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Rosalía canta il vuoto dell’Occidente
Attualità16 luglio 2026

Rosalía canta il vuoto dell’Occidente

Lux trasforma la mistica cristiana in linguaggio pop e intercetta una domanda che la secolarizzazione non ha cancellato.

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Il 7 novembre 2025 Rosalía ha annunciato il suo quarto album con una formula presa in prestito dal latino ecclesiastico: «Habemus album». Anche la copertina sembrava provenire da un immaginario religioso: sfondo celeste, velo bianco, un corpetto che trattiene le braccia e lo sguardo rivolto lontano. Il titolo, Lux, completava il quadro.

Dietro quell’immagine non c’era soltanto una provocazione costruita per attirare l’attenzione. Il disco comprende diciotto brani, realizzati con la London Symphony Orchestra e interpretati in tredici lingue. Al centro del progetto ci sono le mistiche, le sante e le veggenti: Ildegarda di Bingen, Simone Weil e altre figure appartenenti a una tradizione che la musica popolare contemporanea sembrava avere dimenticato.

Chi si attendeva una nuova operazione dissacrante, sul modello di quelle rese celebri da Madonna, è rimasto spiazzato. Rosalía tratta il materiale religioso con attenzione, curiosità e una serietà rara nel linguaggio del pop. Anche quando osa, come nel brano in cui Dio assume i tratti di un amante geloso e insistente, non riduce la fede a scenografia. Entra piuttosto nel territorio ambiguo e potentissimo della mistica, dove desiderio umano e desiderio di Dio finiscono per condividere le stesse parole. La critica ha accolto Lux come uno degli album più importanti dell’anno.

Rosalía, cresciuta senza battesimo in una Spagna profondamente secolarizzata, ha spiegato la propria ricerca con parole che sembrano andare oltre la promozione del disco: in un tempo privo di fede, certezze e verità, ha detto, il bisogno di fede, certezza e verità diventa ancora più forte.

Il suo caso non è isolato. La moda ha riscoperto veli, abiti monastici e silhouette conventuali. Il cinema ha ricominciato a raccontare la vocazione religiosa senza ricorrere necessariamente alla caricatura. In Spagna, gruppi musicali nati all’interno di movimenti di preghiera riescono a riempire i palazzetti. Pensatori come Byung-Chul Han incontrano un pubblico vastissimo quando descrivono la stanchezza di una società sovraccarica di stimoli, prestazioni e connessioni, ma sempre più povera di silenzio e significato.

Già nel 2018 il Metropolitan Museum di New York aveva intuito la forza di questo ritorno organizzando Heavenly Bodies, la grande mostra dedicata al rapporto tra moda e immaginario cattolico. Fu una delle esposizioni più visitate nella storia del museo. Paramenti, mosaici, croci, ori, veli e corone uscivano dalle sacrestie e dagli archivi per entrare nelle sale della cultura globale.

La domanda, dunque, non riguarda soltanto Rosalía. Perché una società che ha progressivamente allontanato la religione dalla vita pubblica continua a cercarne le forme, i simboli e il linguaggio? Perché una generazione cresciuta lontano dalle chiese riconosce ancora nel velo, nell’incenso, nella luce e nel canto qualcosa capace di parlare alla propria inquietudine?

Ridurre tutto a una strategia commerciale sarebbe rassicurante. Il sacro possiede certamente una forza visiva che la moda e l’industria culturale sanno utilizzare. Ma il marketing raramente produce dal nulla un desiderio collettivo. Più spesso lo individua, gli assegna una forma e lo trasforma in prodotto. Se queste opere incontrano un pubblico tanto vasto, significa che intercettano una domanda già presente.

Una prima risposta si trova nella tradizione cristiana. Il Cantico dei Cantici, custodito dalla Scrittura, è un poema attraversato dal desiderio, dalla bellezza dei corpi, dall’assenza e dalla ricerca dell’amato. Teresa d’Avila descrive la transverberazione con parole che rimandano insieme alla ferita, al piacere e all’abbandono. Gian Lorenzo Bernini traduce quell’esperienza nel marmo, scolpendo un’estasi nella quale il rapimento spirituale coinvolge ogni fibra del corpo.

La mistica cristiana ha spesso parlato la lingua dell’eros perché doveva raccontare un’esperienza di unione che superava il vocabolario ordinario. Il corpo non veniva cancellato: diventava il luogo attraverso cui tentare di esprimere l’inesprimibile. Gli artisti contemporanei che tornano a quella tradizione non stanno dunque inventando un legame arbitrario tra sensualità e religione. Stanno riportando alla luce una lingua che una parte della catechesi moderna ha impoverito, presentando troppo spesso la fede come un insieme di regole morali e il corpo come una fonte permanente di pericolo.

Una seconda risposta viene proprio dalla secolarizzazione. Quando la religione costituiva un obbligo sociale, la ribellione passava attraverso il sacrilegio. Si strappava la fotografia del Papa davanti alle telecamere, si utilizzavano croci, stimmate e ceri per scandalizzare un pubblico ancora abituato a riconoscerne immediatamente il significato.

Oggi quel meccanismo ha perso gran parte della propria efficacia. Le chiese si sono svuotate, la trasmissione familiare della fede si è indebolita e il catechismo non rappresenta più un orizzonte comune. In questo scenario, per molti giovani il cristianesimo non coincide più con l’istituzione dominante contro cui ribellarsi. Può apparire remoto, misterioso e persino clandestino.

Suor Xiskya Valladares, religiosa e missionaria digitale tra le più note in Spagna, ha osservato che il cristianesimo, non essendo più trasmesso automaticamente dalle famiglie, può essere percepito dalle nuove generazioni come qualcosa di underground e di dirompente. Il simbolo che per i genitori apparteneva all’abitudine, per i figli torna a essere una scoperta. Il rosario portato al collo, il velo, il latino e l’immagine di una santa acquistano una forza nuova proprio perché non fanno più parte del paesaggio quotidiano.

Una parte della Chiesa sembra aver compreso la portata del fenomeno. Il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha interpretato la ricerca di Rosalía come il segno del desiderio contemporaneo di ritrovare una vita interiore. Quando un’artista di tale livello torna a parlare di Dio, ha osservato, significa che ha percepito qualcosa che attraversa l’intera società.

Anche Mons. Luis Argüello, presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha invitato a prestare attenzione. La scelta di una popstar internazionale di cantare il vuoto prodotto dal materialismo, secondo il presule, rivela una tendenza culturale che la Chiesa dovrebbe ascoltare prima di giudicare. Sono reazioni prudenti, lontane sia dalla condanna preventiva sia dal tentativo frettoloso di trasformare Rosalía in una testimonial cattolica.

La questione più profonda riguarda il luogo assegnato al corpo nella ricerca spirituale. Il successo di opere come Lux suggerisce il bisogno di un linguaggio nel quale la pelle, il desiderio, il silenzio, la luce e l’incenso possano convivere. Un linguaggio capace di parlare della trascendenza senza espellere l’esperienza concreta dell’essere umano. Gli artisti contemporanei lo cercano spesso fuori dalle navate perché, dentro le navate, quella lingua si è fatta incerta. La Chiesa l'ha elaborata nei secoli attraverso i mistici, la musica, la poesia, i riti e le opere d’arte. 

Il successo di Lux non dimostra un ritorno generalizzato alla pratica religiosa, né consente di parlare con leggerezza di una nuova evangelizzazione. Rivela però una crepa nel racconto secondo cui la società contemporanea avrebbe definitivamente superato ogni domanda spirituale. Quella domanda continua a emergere nei luoghi più inattesi, perfino negli album di una popstar.

A noi, forse, resta il compito di riconoscerla. E forse anche quello di ricordare che il linguaggio oggi riscoperto dalla cultura pop appartiene da secoli alla nostra storia. 

s.R.V.
Silere non possum

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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