Zurigo - Il 27 settembre gli elettori del Canton Zurigo dovranno decidere se ampliare in modo considerevole l’obbligo per le strutture sanitarie di consentire il suicidio assistito nei propri locali. La questione riguarda anche le case di riposo e di cura gestite da enti cristiani, che oggi possono vietare l’accesso alle organizzazioni che accompagnano le persone nel suicidio se non hanno un mandato di servizio pubblico da parte di un Comune. La particolarità della proposta sta proprio qui. Nessuna struttura verrebbe obbligata a praticare direttamente il suicidio assistito e nessun medico o infermiere sarebbe tenuto a prendervi parte. La legge introdurrebbe invece una Duldungspflicht, letteralmente un «obbligo di tolleranza»: la struttura non potrebbe impedire a un proprio residente o paziente di ricevere, nella stanza in cui vive o è ricoverato, l’assistenza di soggetti esterni per morire.
È una distinzione importante, perché costituisce anche la base giuridica utilizzata dal governo cantonale per sostenere che l'obbligo possa essere imposto perfino a una struttura che considera il suicidio assistito incompatibile con la propria identità religiosa.
In Svizzera il suicidio assistito ha una disciplina particolare. L'articolo 115 del Codice penale punisce chi induce o aiuta una persona a suicidarsi quando agisce per motivi egoistici: in assenza di questi motivi, l'assistenza al suicidio non è di per sé punita. Diverso è provocare direttamente la morte di una persona su sua richiesta, che continua a costituire reato. Nella pratica, il suicidio assistito avviene soprattutto attraverso organizzazioni private. È normalmente utilizzato il pentobarbital sodico, che deve essere prescritto da un medico, mentre la persona interessata deve essere capace di discernimento e compiere personalmente l'atto che provoca la morte. Le linee guida dell'Accademia svizzera delle scienze mediche richiedono inoltre che la decisione sia autonoma, ponderata e non conseguenza di pressioni esterne, che vi sia una sofferenza grave considerata intollerabile dalla persona e che siano state esaminate le alternative disponibili. Il medico rimane libero di decidere se prestarsi a questa cosa.
A Zurigo il problema di dove sia possibile farlo si trascina da diversi anni. Nel 2011 gli elettori cantonali respinsero con maggioranze molto ampie due proposte restrittive: una voleva contrastare il cosiddetto «turismo del suicidio», l'altra chiedeva di promuovere a livello federale il divieto dell'assistenza al suicidio. La seconda fu respinta con circa l'85 per cento dei voti, la prima con circa il 78 per cento. Da allora quelle votazioni vengono spesso richiamate come indicazione di un orientamento particolarmente favorevole all'autodeterminazione sul fine vita nel cantone.
Il passaggio successivo arrivò nel 2019, quando nel parlamento cantonale fu presentata un'iniziativa per consentire agli anziani che vivono nelle strutture di cura di ricorrere al suicidio assistito senza dover lasciare il luogo che ormai è diventato la loro casa. Dopo una discussione molto combattuta, nel 2022 il parlamento approvò una soluzione più limitata, con appena 81 voti contro 80. Dal 1° luglio 2023 l'articolo 38a della legge sanitaria zurighese obbliga quindi a consentire il suicidio assistito soltanto alle case di riposo e di cura gestite direttamente da un Comune o incaricate da un Comune di fornire il servizio.
Una casa di cura completamente privata, senza questo tipo di rapporto con l'amministrazione comunale, conserva invece la possibilità di dire di no. È proprio questa differenza che una nuova iniziativa popolare, avviata nel 2023, ha cercato di eliminare. La proposta iniziale era molto ampia: avrebbe imposto l'obbligo non soltanto a tutte le case di riposo private, ma anche agli ospedali, alle strutture psichiatriche, ad alcune strutture ambulatoriali e persino agli istituti penitenziari. Il governo cantonale riconobbe la validità dell'iniziativa, ma giudicò eccessiva la sua estensione.
Il governo propose quindi un controprogetto più ristretto: obbligare tutte le case di riposo e di cura, indipendentemente da chi le gestisce, ma lasciare fuori ospedali, cliniche psichiatriche e carceri. Ed è nella motivazione di quel controprogetto che si trova la risposta alla questione più delicata: come può lo Stato obbligare anche una casa di cura cristiana ad ammettere nei propri locali una pratica che considera moralmente inaccettabile?
Il governo zurighese riconosce esplicitamente che costringere una struttura fondata su convinzioni religiose ad ammettere un'organizzazione per il suicidio assistito costituisce un'interferenza nella sua libertà religiosa e di coscienza. Può inoltre incidere sulla libertà economica dell'ente e sulle convinzioni personali dei dipendenti. La conclusione del governo, non molto condivisibile, è però che questa limitazione sia proporzionata.
Il ragionamento parte dal ruolo delle case di cura private nel sistema sanitario. Per poter operare nel sistema zurighese devono essere autorizzate e inserite nella pianificazione cantonale; prestano servizi finanziati anche attraverso l'assicurazione sanitaria obbligatoria e ricevono contributi pubblici dai Comuni. Per il governo, quindi, anche una casa di cura gestita privatamente e con una propria identità religiosa partecipa allo svolgimento di un compito di interesse pubblico. La sua autonomia può perciò essere limitata quando entra in conflitto con i diritti della persona che vi abita.
Nel bilanciamento fatto dal governo prevale il diritto del residente a decidere sul proprio fine vita. La limitazione imposta alla struttura viene considerata relativamente contenuta perché l'istituto non dovrebbe organizzare il suicidio, procurare il farmaco né mettere a disposizione personale che vi partecipi. Dovrebbe semplicemente permettere l'accesso a soggetti esterni e non impedire che l'atto avvenga nella stanza del residente. Secondo il governo questa soluzione tutela l'autodeterminazione senza comprimere più del necessario la libertà religiosa dell'istituzione.
È proprio questo punto che contestano alcune strutture cristiane. La Neue Zürcher Zeitung ha raccontato il caso del Zentrum Rämismühle, una casa di cura di Zell nata 140 anni fa come istituzione cristiana. Alcuni residenti dicono di averla scelta precisamente perché il suicidio assistito non viene praticato nei suoi spazi. Una di loro pone il problema in termini di minoranza religiosa: se una persona ha diritto a scegliere una struttura dove può ricevere assistenza al suicidio, sostiene, dovrebbe poter scegliere anche una comunità nella quale sa che questo non accadrà.
Il direttore Markus Schaaf sostiene che in una casa di riposo la morte di un residente non sia un fatto che riguarda esclusivamente la sua stanza: personale e altri ospiti vivono insieme per anni e formano una comunità. I contrari alla modifica parlano quindi di libertà religiosa, libertà economica e possibilità di mantenere strutture con un'identità etica riconoscibile. I favorevoli rispondono che entrando in una casa di cura una persona non rinuncia ai propri diritti fondamentali.
Nel frattempo, però, il parlamento cantonale è andato oltre la soluzione proposta dal governo. Il 30 marzo 2026 ha approvato un controprogetto che estende la Duldungspflicht non soltanto a tutte le case di riposo e di cura, ma anche agli ospedali e alle cliniche di riabilitazione. Resterebbero escluse le strutture psichiatriche e gli istituti penitenziari. A quel punto i promotori hanno ritirato la loro iniziativa originaria, perché buona parte delle loro richieste era stata accolta. Contro la nuova legge una minoranza del parlamento ha però promosso un referendum cantonale, rendendo necessario il voto del 27 settembre. Nel Canton Zurigo bastano 45 membri del parlamento per sottoporre a referendum una modifica legislativa.
La portata concreta non è piccola. Nel cantone ci sono 212 case di riposo e di cura, con 17.797 posti. Ottantatré sono già sottoposte all'obbligo previsto dalla legge del 2023; altre 129 lo diventerebbero con la nuova normativa. Un'indagine svolta dall'ufficio cantonale della sanità nel luglio di quest'anno ha comunque rilevato che circa il 75 per cento delle strutture oggi non obbligate consente già volontariamente il suicidio assistito.
Per gli ospedali il cambiamento sarebbe più netto. La normativa riguarderebbe 35 strutture, comprese cliniche private e riabilitative. Attualmente soltanto quattro ospedali acuti consentono il suicidio assistito a determinate condizioni. Nel 2025, su 677 suicidi assistiti registrati nel Canton Zurigo, soltanto uno è avvenuto in ospedale. Su questo punto governo e parlamento si sono separati. Il parlamento raccomanda di votare sì. Il governo cantonale raccomanda invece di votare no: continua a sostenere l'obbligo per tutte le case di cura, comprese quelle religiose, ma considera ingiustificata l'estensione agli ospedali e alle cliniche riabilitative, che hanno come funzione principale curare e riabilitare i pazienti. Il voto del 27 settembre riguarda quindi una questione un po' più precisa del dibattito generale sulla liceità del suicidio assistito, che in Svizzera è già ammesso da molto tempo. La domanda è fin dove possa arrivare il diritto individuale a scegliere come morire quando entra in conflitto con l'autonomia di un'istituzione sanitaria, compresa un'istituzione che fonda la propria attività su convinzioni religiose.



