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Diocesi di Milano

Milano - Questa notte, nel Duomo di Milano, la Veglia pasquale ha accompagnato tredici catecumeni nel momento in cui hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Attorno a loro c’era la Chiesa raccolta nell’ascolto dell’annuncio della Risurrezione, dentro una celebrazione segnata dal silenzio, dalla preghiera e dall’attenzione con cui il popolo ha seguito ogni gesto. Nell’omelia, l’Arcivescovo Mario Enrico Delpini ha ripetuto più volte una frase che ha orientato tutta la celebrazione: “È Dio che è all’opera”. Da lì ha ripercorso la storia della salvezza: Dio che crea, Dio che chiama Abramo, Dio che libera Israele, Dio che consola, raduna, dà vita e purifica. Poi ha portato tutto al centro della notte di Pasqua: “È Dio che ha risuscitato Gesù di Nazaret liberandolo dai dolori della morte”.

Delpini ha parlato guardando anche al mondo di oggi. Ha detto che “la città è ignara e distratta”, che i potenti “si danno la morte a vicenda e seminano morte tra la povera gente”, che molti uomini e donne attraversano i giorni con angoscia e si domandano se, in questo mondo frantumato, ci sia davvero un Dio potente e misericordioso. In Duomo quelle parole sono risuonate con forza, dentro una notte in cui la liturgia continuava a proclamare che Dio opera e chiama tutti a partecipare della sua vita.

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A un certo punto l’Arcivescovo ha indicato anche ciò che stava accadendo davanti a tutti. Ha detto: “Possiamo dire che Dio fa la Chiesa”. I catecumeni, ha aggiunto, sono il segno dell’opera del Padre, della Chiesa “di oggi e di domani”. E in effetti tutta la celebrazione ha avuto questo tratto molto concreto: non soltanto parole, ma volti, storie, persone che in questa notte sono entrate pienamente nella Chiesa attraverso il battesimo, la confermazione e la prima comunione. Delpini ha poi descritto la Chiesa che Dio sta costruendo. Anzitutto ha parlato della Chiesa che canta l’alleluia. Ha ricordato che i catecumeni si sono preparati a questo momento “abitati dalla gioia, attratti dalla promessa, animati da un desiderio che Dio ha suscitato in loro”. Ha detto anche che ci sono battezzati che ignorano la gioia di essere cristiani, altri che chiedono di essere sbattezzati, altri ancora che vivono con imbarazzo la propria fede. Eppure, proprio questa notte, davanti a tutti, c’erano uomini e donne che chiedevano di diventare cristiani ed essere accolti nella Chiesa cattolica e di cantare con tutti l’alleluia.

La seconda immagine consegnata dall’Arcivescovo è stata quella della Chiesa “dalle genti”. Ha ricordato che i catecumeni vengono da diversi Paesi della terra, che hanno affrontato viaggi lunghi e portano spesso storie complicate. In Duomo questa parola ha preso corpo: persone provenienti da luoghi diversi, riunite nella stessa notte, nello stesso rito, nella stessa professione di fede. Delpini ha detto che, mentre in tanti Paesi i popoli si scontrano e i migranti sono respinti come un pericolo, nella Chiesa “le genti si incontrano e si scambiano il segno della pace”. Infine ha parlato della Chiesa come di “un piccolo resto, un popolo in cammino”. Ha richiamato i discepoli intimoriti, segnati dall’infedeltà eppure mandati ad andare. “Devono andare”, ha ripetuto, anche con dubbi e incertezze, anche sentendosi non all’altezza. Poi ha descritto così la Chiesa che Dio costruisce: “una Chiesa umile, pellegrina, determinata a obbedire alla voce dell’angelo della risurrezione”.

Alla fine della celebrazione, uscendo dal Duomo, restavano negli occhi i catecumeni attorno all’Arcivescovo, il ritmo solenne della Veglia, il canto dell’alleluia, e restavano soprattutto quelle parole ripetute quasi come una consegna per la notte di Pasqua: Dio è all’opera. È da lì che Delpini ha chiesto di guardare questa sera la Chiesa, la città, il mondo, la vita di ciascuno.

d.M.C.
Silere non possum 



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