In questa settimana la Chiesa celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - il Corpus Domini -, la festa nella quale la fede contempla «Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi», come ha ricordato mercoledì scorso il Santo Padre. È una solennità che non si esaurisce nel raccoglimento dell'altare, ma che da sempre cerca la strada: perché il suo gesto proprio, quello che la distingue da ogni altra ricorrenza, è la processione con il Santissimo Sacramento.
La processione è la liturgia che esce dalle mura. L'ostia consacrata, sollevata nell'ostensorio sotto il baldacchino, attraversa le vie della città mentre il popolo canta e prega: non più i fedeli che entrano nel tempio, ma il tempio - il Corpo di Cristo - che entra nelle case, nelle piazze, nel lavoro e nella quotidianità degli uomini. È, nel senso più pieno, una pubblica professione di fede: dichiarare apertamente, davanti a tutti, che quel pane non è un simbolo vuoto ma una Presenza reale.
Le origini
Nasce nel XIII secolo dalle insistenze di una mistica, Giuliana di Liegi, e viene estesa alla Chiesa universale da Urbano IV con la bolla Transiturus de hoc mundo dell'11 agosto 1264 - secondo la tradizione, sull'onda del miracolo eucaristico di Bolsena dell'anno precedente, le cui reliquie sono tuttora custodite nel Duomo di Orvieto. Per la nuova solennità Tommaso d'Aquino compose l'ufficio e gli inni che ancora oggi risuonano nelle nostre chiese: il Pange lingua con il suo Tantum ergo, la sequenza Lauda Sion Salvatorem.
La processione, però, non era prevista alle origini: si diffuse spontaneamente tra il XIII e il XIV secolo, finché non divenne una delle più imponenti manifestazioni pubbliche della cristianità medievale. E quando, nel pieno della frattura protestante, la presenza reale fu messa in discussione, il Concilio di Trento volle che proprio quel corteo diventasse il «trionfo» pubblico della verità eucaristica: portare l'ostia per le strade significava professare, davanti a tutti, ciò che gli altri rifiutavano. Da allora il gesto ha plasmato il paesaggio e la cultura: gli altari della reposizione addobbati sulle soglie, e - in Italia - le infiorate che mutano i selciati in tappeti di petali, da Genzano a Spello.
L'invito del Pontefice
È a questo patrimonio che Leone XIV ha voluto richiamare i fedeli. All'udienza generale di questo mercoledì, salutando i pellegrini italiani, il Papa ha ricordato che «espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi», e ha aggiunto un incoraggiamento che suona quasi come una consegna: «mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede». Parole semplici, ma tutt'altro che scontate in un tempo in cui non pochi - anche tra i pastori - guardano alla processione come a un residuo del passato, da tollerare più che da promuovere.
Non è la prima volta che il Pontefice si spende per questo gesto. Già nell'Angelus della solennità del Corpus Domini, lo scorso 22 giugno, aveva ricordato che nell'Eucaristia «Dio si unisce a noi» e ci invita a unirci a Lui, e aveva indicato nella celebrazione «un segno luminoso» dell'impegno a essere «portatori di comunione e di pace gli uni per gli altri». La processione, insomma, non come spettacolo, ma come cammino di carità.
Sta qui, forse, la ragione più profonda dell'invito del Papa. Portare il Corpo di Cristo per le strade non è un atto di nostalgia, ma di coraggio: è dire, oggi come otto secoli fa, che la fede non ha bisogno di nascondersi. In un'epoca distratta e frettolosa, riscoprire la bellezza della processione - il canto, l'incenso, i petali, il silenzio dell'adorazione - significa accogliere fino in fondo ciò che Leone XIV domanda: che questa «bella manifestazione» non venga lasciata spegnere, ma custodita, valorizzata e restituita ai fedeli come ciò che è, il modo più antico e più vivo di accompagnare Dio in mezzo agli uomini.
d.V.B.
Silere non possum