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Agostino: «Un crogiuolo quotidiano è per noi la lingua degli uomini»
Chiesa cattolica28 agosto 2026

Agostino: «Un crogiuolo quotidiano è per noi la lingua degli uomini»

Sant’Agostino conosceva il peso della lode, del biasimo e del desiderio di piacere. Le sue parole restano una delle analisi più severe della vanità religiosa e dell’autorità.

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A quarant’anni si dovrebbe avere una conoscenza almeno decente dei propri difetti. La vita religiosa, poi, offre un osservatorio piuttosto spietato. Gli stessi corridoi, gli stessi volti, una campana che interrompe ciò che stavi facendo, i salmi cantati quando avresti preferito tacere, fratelli che conoscono abbastanza bene le tue virtù da non esserne più impressionati e abbastanza bene i tuoi difetti da ricordarteli senza bisogno di un trattato ascetico. Eppure, esistono regioni di noi stessi nelle quali continuiamo a muoverci quasi al buio. Una di queste è il desiderio di essere approvati.

Sant’Agostino ne sapeva qualcosa. Prima della conversione aveva cercato il successo con la voracità di un uomo dotato che conosce il proprio talento e vuole che gli altri se ne accorgano. Quando rievoca gli anni dell’insegnamento, nelle Confessioni, non risparmia il giovane retore che era stato. Parla di una «fama popolare vuota», inseguita fino agli «applausi teatrali», ai concorsi poetici, alle gare e agli spettacoli. Di sé professore scrive con una frase che potrebbe bastare a demolire parecchie carriere costruite sulla parola: «vendevo chiacchiere atte a vincere cause».

Sarebbe comodo lasciare quella vanità a Cartagine, insieme agli amori giovanili, ai Manichei e alle ambizioni del retore. Agostino impedisce questa consolazione. Nel libro X delle Confessioni parla da uomo convertito, da pastore, da uomo che ha pregato, studiato, predicato, guidato altri. Ed è proprio allora che la questione diventa più inquietante. Si domanda se sia davvero libero dal «desiderio di farsi temere e amare dagli uomini». Conosce il meccanismo. Sa che la vita sociale rende inevitabile essere guardati, giudicati, talvolta lodati. Il problema comincia quando l’animo si abitua a quelle voci e finisce per attendere ciò che Agostino chiama con un’espressione quasi infantile: i lacci dei «Bravo, bravo».

I lacci.

Una parola non scelta a caso. Un laccio non immobilizza necessariamente al primo istante. Si stringe. All’inizio sembra leggero, persino piacevole. Qualcuno apprezza una predica. Un confratello riconosce una capacità. Un superiore si fida. Una persona viene a cercarti perché ha trovato utile ciò che hai detto. Un articolo viene letto e apprezzato, una conferenza suscita consenso, una responsabilità viene affidata. In tutto questo può esserci del bene. Agostino lo sa e proprio per questo la sua analisi è così scomoda. Il piacere della lode sa insinuarsi dentro le opere buone senza alterarne immediatamente la forma esterna.

Si può continuare a predicare bene. Si può governare con diligenza. Si può studiare seriamente. Si può celebrare con devozione. Si può perfino accettare incarichi gravosi con autentico spirito di servizio. Nel frattempo, quasi senza accorgercene, cominciamo a prestare attenzione al ritorno che quelle azioni producono negli altri. L’opera rimane buona; il cuore comincia a fare conti.

Agostino arriva a confessare qualcosa che difficilmente un uomo pubblico ammetterebbe: «mi compiaccio delle lodi». Poi precisa che preferirebbe la verità all’approvazione universale, ma riconosce che la lode ricevuta accresce il godimento per il bene compiuto e che il biasimo lo diminuisce.

Questa confessione vale più di molte pagine sull’umiltà. Perché l’umiltà diventa facilmente un altro argomento sul quale sentirsi competenti. Agostino, invece, si mette sotto interrogatorio.

Ed ecco la frase che, nella solennità che celebriamo oggi, meriterebbe di essere lasciata per qualche ora sul leggio del coro: «Un crogiuolo quotidiano è per noi la lingua degli uomini». Il crogiuolo serve a mostrare cosa contiene davvero il metallo. La lingua degli altri fa qualcosa di simile con noi.

Una lode può rivelare una dipendenza che ignoravamo. Una critica può far emergere una suscettibilità che avevamo decorato con nomi più dignitosi. Basta osservare ciò che accade quando qualcuno non riconosce il nostro lavoro, quando preferisce un confratello, quando un superiore non ci consulta, quando una nostra proposta viene ignorata, quando la predica sulla quale avevamo lavorato molto lascia indifferenti, quando un articolo al quale tenevamo passa quasi inosservato.

Allora affiorano argomenti molto raffinati. Ci convinciamo che è in gioco la giustizia. La verità. Il bene della comunità. La correttezza delle procedure. Talvolta è davvero così. Altre volte stiamo semplicemente soffrendo perché qualcuno non ci ha detto «bravo».

Agostino conosce persino questo secondo livello della menzogna interiore. Arriva a domandarsi perché un’offesa ingiusta rivolta a lui lo ferisca più della stessa ingiustizia rivolta a un altro. E conclude con parole che fanno male proprio perché sono pronunciate da un uomo abituato a scrutarsi: «Qui conosco me stesso meno di come conosco te». Poco dopo ammette: «io m’inganno da solo».

Chi vive in monastero dovrebbe conoscere bene questa possibilità. L’abito non la elimina. Il silenzio non la elimina. Neppure l’obbedienza, da sola, la elimina.

Esiste una vanità rumorosa, facilmente riconoscibile, e ne esiste una assai più ecclesiastica. Quest’ultima sa parlare piano. Non pretende necessariamente il primo posto; desidera essere considerata degna del primo posto. Può rinunciare a un incarico purché qualcuno noti la rinuncia. Può sopportare di essere nascosta purché sia conosciuta la sua capacità di stare nascosta. Può evitare di parlare di sé e aspettare che siano gli altri a farlo.

Agostino arriva fino a questa piega. Scrive che l’amore delle lodi raccoglie «consensi mendicati» e avverte che la tentazione sopravvive perfino mentre la si condanna. Poi aggiunge una delle osservazioni più penetranti dell’intero passaggio: «Spesso per colmo di vanità ci si gloria del disprezzo stesso in cui si tiene la vanagloria». Si può diventare vanitosi della propria modestia.

Chi ha frequentato abbastanza a lungo gli ambienti ecclesiastici sa che la questione non è accademica. Abbiamo sviluppato un vocabolario sterminato per parlare del servizio, dell’umiltà, dell’ascolto, del discernimento. Le parole possono essere sincere. Possono anche offrire una copertura impeccabile alla vecchia fame di considerazione.

La vita religiosa possiede, inoltre, una forma di notorietà tutta sua. Non servono folle. Basta un piccolo sistema di riconoscimenti: essere ascoltati dal superiore, essere cercati dai giovani, avere fama di confessore sapiente, di predicatore efficace, di studioso, di uomo equilibrato, di religioso “autentico”. Anche la reputazione di persona spirituale produce un piacere. Forse è proprio questa una delle lodi dalle quali è più difficile difendersi, perché giunge travestita da conferma del bene compiuto.

Agostino porta la questione ancora oltre quando parla della città terrena. Il suo criterio è impietoso: «Quella infatti esige la gloria dagli uomini». La città celeste ha un altro testimone: «Dio testimone della coscienza».

Qui si comprende perché il problema della lode tocchi anche l’autorità. Un uomo che ha bisogno di approvazione diventa vulnerabile proprio nel momento in cui riceve potere. Comincerà a circondarsi di coloro che confermano l’immagine che ha costruito di sé. Avvertirà come slealtà una critica utile. Interpreterà la franchezza come insubordinazione. Premierà con maggiore facilità chi sa mostrargli deferenza. E potrà continuare a chiamare tutto questo governo, prudenza, tutela dell’unità.

Agostino descrive la città terrena dicendo che in essa «domina la passione del dominio»; dove l’ordine è diverso, i capi e coloro che obbediscono «si scambiano servizi nella carità». Non c’è qui un’ingenuità sull’autorità. Agostino conosce il comando, l’obbedienza, la disciplina ecclesiale. La domanda riguarda ciò che accade dentro l’uomo mentre esercita quel potere.

A quarant’anni, questa domanda mi sembra più seria di quanto mi sembrasse a venticinque. Da giovani è facile pensare che la libertà consista nel vincere le grandi passioni visibili. Con gli anni ci si accorge che alcune dipendenze diventano più educate. Hanno imparato il nostro linguaggio. Conoscono la Scrittura che citiamo, le virtù delle quali parliamo, persino gli argomenti con i quali cerchiamo di smascherarle.

Il «Bravo, bravo» di Agostino attraversa i secoli perché la materia umana è rimasta sorprendentemente stabile. Forse la disciplina più severa, per chiunque abbia ricevuto una parola pubblica o un’autorità nella Chiesa, consiste allora nel continuare a fare bene ciò che deve fare senza vivere della risposta che ne riceve. Accogliere una lode senza nutrirsene. Ascoltare una critica senza trasformarla immediatamente in un processo alle intenzioni. Lasciare che un altro riesca meglio. Vedere un confratello stimato senza sentire che qualcosa ci è stato sottratto.

Agostino non parla da un piedistallo. Trema davanti alla possibilità di ingannare sé stesso. Questo è forse il tratto che oggi vale la pena ricordare più di altri. Un vescovo, uno dei più grandi intellettuali della cristianità, un uomo la cui parola avrebbe attraversato quindici secoli, arrivato al punto di esaminare la propria relazione con la gloria umana, scrive di conoscere sé stesso meno di quanto conosca Dio.

Noi, qualche volta, siamo molto più sicuri.

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