Roma - Al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale italiano è giunta una richiesta di gradimento per la nomina di un nuovo Nunzio Apostolico presso la Repubblica Italiana e la Repubblica di San Marino. 

Tale atto, considerato negli ambienti diplomatici italiani come una semplice formalità amministrativa, riveste invece per la Chiesa Cattolica in Italia un significato di primaria rilevanza, poiché segna l'epilogo del breve e travagliato mandato di Mons. Petar Rajič, chiamato a lasciare la guida della rappresentanza pontificia di Via Po per approdare fra le sacre mura.

Un nunzio che non nunzia

Il presule di origini bosniache, già Nunzio in Lituania e successivamente accreditato anche in Estonia e Lettonia, era stato chiamato all'alto ufficio da Papa Francesco l'11 marzo 2024. La sua designazione giungeva in un momento di estrema delicatezza, dovendo egli succedere a Mons. Emil Paul Tscherrig, il cui governo della Nunziatura è stato disastroso.

Come accaduto in molteplici circostanze analoghe nel corso del Pontificato di Francesco, il presule svizzero è stato promosso e insignito della beretta cardinalizia. Una notizia che ha suscitato malumori tra diversi ordinari italiani, in particolare tra coloro legati al mondo benedettino, verso il quale Tscherrig ha spesso manifestato un atteggiamento di sufficienza. Non si può sottacere, infatti, che Tscherrig, primo Nunzio Apostolico non italiano nella storia delle relazioni bilaterali post-concordatarie, abbia lasciato un'eredità gravosa: un modus operandi che ha generato scelte episcopali discutibili, se non addirittura pessime, e che ha profondamente incrinato i rapporti di comunione e fiducia con le Diocesi della penisola. La speranza che il cambiamento potesse giungere con la nomina di Rajič - anch'egli, nota bene, non appartenente al clero italiano - si è tuttavia infranta contro il muro della realtà. Il suo passaggio a Via Po non ha impresso alcun segno tangibile di rinascita o di cambiamento. Al contrario, la sua gestione si è caratterizzata per una passività allarmante dinanzi ai dossier più spinosi. Certo, a differenza di Tscherrig, Rajič si distingue per un portamento elegante ed è in grado di dominare la scena durante gli incontri formali. Tuttavia, difetta di una reale capacità di governo. In sostanza, nel corso di questi anni, non è riuscito a imporsi in situazioni di estrema gravità e delicatezza che, per ragioni non del tutto chiare, sono rimaste irrisolte. Laddove la Nunziatura era chiamata a intervenire con autorevolezza e parresia la risposta è stata sovente il silenzio o, peggio, una strategia di insabbiamento delle istanze presentate.

Rajič viene descritto dai suoi collaboratori come un uomo avverso alle complicazioni, un diplomatico che rifugge il conflitto. Tuttavia, la natura stessa del munus di un Legato Pontificio non ammette tale ritrosia. Il Nunzio non può limitarsi all'ordinaria amministrazione o al quieto vivere; egli deve agire con sollecitudine pastorale e fermezza giuridica, intervenendo in primis laddove emergono gravi criticità che minano la salus animarum e il buon governo della Chiesa. Un compito che, duole constatarlo, è stato del tutto disatteso. Per quanto riguarda la scelta dei vescovi, si apre un capitolo a sé. Da un lato, non si può pretendere che un Nunzio privo di una conoscenza approfondita della realtà italiana possa agire con dimestichezza; dall’altro, è evidente come Papa Francesco abbia spesso gestito le nomine secondo il proprio criterio personale, ignorando non di rado le indicazioni provenienti da Via Po o dal Dicastero per i Vescovi. In questi anni la Nunziatura si è limitata spesso a “convocazione dei prescelti” o a “comunicazioni di avvenute nomine”. Va inoltre sottolineato che, mentre nei Dicasteri si registra un aumento della presenza di donne consigliere, le consultazioni dei preti nelle diocesi sembrano ormai del tutto trascurate. Questo è evidente dal fatto che sono stati elevati all’episcopato personaggi problematici, descritti in termini fortemente negativi dai loro stessi preti.

Un nuovo nunzio, un nuovo disastro

«Qui dentro bisogna liberarsi di Peña Parra al più presto». Questa frase, pronunciata con evidente stizza all’interno delle sacre stanze da un prelato, riflette il malcontento di chi, in questi anni, ha osservato con attenzione i movimenti del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. «A Francesco era tutto molto noto ma proprio per questo lo ha sempre tenuto lì, la sua tecnica era quella. Io so, tu sai che io so. Se sgarri, salti», spiega a Silere non possum un collaboratore del Papa precedente. Peña Parra, arcivescovo venezuelano, è stato chiamato in Vaticano da papa Francesco, che lo ha fatto rientrare dal Mozambico. Da allora, Peña Parra è divenuto uno dei più fedeli alleati di Bergoglio, agendo con l’atteggiamento tipico di chi si sente protetto e con le spalle coperte dal potente di turno. Nel corso degli anni, ha costruito un vero e proprio fortino di potere, consapevole del ruolo cruciale che il Sostituto ricopre nel governo della Santa Sede. È noto, infatti, che il potere del Sostituto supera di gran lunga quello del Segretario di Stato, poiché tutto passa sotto le sue mani. Il Sostituto detiene un potere enorme, ed è proprio per questo che, negli ultimi anni, Peña Parra, ossessionato dagli scandali come quello di Sloane Avenue e da tutto ciò che lo circonda, ha fatto bonificare i propri uffici con una frequenza quasi settimanale. Peña Parra, nonostante abbia schivato scandali e problemi di ogni sorta, è noto tra le sacre mura per aver intrecciato relazioni problematiche e per un atteggiamento spesso spocchioso. «Un via vai di compaesani»,osserva con tono critico un “attento occhio” del Palazzo Apostolico, sottolineando come quel sistema di “familismo amorale”, da sempre cifra distintiva dell’operato di Bergoglio, abbia trovato in Peña Parra il suo interprete ideale. L’arcivescovo venezuelano, infatti, non ha esitato a circondarsi, dentro e fuori le mura vaticane, di “parenti e amici” venezuelani, che vengono spesso portati a fare i “tour esclusivi” dei sacri palazzi.

Un esempio emblematico, poi, è la rete costruita attorno a don Pietro Bongiovanni, parroco di San Salvatore in Lauro, una realtà che si è trasformata in un vero e proprio refugium peccatorum per giovanotti chiacchieroni che si aggirano tra il Vaticano e le chiese dell’Urbe, diffondendo racconti (spesso, peraltro, falsi ma ricamati su ciò che vedono e ascoltano) su fatti e misfatti di prelati e sacerdoti. Un ambiente che Peña Parra ha frequentato senza mai comprendere appieno la portata del suo incarico. A questo si collega un altro giro problematico, quello della Basilica di Santa Maria Maggiore, che, dopo lo scandalo Castiglia, continua a essere teatro di un via vai di personaggi discutibili. Qui, a “presiedere” la scena, troviamo, non a caso, monsignorini con una passione per pizzi e merletti, che amano atteggiarsi a maestri delle cerimonie. Gente che nelle diocesi di origine non vogliono neppure vedere con il binocolo e quindi tentano di restare ancorati a questi sistemi per non cadere nell’oblio. Un quadro che non ha fatto che alimentare il malcontento e le tensioni all’interno delle mura vaticane.

Terremoto in Segreteria di Stato

Con l’elezione di Leone XIV, in Vaticano si è aperta una vera e propria crisi esistenziale. A Piazza Pia, Andrea Tornielli si aggirava visibilmente agitato, con sul cellulare l’unica foto che possedeva di Prevost, quella che lo ritraeva a cavallo. La mancanza di un contatto diretto con il nuovo cardinale americano alimentava il suo nervosismo. Non a caso, pochi giorni dopo l’elezione, ha inviato il suo pupillo, Salvatore Cernuzio, in Perù per raccogliere informazioni sul nuovo Papa. Il tutto, ovviamente, confezionato come una ricostruzione esclusiva della vita di Prevost, un’operazione presentata come un omaggio al Pontefice, ma che in realtà non era altro che un tentativo di colmare un vuoto di conoscenza su una figura del tutto estranea ai loro schemi e ai loro giri. Per chi, come “lo scrittore” Tornielli, è cresciuto alla scuola di don Giacomo Tantardini, abituato a cercare sempre il retroscena, lo scandaletto dietro ogni evento, e a rapportarsi con cardinali e vescovi più come informatori che come giornalisti, questa situazione rappresentava un vero dramma esistenziale. Il pensiero dominante era chiaro: “E ora come facciamo? Non è uno dei nostri”. Questo stato di agitazione li ha portati, in breve tempo, a commettere una serie di gaffe imperdonabili: dalla fumata bianca che bianca non era, all’annuncio errato dell’elezione di Pio XIV, fino a tutti gli errori sul sito e sui social che si sono moltiplicati in questi mesi.

Nel frattempo, in Segreteria di Stato, c’era chi oscillava tra il sollievo per la mancata elezione del candidato “dei giornali e del Dicastero per la Comunicazione”, figura che conosceva bene i loro meccanismi, e il panico per l’elezione di un Papa del tutto estraneo alle loro logiche e impossibile da controllare. Tuttavia, Leone XIV, con il suo stile mite ma deciso, ha fatto capire fin da subito, più che a qualsiasi altro Dicastero, che la Segreteria di Stato era destinata a subire un terremoto. Non un terremoto accompagnato da articoli di giornale che attaccavano il “Bertone” di turno, ma un cambiamento silenzioso e al tempo stesso devastante. Ora, però, Leone XIV deve affrontare colui che per anni ha tirato le fila di tutto. L’errore di Francesco, infatti, fu quello di seguire le indicazioni dei giornali, che, ignorando le dinamiche interne della “macchina”, concentravano le critiche sul vertice. Fu così che Bergoglio tentò la grande riforma in modo goffo e partendo dall’alto. Leone XIV, invece, ha dimostrato di aver compreso pienamente - nonostante qualcuno lo considerasse poco esperto delle dinamiche curiali - che il vero braccio operativo non è il Segretario di Stato, ma il Sostituto.

La figura del “curato bonario”

Per questo motivo, la sua attenzione non si è soffermata su Pietro Parolin, nonostante il suo stile silenzioso e pacato lo renda una figura inquietante. Parolin ha sempre agito con determinazione, sia durante il suo incarico come Segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali presso la Segreteria di Stato, sia al suo ritorno come Segretario di Stato. Tuttavia, le sue azioni sono spesso guidate da interessi personali: ha spesso convocato preti e vescovi a pranzi e cene, non tanto per costruire relazioni, quanto piuttosto per metterli in guardia contro altri vescovi che considera rivali o pericolosi. Quegli stessi vescovi che, invece di essere sostenuti, sono stati abbandonati a sé stessi, una dinamica purtroppo comune nella Chiesa, dove non mancano figure pronte a emarginare gli altri pur di preservare la propria immagine. A ciò si aggiungono i rapporti, tutt’altro che trasparenti, che Parolin ha sempre coltivato con personaggi come Stefania Falasca, Andrea Tornielli, Gianni Valente e altri. In sostanza, Parolin ha operato nell’ombra, facendo ciò che gli era più conveniente, mantenendo però un’apparenza da “curato bonario”. Questo profilo gli ha consentito di sopravvivere anche durante un pontificato complesso come quello di Bergoglio, in cui ogni dichiarazione del Papa su questioni diplomatiche delicate faceva saltare sulla sedia il Segretario di Stato. E ora, da buon camaleonte, è pronto ad adeguarsi nonostante la sconfitta in Sistina.

Una via d’uscita per il Sostituto Peña Parra

Leone XIV ha ora un obiettivo ben definito: liberarsi del venezuelano Peña Parra. Negli ultimi mesi, all'arcivescovo sono state avanzate ben tre proposte, due del tutto rifiutate, nonostante Peña Parra sappia bene che non è possibile respingerne più di tre. Tuttavia, l'ultima proposta rappresenta un compromesso che Peña Parra ha accettato, poiché gli permette di rimanere a Roma, evitando di essere trasferito in qualche remoto angolo del mondo, come inizialmente ipotizzato. Questo perché figure come lui, spesso emarginate per il loro modus operandi, se lasciate nei pressi del Vaticano, tendono a continuare a ostacolare il Pontefice con le stesse dinamiche che in passato criticavano. Peña Parra, infatti, aspira a rimanere a Roma non solo per salvaguardare la rete di contatti e relazioni costruita nel tempo, ma anche per mantenere il controllo sulla situazione. Alla faccia di quelle Costituzioni Apostoliche che tanto hanno acclamato, questi arcivescovi non ne vogliono sapere di tornare a casa propria. È proprio grazie alla sua insistenza che il suo nome è arrivato sulla scrivania del Ministro italiano Tajani come candidato per sostituire Petar Rajič. Ora la Santa Sede attende che da Piazzale della Farnesina e da Palazzo Begni arrivi il gradimento per procedere alla formalizzazione della nomina.

d.T.D.
Silere non possum