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 Andrea Tornielli, il nuovo profeta del Bitcoin. Errori, refusi e teorie sul giornale del Papa
Città Del Vaticano14 luglio 2026

Andrea Tornielli, il nuovo profeta del Bitcoin. Errori, refusi e teorie sul giornale del Papa

Dopo teologia, diritto e geopolitica, il direttore editoriale scopre la blockchain. L’ennesima lezione impartita senza aver studiato la materia.

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Roma - A pochi giorni dall’arrivo in Vaticano del nuovo prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, ha pensato bene di improvvisarsi anche esperto di tecnologia, algoritmi e criptovalute. Una nuova specializzazione per l’ex giornalista de La Stampa, che nel corso degli anni ha mostrato una notevole capacità di adattare il proprio profilo alle esigenze del pontificato di turno.

Nel 2010, quando si spacciava per “insider vaticano”, Tornielli era uno dei più strenui difensori di Benedetto XVI. Nel 2018, mutato il vento romano, era già diventato uno dei più zelanti interpreti e apologeti di Francesco. Oggi, sotto Leone XIV, si propone come custode dell’autentico significato delle parole del Pontefice e impartisce lezioni urbi et orbi a giornalisti, commentatori e semplici lettori.

In un recente editoriale, Tornielli ha spiegato che il Papa, «anche quando parla di pace e di guerra, di accoglienza ai migranti o di come restare umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale», rimane sempre e soltanto «un leader spirituale». Ha ricordato che la sovranità temporale riconosciuta al Pontefice rappresenta una garanzia della sua indipendenza e non l’esistenza di una «doppia missione». Ogni esaltazione del ruolo del Papa quale capo di Stato, ha scritto, sarebbe quindi «fuorviante», perché finirebbe per oscurare la sua «unica vera missione di Pastore universale».

Fa sorridere che a presentare questa tesi come una sorta di intuizione originale sia proprio chi, per anni, ha contribuito a trasformare ogni parola, gesto e decisione del Pontefice in materiale di scontro politico, propaganda ecclesiastica e posizionamento mediatico. Tornielli sostiene che il Papa «sta semplicemente annunciando il Vangelo» quando parla di pace, migranti, povertà, libertà religiosa e tutela del Creato. Una precisazione che avrebbe ben altro peso se i media da lui diretti avessero seguito davvero questo criterio, invece di scegliere di volta in volta quali parole papali amplificare, quali attenuare e quali piegare alle convenienze del momento.

Il maghetto dei computer e delle criptovalute

Ora il direttore editoriale dei media vaticani si improvvisa anche esperto di bitcoin per celebrare Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV. Ancora una volta, però, il problema non riguarda soltanto ciò che scrive - un testo approssimativo, segnato da errori grammaticali e sostanziali - ma la distanza sempre più evidente tra le lezioni impartite in pubblico e i comportamenti che, da tempo, gli vengono contestati negli ambienti vaticani. A porte chiuse, infatti, il linguaggio e le priorità attribuiti a Tornielli appaiono spesso assai meno evangelici, spirituali e disinteressati di quelli esibiti negli editoriali ufficiali.

Nell’edizione del 13 luglio, sotto la meditazione di Leone XIV all’Angelus di Castel Gandolfo, il quotidiano della Santa Sede dedica un ampio approfondimento alle criptovalute e alla blockchain, «a confronto con l’enciclica Magnifica humanitas». L’articolo porta due firme: quella di Emanuele Colombo e quella di Andrea Tornielli, ossia l’uomo che dovrebbe garantire la qualità di tutto ciò che i media vaticani producono. Il risultato è un piccolo manuale di ciò che un giornale non dovrebbe mai pubblicare: refusi imbarazzanti, errori fattuali, dati vecchi spacciati per attuali e tesi di parte presentate come descrizioni neutre della realtà.

Partiamo dalle cose che si vedono a occhio nudo, quelle che un correttore di bozze, se all’Osservatore Romano ne esistesse ancora uno, avrebbe fermato in trenta secondi.

Il festival del refuso

La società che emette la più importante stablecoin del mondo si chiama Tether. Sul giornale del Papa diventa «Theter». Non in un trafiletto: nel passaggio chiave in cui la si indica come «il più importante emittente delle stablecoin al mondo» e settimo acquirente di debito pubblico americano. Si parla di un colosso da centinaia di miliardi di dollari e non si è in grado di scriverne correttamente il nome. È come firmare un’analisi sull’industria automobilistica citando la «Ferarri».

Poi c’è la perla delle perle: le meme coin sarebbero «spesso note con l’epiteto di sheet coin». Il termine gergale, notoriamente, è un altro, assai meno elegante, e chi mastica la materia lo sa. «Sheet coin» non esiste in nessun glossario: è il tentativo maldestro di ripulire una parolaccia inglese da parte di chi, evidentemente, quella parolaccia l’ha sentita di sfuggita e non ha mai letto una riga di ciò che pretende di spiegare ai lettori. Sarebbe bastato scrivere «token privi di qualsiasi valore». Ma per farlo bisognava sapere di cosa si sta parlando.

E ancora: Kevin Warsh viene presentato come «attuale Governatore della Banca Centrale America». Tre errori in sei parole, un piccolo record. L’istituzione si chiama Federal Reserve, in italiano al massimo «banca centrale americana», con l’aggettivo declinato, perché «Banca Centrale America» non è italiano né inglese. E Warsh, in carica dal 22 maggio 2026, non è «Governatore» ma presidente, Chairman del Board of Governors: nella Fed i governors sono i membri del consiglio, il vertice è il Chair. Distinzioni elementari per chiunque abbia letto una pagina di economia; dettagli irrilevanti, evidentemente, per chi scrive di finanza globale sul quotidiano della Santa Sede.

Ci sono poi i computer «sparsi in tutto il modo», con la enne evaporata in tipografia, e i «milioni di individui» che «abbiaMo deciso» di acquistare bitcoin, congiuntivo travolto dalla fretta. E c’è un articolo che non riesce a mettersi d’accordo nemmeno con se stesso: prima si legge che la blockchain «è nata nel 2009», poche righe dopo che «la data di nascita della blockchain coincide» con il 2008. Il whitepaper di Nakamoto è dell’ottobre 2008, il primo blocco del gennaio 2009: bastava spiegarlo. Ma spiegare richiede di aver capito.

Gli errori di sostanza

Se i refusi fanno sorridere, gli errori di merito preoccupano, perché finiscono in un testo che si presenta come approfondimento del magistero pontificio e che i lettori assumeranno per affidabile.

L’articolo racconta che le rimesse dei migranti «hanno costi anche superiori al 20%» e che «l’utilizzo delle stablecoin permette di azzerare questi costi». Entrambe le affermazioni sono false o gravemente fuorvianti. La media mondiale rilevata dalla Banca Mondiale si aggira tra il 6 e il 7 per cento; persino i corridoi più costosi, quelli dell’Africa subsahariana, viaggiano in media intorno all’8. I casi sopra il 20 per cento sono eccezioni estreme, non la norma che il testo lascia intendere. Quanto all’«azzeramento»: le stablecoin riducono i costi, non li eliminano. Restano le commissioni di rete, gli spread di cambio e soprattutto i costi di conversione tra valuta locale e moneta digitale, che nei Paesi poveri sono esattamente la parte più cara della catena. Chi lavora davvero sulle rimesse queste cose le sa.

Stesso copione con il GENIUS Act: gli emittenti di stablecoin avrebbero «l’obbligo per legge di investire nel debito pubblico americano». La norma impone riserve in attività sicure e liquide, tra cui contante, depositi assicurati, pronti contro termine e fondi monetari governativi, oltre ai titoli del Tesoro a breve. L’acquisto di debito USA è un effetto di mercato, non un obbligo di legge. La differenza tra le due cose, da un giornale ufficiale del Papa, dovrebbe essere spiegata molto bene.

E poi la disinvoltura con i numeri. La capitalizzazione delle criptovalute sarebbe «pari oggi a circa 4,2 trilioni di dollari»: peccato che la fonte citata sia del terzo trimestre 2025, dieci mesi prima della pubblicazione, in un mercato che in dieci mesi può raddoppiare o dimezzarsi. Un «oggi» di ottobre spacciato per un «oggi» di luglio. E per dare «concretezza» ai numeri si confronta quella capitalizzazione con il PIL italiano: uno stock paragonato a un flusso annuo, l’errore metodologico che si segna con la matita blu al primo anno di economia. Infine i «milioni di computer» che gestirebbero il registro: i nodi completi della rete Bitcoin si contano in decine di migliaia. Ma «milioni» suona meglio, e tanto chi controlla?

L’apologetica travestita da analisi

Il problema più serio, però, non sono i singoli errori: è l’impostazione. L’articolo ripete, presentandola come descrizione oggettiva, la narrativa standard degli entusiasti del settore. Le valute tradizionali «possono essere stampate all’infinito», il bitcoin è «bene scarso, ancor più dell’oro», un «bene rifugio», l’«oro digitale dei giovani». Sulla questione ambientale, che la letteratura indipendente considera uno dei nodi più critici del fenomeno, si dà voce soltanto ai «numerosi operatori» secondo cui il mining incentiverebbe addirittura l’energia verde: gli operatori, cioè le parti in causa, promossi a periti del tribunale. Non una riga sulle stime accademiche, non un contraddittorio. Sul quotidiano che dovrebbe incarnare la Dottrina sociale della Chiesa si legge, in sostanza, il pitch di un fondo crypto con qualche citazione di San Giovanni Crisostomo a fare da cornice.

Perché accade

Ancora una volta, l’ennesima volta, poniamo una domanda: come è possibile che tutto questo finisca, a doppia pagina, sul giornale della Santa Sede, con la firma del direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione? La risposta è sotto gli occhi di tutti da anni. Andrea Tornielli scrive di tutto: di canonistica senza essere canonista, di diritto vaticano senza essere giurista, di teologia senza essere teologo, di liturgia, di geopolitica, e ora di blockchain, stablecoin e tokenizzazione dei mercati finanziari. Non c’è materia sulla quale il direttore editoriale non si senta in dovere di illuminare i fedeli e, soprattutto, il clero. E ogni volta il risultato è lo stesso: la superficialità di chi ha letto in fretta ciò che altri hanno studiato per anni.

Perché tanta fretta di occupare due pagine su una materia manifestamente estranea alle competenze di chi scrive? La risposta affiora nel testo stesso, con il candore involontario di certe righe concepite più per essere notate nell’Appartamento che per informare i lettori: «È la prima volta che le criptovalute fanno capolino in un’enciclica». E allora bisognava esserci. Bisognava celebrare Magnifica humanitas, accreditarsi come interpreti tempestivi del nuovo pontificato e mostrare a Leone XIV una macchina comunicativa apparentemente pronta a rilanciarne il magistero.

Dietro questa solerzia, però, si intravede un’urgenza ben meno nobile: impedire che il Papa si accorga della distanza tra la narrazione ufficiale e ciò che realmente accade nei palazzi della comunicazione vaticana. Anche perché Leone XIV, che difficilmente potrebbe ricavare dall’Osservatore Romano un quadro attendibile dello stato delle cose, potrebbe finire per comprendere che molte delle denunce pubblicate da Silere non possum hanno un fondamento. E soprattutto potrebbe accorgersi che, mentre davanti ai riflettori lo si celebra e se ne amplifica ogni parola, dietro le quinte c’è chi lavora in direzione opposta.

Il timore, in fondo, è semplice: che il Pontefice comprenda il gioco, individui le resistenze interne e decida di mandare a casa chi ha trasformato la comunicazione della Santa Sede in uno strumento di autotutela, gestione del potere e sopravvivenza personale.

Peccato che il modo migliore per onorare un’enciclica non sia commentarla con errori da matita rossa. Se il paragrafo 160 meritava un approfondimento, e lo merita, esistono economisti, e ne esistono anche di eccellenti nelle università, che avrebbero potuto scriverlo con competenza. Ma questo avrebbe richiesto un passo indietro. E il passo indietro, a Piazza Pia, non è contemplato.

E Monda dov’era?

C’è poi una seconda responsabilità, che non può essere taciuta: quella di Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano. Il direttore di un quotidiano risponde di ciò che va in stampa. Tutto: titoli, testi, refusi. «Theter», «sheet coin», la «Banca Centrale America», i congiuntivi saltati, le date che si contraddicono da una colonna all’altra: ognuno di questi orrori è passato sotto gli occhi di una redazione e di un direttore senza che nessuno alzasse la mano. Non è la prima volta, e chi segue le tristi vicende di questo giornale lo sa bene: gli errori si accumulano numero dopo numero, e nessuno corregge, nessuno verifica, nessuno rilegge. Delle due l’una: o all’Osservatore Romano manca la struttura per fare i controlli, e allora ci si chiede a cosa servano gli organici e i bilanci del dicastero più costoso della Curia romana; oppure la struttura c’è e non lavora, e allora la domanda diventa un’altra, e più scomoda.

Il paradosso finale lo offre l’articolo stesso, quando ammonisce che non ci si può «permettere di delegare integralmente il tema della fiducia a codici e regole matematiche». Giusto. La fiducia si costruisce con la cura, la verifica, la competenza, l’umiltà di far scrivere chi sa. Tutte cose che in quelle due pagine non ci sono. Il quotidiano fondato per essere la voce più autorevole della Santa Sede meriterebbe di meglio dei compitini frettolosi di chi deve far sapere di aver letto l’enciclica. I lettori, e prima ancora il Papa, meritano di meglio.

T.C. e d.E.R.
Silere non possum




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