Città del Vaticano - Da tre giorni, con puntualità quasi liturgica, Mario Adinolfi affida ai propri legali lunghe dichiarazioni che puntualmente finiscono sulle pagine de Il Popolo della Famiglia. Il 9, il 10 e l'11 luglio. Tre testi in cui l'ex deputato, oggi agli arresti domiciliari su ordinanza del GIP di Roma, si proclama «totalmente innocente», denuncia una «gogna mediatica» orchestrata da non meglio precisati mandanti e “smonta”, una per una, le accuse che gli vengono mosse. Il nostro direttore ha già parlato di questa vicenda anche in un video.
Prima di tutto, occorre riconoscere che Adinolfi ha ragione quando contesta alcuni telegiornali che avrebbero attribuito all’associazione «Cristo Regna» una raccolta di tre milioni di euro. Le carte raccontano altro: nell’ordinanza si parla di poco più di tremila euro. Chi ha moltiplicato quella cifra per mille, evidentemente, non ha letto con attenzione il documento che aveva davanti. Su questo punto, il richiamo rivolto ai colleghi è pienamente fondato.
È proprio quel pressapochismo che Silere non possum denuncia da anni e che continua a segnare gran parte del giornalismo italiano: ricostruzioni approssimative, accuse lanciate senza adeguate verifiche, cifre e fatti amplificati fino a deformarne il significato. Un metodo che, tuttavia, lo stesso Adinolfi ha più volte utilizzato quando l’oggetto delle sue dichiarazioni non era la propria vicenda personale. È accaduto anche recentemente, nelle sue affermazioni contro persone originarie del Bangladesh.
Anche le restituzioni che egli elenca a propria discolpa - 83 mila euro a R.B., 60 mila a N.B., 34.258 a D.P., 63.890 a W.F. - compare effettivamente nell’ordinanza del GIP, quasi alla cifra esatta. Solo che gli inquirenti, il Pubblico Ministero e il Giudice le leggono in senso diametralmente opposto alla lettura che fa lui: restituzioni parziali che sarebbero servite, secondo l'ordinanza, a «mantenere il rapporto fiduciario coi clienti acquisiti ed incentivare ulteriori versamenti». La meccanica che gli inquirenti chiamano, senza giri di parole, schema Ponzi.
Altre affermazioni reggono assai meno il confronto con i documenti. Adinolfi giura che mai ha posseduto o acquistato «lingotti di qualsiasi metallo»; l'ordinanza cita una fattura dell'agosto 2025 di un'orologeria romana per lingotti e monete da 14.200 euro, pagati con assegno che risulterebbe sottoscritto da lui stesso. Assicura di non aver «mai sollecitato nessuno»; il capo d'imputazione descrive invece un'attività pluriennale di proposta e sollecitazione di "quote", condotta attraverso mail, social e passaparola. Mario Adinolfi ironizza sull'«orologio Omega da 45mila euro che non esiste», e forse in un listino davvero non esiste: quella cifra corrisponde però al totale dei bonifici partiti dai suoi conti verso un unico beneficiario, con causali riferite a un Omega Seamaster e a del mobilio. Sostiene che i 600mila euro finiti ai casinò sarebbero iscrizioni a tornei che avrebbero «prodotto vincite dimostrabili»; gli accertamenti parlano di oltre 678mila euro in uscita verso enti di gioco senza alcun accredito di ritorno sui suoi conti. Ripete che «in molti» con lui avrebbero guadagnato; secondo gli inquirenti a ricevere una remunerazione sarebbe stato circa il 3% di chi inviava denaro, mentre la parte largamente maggioritaria delle somme raccolte avrebbe preso la via di spese personali e di trasferimenti a soggetti estranei al presunto gruppo di scommettitori: viaggi alle Maldive e in Egitto, soggiorni a Courmayeur, quadri, imbarcazioni, catering per oltre 140mila euro. Beni che, curiosamente, non risulterebbero mai intestati a lui - circostanza che Adinolfi brandisce come prova della propria vita «da monaco» e che il giudice legge invece proprio come deliberata accortezza nel tenere il patrimonio lontano dalla propria formale riferibilità. Perfino la sua difesa più accorata, quella sul pericolo di fuga che «troppo evidentemente non sussiste», colpisce un bersaglio inesistente: il GIP non lo ha mai contestato. La misura poggia su altro: il rischio di reiterazione e, soprattutto, il pericolo di inquinamento probatorio.
Il senso della misura cautelare
Ed è su questo punto che dovrebbero riflettere anche coloro che difendono Adinolfi. Non i leoni da tastiera che presidiano ogni post in cui si parla di lui, riversandovi insulti e minacce secondo uno schema che, forse, hanno appreso proprio da qualcuno. Il richiamo riguarda soprattutto i suoi legali, chiamati a esercitare la difesa con gli strumenti e la responsabilità propri della professione.
L'ordinanza ha vietato ad Adinolfi, in termini definiti assoluti, l'uso di dispositivi telefonici, informatici e telematici «anche per interposta persona», lasciando aperto un solo canale: i rapporti con il difensore, a fini difensivi. E ci mancherebbe altro. Il giudice ha motivato questa scelta con il timore che l'indagato possa avvicinare chi ha già sporto denuncia e indurlo alla ritrattazione, richiamando anche l'aggressione dell'aprile scorso a un inviato de Le Iene e i post con cui essa venne rivendicata, letti negli atti come un messaggio di sopraffazione capace di dissuadere vittime e testimoni dal collaborare. La Cassazione, del resto, ha da tempo chiarito che il divieto di comunicare imposto a chi si trova ai domiciliari copre ogni modalità, verbale o scritta, che metta l'indagato in contatto con terzi, e ancora nel 2025 ha ritenuto violato il divieto anche quando il messaggio, pubblicato sui social per una platea indeterminata, risulti riconoscibile dalle persone offese come rivolto a loro. Difficile immaginare qualcosa di più riconoscibile di un elenco di iniziali e di somme, accompagnato dall'epiteto di «sedicenti vittime» che si vendicherebbero associandosi a una «banda criminale».
Lunedì Adinolfi comparirà davanti al giudice per l'interrogatorio di garanzia. È quella la sede - l'unica - in cui un uomo che resta ovviamente innocente fino a sentenza definitiva può e deve far valere le proprie ragioni: spiegare le causali dei bonifici, documentare le vincite, chiarire la natura dei versamenti. Se le sue tesi fossero solide come i suoi comunicati lasciano intendere, non avrebbe che da esporle a chi ha il potere di rimetterlo in libertà, anziché dettarle a un pubblico che non può assolverlo ma può, questo sì, essere raggiunto anche dalle persone che lo hanno denunciato.
Colpisce, infine, la disinvoltura con cui oggi vengono invocati il segreto istruttorio, la presunzione di innocenza, il diritto a non essere processati sui giornali. Princìpi sacrosanti, che questa testata giornalistica difende da sempre e per chiunque. Ma a reclamarli è lo stesso uomo che, appena una settimana prima dell'arresto, girava per le vie di Roma puntando la telecamera in faccia a commercianti e rivenditori, accusandoli in diretta di appartenere a una mafia, senza processo, senza contraddittorio, senza garanzie. Le tutele dello Stato di diritto valgono per tutti, anche per chi le ha negate agli altri. Sarebbe però un progresso se chi le scopre soltanto quando bussano alla propria porta cominciasse a rispettarne anche la prima: quando un giudice vieta le comunicazioni con l’esterno per proteggere le prove e le persone offese, quel divieto si rispetta. Anche, e soprattutto, senza aggirarlo per interposta persona.
Marco Perfetti
Silere non possum



