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Città del Vaticano - Questa mattina, nell'Auletta dell'Aula Paolo VI, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in udienza un gruppo di scrittori, in occasione del centenario della Libreria Editrice Vaticana. La casa editrice della Santa Sede, sorta nel 1926, ha voluto celebrare i suoi primi cento anni convocando a Roma alcuni prescelti narratori e poeti provenienti da diverse parti del mondo.

La tecnica usata in questi anni da Paolo Ruffini, fortunatamente ormai con le valigie in mano, e da Lucio Adrián Ruiz, sprofondato in una depressione incontrollabile da quando il Papa ha nominato il nuovo Prefetto, è sempre stata la stessa: acchiappare scrittori di primo piano, autori già affermati e forti di un proprio capitale di popolarità, per appropriarsene e farli apparire come prodotti della macchina comunicativa vaticana. È così che hanno abbordato persone realmente valide come Colum McCann, padre Adrien Candiard e il validissimo scrittore norvegese Jon Fosse, Premio Nobel per la Letteratura nel 2023. Con alcuni di loro si arriva persino alle “peregrinazioni” nei bar e nei ristoranti di Borgo Pio, la zona attorno al Vaticano, dove Andrea Monda, Andrea Tornielli e compagnia cantando portano questi autori per “farli sentire a casa” e strappare loro qualche nuova pubblicazione fra un boccone ed un altro. 

«La Libreria Editrice Vaticana vive di rendita. Gioca molto il nome, il fatto che è la libreria editrice del Papa. Senza questo, sarebbe già morta». Un porporato, parlando con Silere non possum, sintetizza così il giudizio che circola da tempo negli ambienti vaticani sulla gestione della casa editrice.

Il riferimento è anche alle encicliche, la cui pubblicazione viene riservata per un periodo alla LEV. «Impediscono agli altri di pubblicare perché sanno che gli altri farebbero quel lavoro meglio e che i lettori, potendo scegliere, comprerebbero altrove. Del resto, oggi un’enciclica la scaricano tutti da internet», osserva il cardinale. Per il presule, il problema è più profondo: «In realtà sono già morti. Sono morti attaccati alle macchine». E richiama quanto accaduto con la fotografia ufficiale del Papa dopo l’elezione. «Ufficiale, poi, non si sa bene quale: prima una, poi un’altra. Un disordine totale», afferma. La fotografia del Santo Padre, ricorda il porporato, non arrivò nella libreria GPII per mesi. Nel frattempo, «la gente la scaricava online e la faceva stampare dai fotografi di Roma». Una scelta che ha prodotto, sottolinea, «una perdita enorme per la Santa Sede», proprio nelle ore in cui la domanda per un ritratto stampato del nuovo Pontefice è stata più alta.

«Sono incapaci, lavorano al buio, annaspano», insiste il cardinale, aggiungendo che «Tornielli perde tempo a fare dispetti invece di occuparsi del proprio lavoro».

Quanto agli autori di maggiore prestigio, il porporato riconosce che il marchio continua a esercitare una forza di attrazione. «Pubblicano con la LEV perché è la Libreria Editrice del Papa e quel nome conserva un’indubbia attrattiva», spiega. Ma, conclude, «non la scelgono per la qualità, né per la capacità di diffondere, vendere o accompagnare davvero un messaggio». Leone XIV, quindi, questa mattina si è trovato davanti questo uditorio insolito. Ha scelto di consegnare loro un discorso costruito su tre affermazioni semplici e impegnative: scrivere è un atto di verità, scrivere è un gesto di umanità, scrivere ha a che fare con Dio.

La verità come bene da condividere

Il primo movimento del discorso ha definito la scrittura come «un atto di verità, di svelamento»: ciò che si scrive - ha osservato Leone XIV - dice chi siamo, in cosa crediamo e speriamo, quale futuro sogniamo. Ma la verità, in questa lettura, non è una posizione da presidiare. Citando la propria enciclica sull'intelligenza artificiale e la dignità umana, Magnifica humanitas, il Papa ha ricordato che «la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere». Di qui l'augurio rivolto agli scrittori: suscitare attrazione per il vero proprio perché se ne è, per primi, conquistati.

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Una palestra di umanità

Nel secondo passaggio, il Pontefice ha attinto a un repertorio ampio. È risuonato Terenzio - «sono un essere umano e nulla di ciò ch'è umano lo stimo a me estraneo» - accanto alla Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione di Papa Francesco, di cui Leone XIV ha ripreso l'immagine, di matrice lewisiana, del leggere come «vedere attraverso gli occhi degli altri». Chi scrive si immedesima nei propri personaggi; chi legge, in un certo senso, «vive tante vite oltre alla propria». In questo allargamento dello sguardo il Papa ha individuato la radice di solidarietà, condivisione, compassione e misericordia, e insieme un antidoto alla tentazione di assolutizzare il proprio punto di vista.

Dio nel mezzo di storie umane

Il terzo e più teologico movimento ha collegato la forma stessa dello scrivere alla struttura della Rivelazione. Qui il Pontefice ha chiamato in causa il cardinale Timothy Radcliffe O.P. e il suo Accendere l'immaginazione, ricordando che per i cristiani nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo, «il più umano di tutti». Il Dio della Bibbia - ha proseguito Leone XIV - non si manifesta in astratto, ma nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita insperata di un figlio, nell'amore fedele: «parla attraverso fatti e incontri, volti e storie». «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo», ha ricordato Leone XIV.

L'eco di san Paolo VI

In chiusura, il Papa ha consegnato agli scrittori le parole che San Paolo VI rivolse agli artisti: «Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero». Ne abbiamo bisogno, ha aggiunto, per creare spazi di libertà e autenticità in cui la grazia possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace. Lo stesso porporato, parlando con Silere non possum, richiama poi l’attenzione su una fascia di autori che la LEV continua a ignorare: «Ci sono molti sacerdoti che scrivono opere serie e profonde, veri scrittori emergenti, ma non trovano spazio nelle grandi librerie italiane perché certi temi, evidentemente, non interessano al mercato. Perché questi scienziati del Dicastero per la Comunicazione non li scoprono, non li lanciano e non investono su di loro?». Il cardinale osserva che anche “i pochi religiosi presenti stamattina che si sono visti sfilare qui di fianco, sono scrittori che hanno spiccato il volo da soli e con l’aiuto di altre case editrici. Loro hanno solo azzannato il boccone quando ormai era cucinato”.

In ultima fila, quasi fossero scolaretti messi in castigo, sedevano questa mattina Natasa Govekar e, al suo fianco, la figlioccia suor Nina Benedikta Krapić M.V.Z. Non è apparso chiaro in quale veste Govekar fosse presente: forse quale responsabile del Dipartimento teologico-pastorale? Resta però una domanda che fra queste mura molti continuano a porsi: che cosa abbia effettivamente prodotto, in questi anni, oltre alla costante promozione della figura di Marko Ivan Rupnik. Poco più in là, immancabili, Andrea Monda e Andrea Tornielli: presenza fissa, come il prezzemolo.

A.G. 
Silere non possum

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