fede, capace di portare il peso delle difficoltà con realismo e speranza, e di lavorare in sintonia con i fratelli vescovi e in piena coesione con il Successore di Pietro.
Un altro passaggio rilevante riguarda la vita interna della Chiesa caldea. Leone XIV ha riconosciuto i contributi offerti dai diversi Patriarchi e ha citato anche il cardinale Louis Raphaël Sako, richiamando gli sforzi da lui compiuti. Subito dopo ha parlato di un tempo di rinnovamento spirituale, da vivere però nella fedeltà alle tradizioni proprie di questa Chiesa. Il riferimento al patrimonio liturgico e spirituale orientale è stato esplicito, così come l’invito a custodirlo con serietà. Non meno significativa è stata la parte finale del discorso, nella quale il Papa ha chiesto attenzione e trasparenza nell’amministrazione dei beni, sobrietà nell’uso dei mass-media e prudenza nelle dichiarazioni pubbliche, perché ogni gesto e ogni parola concorrano a edificare la comunione ecclesiale.
Il Papa ha poi allargato lo sguardo alla condizione dei cristiani in Medio Oriente. Ha chiesto ai vescovi di sostenere i presbiteri, accompagnare i consacrati, rafforzare i laici e incoraggiarli a restare nei loro territori, spiegando che la presenza cristiana in quelle terre riguarda tutta la Chiesa. Il passaggio più politico e pastorale insieme è arrivato quando Leone XIV ha domandato che i cristiani dell’area siano rispettati concretamente, con vera libertà religiosa e piena cittadinanza, senza essere trattati come ospiti o come “cittadini di seconda classe”.
Da qui l’ultima parte del discorso, attraversata da un linguaggio molto duro sulla guerra. Leone XIV ha parlato di violenze assurde e disumane, di luoghi sacri profanati dalla guerra e dalla brutalità degli interessi economici, e ha ribadito che nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. L’appello è stato inequivocabile: “Dio non benedice alcun conflitto”. Ai vescovi caldei il Papa ha chiesto di essere operatori instancabili di pace e di ricordare al mondo che non saranno le azioni militari a costruire la libertà o la pace, ma soltanto il paziente lavoro della convivenza e del dialogo tra i popoli.
s.F.A.
Silere non possum