Città del Vaticano - «L’ordine pubblico non concerne, dunque, solo la doverosa lotta alla criminalità o la prevenzione di dannosi tumulti; chiede anche un impegno tenace contro quelle forme di violenza, falsità e volgarità che feriscono l’organismo sociale». Con queste parole Papa Leone XIV ha accolto questa mattina, nella Sala Clementina, i prefetti della Repubblica Italiana, richiamando il senso “integrale” del loro servizio: sicurezza e legalità, ma anche custodia della convivenza civile e del patrimonio morale del Paese.

Chi sono i prefetti? 

Nel sistema istituzionale italiano, il prefetto è un organo monocratico dello Stato: rappresenta il governo nelle province e nelle città metropolitane ed è a capo della prefettura - Ufficio Territoriale del Governo, dipendendo dal Ministero dell’Interno. In materia di ordine e sicurezza pubblica ha una responsabilità generale nella provincia e coordina le forze disponibili, presiedendo anche gli organismi consultivi previsti per queste funzioni. Accanto a questo, la prefettura assicura il coordinamento dell’attività amministrativa degli uffici periferici dello Stato e la collaborazione con gli enti locali, con compiti che includono anche la gestione delle emergenze e della protezione civile.

Leone XIV: «Coloro che comandano stanno a servizio di quanti ne sembrano comandati»

Il Papa ha scelto un riferimento identitario per parlare ai prefetti: Sant’Ambrogio, loro patrono, ricordato come figura capace di tenere insieme dimensione pubblica e responsabilità morale. Leone XIV ha rievocato anche la radice storica di alcuni termini e titoli dell’età tardo-antica, quando “diocesi” indicava tanto una circoscrizione civile quanto la comunità cristiana, e ha usato questa parentela per leggere la missione prefettizia come servizio al popolo. La chiave politica e civile dell’intervento ruota attorno al bene comune. In un tempo “segnato da conflitti e tensioni internazionali”, il Pontefice ha insistito sul fatto che tutelarlo significa proteggere qualcosa che non si riduce a elementi materiali: riguarda, anzitutto, il patrimonio morale e spirituale della Repubblica e le condizioni perché possa crescere nella “civile convivenza”. Con questa premessa, Leone XIV ha insistito sulla vigilanza della concordia sociale come presupposto concreto della libertà e dei diritti, richiamando un’attenzione esplicita alle fasce più fragili: poveri, anziani, famiglie, malati, giovani. Leone XIV ha poi allargato il concetto di ordine pubblico: non solo repressione del crimine, ma contrasto alle forme di degradazione che avvelenano i legami sociali. In positivo, ha definito i compiti di vigilanza come “cura dei rapporti sociali” e costruzione di intese più efficienti tra istituzioni centrali, enti locali e cittadini. Nel cuore del discorso, il Papa ha collocato il tema dell’autorità come servizio, citando Agostino: chi comanda “sta a servizio” non per dominio, ma per “dovere di cura”. E ha accostato questo principio all’articolo 98 della Costituzione della Repubblica Italiana (“I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”), per sottolineare che il lavoro del prefetto deve restare libero da pressioni: fedele alle leggi, ma sorretto da una coscienza capace di conoscerle e applicarle “con fermezza ed equità”, temperando rigore e magnanimità.

Leone ha invitato anche ad una disciplina interiore: governare l’ordine del proprio pensiero prima di quello della Repubblica. Il Pontefice ha parlato di una “duplice testimonianza”: collaborazione tra organi e livelli amministrativi e coerenza tra responsabilità professionale e condotta di vita, come esempio soprattutto per le nuove generazioni. Ha indicato anche un obiettivo molto pratico che è necessario per risolvere solo alcuni dei tanti problemi dell’Italia: contribuire a “migliorare il volto della burocrazia”, rendendo più virtuosa la cura della società.

Un passaggio del discorso Leone XIV lo ha riservato alle emergenze e alle nuove sfide: «Specialmente in situazioni d’emergenza, davanti a calamità o pericoli, il vostro ruolo permette di esprimere al meglio i valori di solidarietà, coraggio e giustizia che onorano la Repubblica italiana. Lo spessore etico del vostro servizio contraddistingue inoltre le sfide portate dalle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, oggi applicate anche nella pubblica amministrazione. Questi strumenti vanno attentamente governati non solo a tutela dei dati personali, ma a beneficio di tutti, senza requisizioni elitarie». Si tratta di una precisazione tutt’altro che marginale. Si collega, in modo inevitabile, a un’altra udienza che Leone ha concesso: quella ai membri del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica Italiana. Perché, come è noto, negli scorsi anni la Repubblica Italiana è finita dentro scandali che hanno visto agenti delle forze dell’ordine accedere illecitamente a dati sensibili riguardanti cardinali e alti prelati della Curia romana. Una violazione gravissima che non ha ancora una verità. Né la magistratura italiana (tra le peggiori in Europa) né la politica hanno chiarito fino in fondo le responsabilità.

In chiusura, il Santo Padre ha ribadito la disponibilità della Chiesa a collaborare, citando i rapporti con i vescovi diocesani su dossier concreti: dall’accoglienza dei migranti al sostegno ai bisognosi, fino ad altre questioni pratiche (come le fabbricerie). 

d.C.V.
Silere non possum