Venerdì sera, a sorpresa e senza preavviso, l'arcivescovo di Milano si è presentato nella piccola chiesa di San Carlo al Lazzaretto - nel cuore di quella che il quotidiano italiano Corriere della Sera chiama, in modo sprezzante, la «movida arcobaleno» milanese. L’Arcivescovo si è recato in questa realtà per presiedere lui stesso la Santa Messa che da cinque anni un suo vicario celebra ogni secondo venerdì del mese. Davanti a una cinquantina di persone, nella ricorrenza del Sacro Cuore, il presule ha tenuto un'omelia breve, tutta raccolta attorno a un principio: «il Signore ama ogni persona».
E le polemiche, puntuali, sono arrivate. Sono comparse sui soliti psicoblog e sulle pagine di personaggi tanto grotteschi quanto imbarazzanti, con biografie pubbliche e private sulle quali sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Il copione è sempre lo stesso. Sono quelli che si presentano come difensori della “famiglia cattolica e tradizionale”, pur avendo alle spalle storie familiari tutt’altro che lineari. Sono quelli che brandiscono l’omosessualità come una colpa, salvo poi cercare uomini quando pensano che nessuno li veda. Sono quelli che vedono gay ovunque, tranne che allo specchio. Parlano continuamente di sesso e della vita altrui, spesso proiettando sugli altri ciò che non riescono ad accettare di sé.
Questa volta, però, il bersaglio è l’Arcivescovo di Milano, colpevole - si fa per dire - di aver fatto ciò che un vescovo dovrebbe fare: andare da una parte della sua comunità diocesana e celebrare la Santa Messa.
Parliamo sempre degli stessi personaggi: usano la Chiesa come strumento per battaglie politiche, trattano papi e vescovi come capi partito, pretendono obbedienza alle proprie ossessioni e, quando qualcuno non si piega al loro schema, passano all’insulto. Non hanno idea di che cosa significhi essere prete, padre di una comunità. Ancora meno sanno che cosa significhi essere vescovo. Eppure parlano con quella spocchia di chi pretende di spiegare a un arcivescovo come si governa una diocesi, come si accompagna un popolo, come si sta accanto a una comunità. Per l’Arcivescovo Mario Delpini non è una novità. Lo hanno fatto anche di recente, arrivando ad attribuirgli la responsabilità delle scelte di alcuni suoi preti, come se un vescovo dovesse trasformarsi nel cane da guardia delle canoniche e delle coscienze altrui. La mattina in cui l’Arcidiocesi era in festa per l’ordinazione dei nuovi sacerdoti, alcuni giornalisti hanno pensato bene di andare a caccia dell’Arcivescovo per chiedergli conto delle sciocchezze circolate sui social, alimentate da qualche triste personaggio in cerca di attenzione.
Delpini, come spesso accade, ha risposto senza perifrasi. Le polemiche, ha detto, sono «sempre un pretesto per altro». La pretesa di chi pensa di saperne più di coloro che hanno una responsabilità concreta è «una forma di ottusità». Quanto poi a chi vorrebbe insegnargli come si fa il prete - anzi, ha aggiunto, a chi pretenderebbe perfino di spiegargli «come si fa il vescovo» - la sua risposta è stata di una semplicità disarmante: «Non fa effetto, non ascolto e quindi non mi accorgo di ciò che dicono».
Tradotto in volgare, è un sereno “me ne frego”. Delpini, però, non appartiene alla categoria dei presuli sofisticati che fingono di ignorare le posizioni scomode o le critiche rivolte loro. Il punto è un altro: sa distinguere ciò che merita ascolto da ciò che resta semplice rumore. Una critica seria si valuta. Il chiasso prodotto da chi cerca solo visibilità si lascia cadere. Il punto interessante, però, non è la serenità di un vescovo che ne ha viste tante. È ciò che quella serenità si rifiuta di alimentare: la macchina dell’indignazione permanente, pronta a rimettersi in moto ogni volta che qualcuno esce dai ranghi - dai loro ranghi - sposta una processione, apre una porta, depone un ministero, lascia una comunità. A commentare sono laici che non sanno neppure chi decide che cosa nella Chiesa, quali siano le responsabilità reali, perché alcune scelte vengano fatte e dentro quali percorsi maturino. Però commentano. Attaccano. Digitano. Sentenziano. Sorvoliamo, poi, su quelli che si definiscono “giornalisti” e mostrano una capacità di verifica delle fonti da far venire la pelle d’oca. Del resto i casellari giudiziari di questi personaggi “cantano”.
Ciò che questi personaggi non arrivano a comprendere è che la salute di una comunità non si misura da come tratta i suoi “santi” - si fa per dire - ma da come guarda chi se ne va, chi resta ai margini, chi non rientra più nello schema. E questa parte del “mondo cattolico”, soprattutto quella digitale, piccola nei numeri ma molto rumorosa, questo esame lo fallisce con una regolarità che dovrebbe inquietare. La durezza riservata a chi non è d’accordo con loro, a chi prende le distanze o semplicemente a chi se ne va racconta pochissimo di chi compie quella scelta. Racconta molto di più di chi resta a gridare.
Il transfuga e il confine
Cambia il soggetto, non il copione. Può essere il vescovo che apre una porta sgradita, il sacerdote conosciuto che lascia il ministero, il seminarista che esce a un passo dall'ordinazione, la religiosa che lascia il convento, il fedele che abbandona un movimento laicale. In ogni caso, passate poche ore, parte la macchina del fango per poter “neutralizzare”, “zittire”, “delegittimare”.
Ogni gruppo che fonda la propria identità su un confine - noi dentro, gli altri fuori - ha un problema strutturale con chi quel confine lo attraversa, o lo allarga, di sua iniziativa. Il nemico esterno, in fondo, conferma il gruppo: è la prova vivente che fuori c'è il buio. Ma chi era dentro e si muove diversamente è un'altra cosa. È una smentita. Se uno dei nostri - e magari uno dei più autorevoli, dei più in vista - ha potuto pensarla così, allora il confine non era così invalicabile, la nostra certezza non era così salda. Il transfuga, o anche solo chi devia, ferisce il gruppo non con ciò che dice, ma con ciò che è: un controesempio vivente. Da qui nasce la reazione tipica, che non è odio puro ma riparazione. Bisogna riportare l'ordine simbolico al suo posto, e lo si fa riscrivendo il passato: non se n'è andato uno dei buoni, se n'è andato uno che non era mai stato davvero dei nostri. Era ambizioso, tiepido, interessato, sedotto dal mondo. Così il confine torna intatto e il gruppo, espulso il membro malato, si ricompatta. È il vecchio meccanismo del capro espiatorio che René Girard ha descritto fino allo sfinimento: la comunità scarica le proprie tensioni e ritrova la propria unità riversandole su uno solo. L'indignazione collettiva è una forma di “comunione”. La più facile e la più velenosa. Quella da cui ci ha messo in guardia Leone XIV nei diversi discorsi rivolti ai movimenti.
Che non sia un automatismo marginale lo conferma chi ha studiato gli abusi nella vita religiosa. Dom Dysmas de Lassus, priore della Grande Certosa, fissa la soglia della deriva settaria con una precisione chirurgica: comincia quando un gruppo arriva a considerarsi «superiore a tutti gli altri». Da lì discende, in linea retta, il disprezzo per chi è fuori e per chi osa muoversi. Nelle comunità malate, documenta de Lassus, di chi se ne va non si raccontano mai le ragioni vere: si lascia intendere che «era colpa sua». E se l'interessato prende la parola, la risposta è sempre identica - parla per rivalsa, per vendetta, con intenzione malevola. Non ha diritto a una storia complessa: gli si assegna una parte sola, quella che de Lassus chiama con amara ironia «la piccola suora che ha osato allontanarsi». L'odioso di turno, il personaggio negativo necessario a salvare l'immagine di tutti gli altri.
Arcidiocesi di MilanoIl falò digitale
Resta da capire perché tutto questo, in rete, diventi così feroce e così rapido. La spiegazione consueta è la «camera dell'eco»: persone chiuse tra simili, con le stesse opinioni che rimbalzano amplificate. Ma è una spiegazione che non regge alla prova dei fatti. Anton e Petter Törnberg, analizzando vent'anni di conversazioni nello spazio digitale più tossico che esista, mostrano che gli «echi» di queste comunità non sono quasi mai convinzioni condivise ripetute allo specchio: sono, in larga parte, il rumore dell'avversario che viene attaccato, deriso, demolito. Questi ambienti non vivono di consenso. Vivono di nemici.
La loro tesi - costruita su Émile Durkheim e su Randall Collins - è che la politica dei social funziona come un rito. Momenti di attenzione e di emozione condivise producono quella che gli autori chiamano «energia emotiva» e un senso di appartenenza che trasforma degli sconosciuti in una tribù. Il contenuto conta meno dell'atto di farlo insieme: come il canto attorno a un fuoco, dove le parole pesano meno del ritmo e della presenza comune. Lo schermo, scrivono, è un falò digitale. Lo studio nasce su un terreno estremo - un noto forum suprematista - ma i due autori insistono su un punto che lo rende trasferibile ben oltre quel caso: il meccanismo non è una patologia esotica, poggia sugli stessi bisogni normalissimi di appartenenza e di senso che muovono ogni comunità umana. E allora si capisce a cosa serva, davvero, chi devia o se ne va. È combustibile fresco: un oggetto comune su cui far convergere lo sguardo, un totem di emozione negativa attorno al quale, per una sera, una folla dispersa si sente finalmente comunità. La crudeltà non è un effetto collaterale del rito. È il rito.
Qui sta il rovescio più inquietante, quello che dà il titolo al loro libro: comunità intime dell'odio. Il calore, il fervore, i legami sinceri che si stringono in questi gruppi non nascono nonostante l'ostilità, ma grazie a essa. Solidarietà e conflitto, osservano i Törnberg, sono due facce della stessa moneta: il dentro diventa il bene, il fuori il male, e chi si sente del tutto dalla parte giusta trova giusta qualunque durezza verso il nemico. È così che persone convinte di difendere la fede arrivano a scrivere, sotto il nome del bersaglio di turno, cose che nessuna fede potrebbe giustificare.
Lo specchio della folla
Sotto la dinamica di gruppo lavora poi una molla psicologica. La mente fatica a tollerare la dissonanza. Per anni si è ammirato qualcuno - un sacerdote seguito da mezza Italia, ma anche, più in piccolo, il leader di un gruppo, il seminarista, la monaca, il pastore di cui ci si fidava. Su quella figura si era investito qualcosa di sé. Quando delude, restano due strade. La prima è dolorosa e adulta: ammettere che una persona ammirata può avere bisogno di altro, può prendere strade diverse dalle nostre, era anche fragile, contraddittoria, libera, e che si può sbagliare o cambiare strada senza essere un truffatore. La seconda è immediata e anestetizzante: capovolgere il segno. In psicologia diremmo scissione - l'idolo di ieri diventa il colpevole di oggi, perché vederlo grigio è insopportabile mentre vederlo nero è comodo. L'adorazione e il linciaggio nascono dalla stessa incapacità di reggere la complessità di una persona reale.
A questo si aggiunge il bisogno, profondissimo, di credere in un mondo giusto. Se chi cade lo merita, allora il mondo ha ancora un ordine morale e io, che non sono caduto, sono al sicuro. Condannare l'altro serve a rassicurare se stessi. E spesso, sotto la condanna, c'è la proiezione: punire fuori ciò che non si vuole vedere dentro. È qui che il fenomeno smette di essere generico e prende un volto preciso. Inquietante.
L'armatura dell'intransigenza
C'è infatti un sottoinsieme di questa folla che ne è quasi sempre l'avanguardia più rumorosa: gli intransigenti di professione, quelli per cui la fede coincide con l'elenco di ciò che gli altri sbagliano. Sono i più rapidi a emettere la sentenza quando un prete lascia, un seminarista esce, un vescovo apre una porta; e i più creativi nell'aggravante, perché al fatto aggiungono sempre il sospetto sulla vita privata, l'accusa di immoralità, di doppiezza, talvolta di illegalità.
Conviene allora guardare da vicino proprio chi grida più forte. La psicologia ha un nome per questo meccanismo, la formazione reattiva: si combatte con violenza esibita ciò che si teme di custodire dentro. Non è una malignità da corridoio, è un'esperienza ripetuta fino alla monotonia. Chi tuona contro il divorzio e fa dell'indissolubilità una clava ha non di rado un matrimonio fallito o tradito alle spalle. Chi marchia gli omosessuali come «sodomiti» appartiene, in una quota tutt'altro che rara, alla stessa categoria di chi di notte e di nascosto cerca esattamente ciò che di giorno condanna - magari forte di una vita coniugale ineccepibile sulla carta. L'intransigenza, in questi casi, non è il segno di una coscienza più limpida. È un'armatura. Più la voce è dura, più dietro c'è qualcosa da coprire.
Il meccanismo funziona su due livelli, e per questo è così tenace. Sul piano psicologico, condannare ad alta voce mette distanza tra sé e il proprio segreto: se attacco il peccato dell'altro con sufficiente furia, dimostro - a me prima ancora che agli altri - di non essere come lui. Sul piano sociale, la severità è una credenziale: nei gruppi dove l'identità si misura in rigore, chi accusa di più guadagna titoli, autorità e una curiosa immunità. Diventa l'inquisitore, e l'inquisitore è l'ultima persona che a qualcuno verrebbe in mente di andare a frugare. È la copertura perfetta.
De Lassus aveva colto l'ultima mossa di questo gioco descrivendo come reagisce l'accusatore quando viene a sua volta messo in discussione: si proclama vittima - della Chiesa molle, del mondo, del «buonismo» che non condanna abbastanza. Si traveste da perseguitato proprio nell'atto di perseguitare. Chi vive di accuse non tollera di essere guardato. E così l'incongruenza più grossa finisce sempre dalla stessa parte: non in chi devia o se ne va, ma in chi resta a indicarlo, impeccabile in pubblico e franoso in privato, rigorista sulla vita altrui perché non regge lo sguardo sulla propria.
Sia chiaro: non tutti coloro che amano la tradizione o rispettano la dottrina appartengono a questa categoria. Confondere la fedeltà con il fanatismo sarebbe lo stesso errore, solo rovesciato. Esistono comunità, guidate anche da sacerdoti seri e santi, che vivono la tradizione con sincero amore per la Chiesa e con rispetto per gli altri. È anche a queste realtà che guarda Leone XIV quando riflette sulla possibilità di rimuovere alcune restrizioni prive di reale senso pastorale. C’è chi crede davvero, con coerenza, e merita rispetto. Queste persone, però, non trasformano la vita altrui in un tribunale permanente per evitare di salire, loro per prime, sul banco degli imputati.

Non è zelo. È la malattia che si crede salute
Va detta allora la cosa che molti non vogliono sentire. Questo accanimento non è eccesso di fede, non è zelo per la verità che sbaglia per troppo amore. È un'altra cosa, e i Padri la conoscevano: è la religione ridotta a identità di gruppo, dove si è cattolici non per ciò che si ama ma per ciò che si odia, e dove serve sempre un nemico - meglio se interno, meglio se appena uscito dai ranghi - per sentirsi finalmente dalla parte giusta. È, in piccolo e diffuso nelle parrocchie, nei movimenti e nelle bacheche, la stessa deriva settaria che de Lassus descrive nelle comunità chiuse: il pensiero unico, la certezza di essere i soli rimasti fedeli, il disprezzo come collante.
Eppure la fede cristiana, quella vera, dice esattamente il contrario. Dice che quando un membro del corpo soffre, soffre tutto il corpo - non che il corpo si libera del membro malato. Dice che la prima parola davanti a chi si muove o se ne va non è la sentenza ma l'ascolto, e che l'altro, anche l'altro che ci delude, resta una persona e non una parte da recitare nel nostro teatro morale. Mettere al centro chi soffre, e non l'immagine che vogliamo difendere, è la sola conversione che impedisce di tornare sempre agli stessi modi di fare. Gli esempi positivi li abbiamo, sia chiaro, basta osservarli.
Togliere il microfono
Si capisce allora perché la risposta dell'arcivescovo da cui siamo partiti sia, nella sua brutalità, esattamente quella giusta. Tutto il potere di questi gruppi sta nel credito che si concede loro: vivono dell'attenzione, della reazione, del like, del repost, dello scandalo che riescono a innescare - il falò ha bisogno di qualcuno che gli giri intorno. Tolto il credito, restano per ciò che sono: un rumore. Non si discute con chi ha bisogno di un colpevole per sentirsi comunità; gli si toglie il microfono. «Non fa effetto, non ascolto» non è indifferenza: è la sola mossa che spenga il rito, perché lo priva del suo combustibile, cioè di noi.
Allora la prossima volta che qualcuno - un vescovo, un prete, un seminarista, una suora, un semplice battezzato - si muoverà fuori dal recinto o se ne andrà, e la muta si radunerà, varrà la pena fare una domanda diversa da quelle che si sentiranno gridare. Non «cosa ha fatto di male», ma: perché abbiamo tanto bisogno che abbia fatto del male? La risposta, quasi sempre, non parla di lui. Parla di noi.
d.M.C.
Silere non possum