Firenze – A venticinque anni, un lavoratore britannico porta a casa circa mille euro netti al mese in più rispetto a un coetaneo italiano. È quanto emerge dal confronto tra i dati ufficiali dei due Paesi. Eppure, mentre il divario salariale continua ad allargarsi, in Italia il dibattito pubblico insiste sulla «fuga dei cervelli» e su una presunta mancanza di voglia di lavorare da parte dei giovani.
I numeri italiani: una generazione a metà stipendio
Secondo i dati dell'Osservatorio Job Pricing, la retribuzione annua lorda (RAL) media di un lavoratore tra i 25 e i 34 anni si aggira intorno ai 28.000 euro. Tradotto in busta paga, un giovane under 30 porta a casa in media circa 1.600 euro netti al mese, quando ha la fortuna di avere un contratto full time e stabile.
Il problema è che quella fortuna ce l'hanno in pochi. Il quadro cambia radicalmente quando si guarda alla platea reale dei giovani lavoratori, con tutti i contratti a termine, i part time involontari e i periodi di discontinuità. Il Rapporto ISTAT indica che chi ha meno di 30 anni ha incassato in media poco più di 14.000 euro l'anno: circa la metà della media nazionale. E secondo un'indagine del Consiglio Nazionale dei Giovani, oltre il 43% degli under 35 guadagna meno di 1.000 euro al mese, mentre un altro terzo si ferma tra i 1.000 e i 1.500.
C'è poi il tema della bassa retribuzione oraria. In Italia un lavoratore su quattro sotto i 30 anni (il 23,6%) è classificato come "low-wage earner" secondo i criteri europei, cioè guadagna meno di due terzi della paga oraria mediana nazionale.
I numeri britannici: si parte più in alto e si sale più in fretta
Attraversiamo la Manica. Secondo l'Annual Survey of Hours and Earnings dell'ONS, l'istituto di statistica britannico, un lavoratore full time tra i 22 e i 29 anni ha una retribuzione mediana di circa 30.000 sterline l'anno, ovvero circa 35.000 euro lordi. Un neolaureato parte tipicamente da 24.000-28.000 sterline e può superare le 35.000 entro la fine dei vent'anni: una crescita del 30-40% in meno di un decennio, considerata fisiologica nel mercato britannico.
La differenza non sta solo nel punto di partenza, ma nella pendenza della curva. In Italia la progressione salariale è lenta e legata più all'anzianità che al merito o alla mobilità: un under 30 guadagna in media il 30% in meno di un lavoratore tra i 30 e i 54 anni. Nel Regno Unito la crescita più rapida della carriera avviene proprio tra i 22 e i 29 anni, spinta da un mercato dove cambiare datore di lavoro ogni due o tre anni porta aumenti del 10-20%.
Un altro elemento pesa: il salario minimo. Nel Regno Unito il National Living Wage garantisce a chi ha più di 21 anni una paga oraria che nel 2026 sale a 12,71 sterline, quasi 15 euro. In Italia il salario minimo legale non esiste, e come abbiamo visto una quota rilevante di giovani lavora sotto i 9 euro l'ora.
Ma Londra costa: il confronto va fatto al netto della vita
Sarebbe scorretto fermarsi al lordo. Il costo della vita britannico, e londinese in particolare, erode una parte consistente del vantaggio. Secondo un'analisi su dati 2025, un single a Londra spende in media il 75% dello stipendio netto per l'affitto, con canoni medi intorno ai 2.700 euro al mese.
Il punto, però, è che l'Italia non offre il rifugio che ci si aspetterebbe. A Milano il rapporto tra affitto e stipendio è al 71%, a Roma al 65%: percentuali da capitale europea, con stipendi che europei non sono. Lo stipendio medio netto a Roma è di circa 2.046 euro, contro i 3.637 di Londra. In altre parole: il giovane londinese paga un affitto folle con uno stipendio alto, il giovane milanese paga un affitto quasi altrettanto folle con uno stipendio basso.
Fuori da Londra il confronto diventa ancora più impietoso. Nelle città britanniche di seconda fascia, da Manchester a Leeds, gli stipendi restano vicini alla mediana nazionale mentre gli affitti scendono in modo netto. In Italia, al contrario, fuori da Milano scendono gli affitti ma crollano anche le retribuzioni: il divario Nord-Sud vale circa 3.700 euro di RAL.
Perché il divario esiste (e perché non si chiude)
Le cause sono note e si sommano. I salari reali italiani sono ancora il 6,9% sotto il livello pre-pandemia, mentre nel Regno Unito la crescita salariale ha superato l'inflazione. Il cuneo fiscale italiano assottiglia il netto anche a parità di lordo. La precarietà contrattuale, con la quota di giovani a tempo indeterminato scesa dal 70% al 60% in dieci anni, blocca la crescita retributiva proprio negli anni in cui altrove si corre.
Il risultato lo conosciamo: i giovani italiani continuano a partire e il Regno Unito resta una delle destinazioni principali. I giovani italiani non partono per il gusto dell'avventura. Partono perché a parità di lavoro, a venticinque anni, la stessa ora di lavoro vale quasi il doppio. E la vita, in UK, è decisamente meglio.
In sintesi
| Italia | Regno Unito | |
|---|---|---|
| Retribuzione lorda annua (22-29 anni, full time) | ~28.000 € (25-34 anni) | ~35.000 € (30.000 £) |
| Media annua reale under 30 (tutti i contratti) | ~14.000 € | n.d. |
| Salario minimo legale | assente | ~15 €/ora (12,71 £) |
| Quota giovani sotto 1.000 €/mese | oltre 43% (under 35) | marginale |
| Affitto/stipendio (Milano vs Londra) | 71% | 75% |
| Salari reali vs pre-pandemia | -6,9% | in recupero |
Fonti: ISTAT, INPS, Osservatorio Job Pricing, Consiglio Nazionale dei Giovani, ONS (Annual Survey of Hours and Earnings 2025), Eurostat, Euronews/Deutsche Bank World's Prices 2025.



