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Palmieri, il disastro è servito: una pastasciutta manda in tilt la diocesi
Chiesa cattolica20 luglio 2026

Palmieri, il disastro è servito: una pastasciutta manda in tilt la diocesi

Ad Ascoli un evento antifascista diventa un caso nazionale, il vescovo scarica le responsabilità su padre Floribert e il giornale diocesano risponde ai contestatori agitando altri quindici anni di episcopato. Una gestione improvvisata che divide la città e travolge la credibilità della curia.

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Ascoli Piceno - «E per buona pace di chi ha scritto lo striscione, ricordiamo che il mandato del Vescovo Gianpiero terminerà fra 15 anni!». Si chiude con questo sberleffo l’editoriale che L’Ancora, la testata della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone - Montalto, ha voluto dedicare alle contestazioni piovute su Mons. Gianpiero Palmieri. Una chiusa che da sola meriterebbe un posto nei manuali di comunicazione ecclesiastica, alla voce: come tramutare una polemica di provincia in uno sfregio rivolto a un’intera città. Perché quel conteggio degli anni di mandato, sbandierato come un trofeo, suona a chi legge come un avvertimento, quasi una minaccia: rassegnatevi, sarà qui per molto.

Il testo, peraltro, merita di essere letto per intero, tanto è istruttivo. Ovviamente è la trascrizione di una nota scritta da don Giampiero Cinelli, neanche a dirlo, spacciata per "Nota della Comunità Diocesana". Vi si sostiene che allo striscione anonimo comparso in via Marini, con la scritta «Vescovo via da Ascoli», «sarebbe stato preferibile non attribuire un tale spazio mediatico», non essendo chiaro «quale sia il reale interesse giornalistico della vicenda». Peccato che a conferirgli quello spazio sia proprio l’editoriale in questione, che lo eleva addirittura a «segno che quella parola ha raggiunto il suo obiettivo: ha toccato le coscienze». Il presule viene poi accostato a Cristo, «segno di contraddizione», secondo un procedimento retorico tanto abusato quanto imprudente: ogni critica al vescovo diventa, per ciò stesso, conferma della sua fedeltà evangelica. Con un simile ragionamento circolare qualunque contestazione, fondata o pretestuosa che sia, si trasforma in medaglia. Si invoca infine il dialogo, purché «animato dalla ricerca sincera della verità»: clausola che consente di squalificare in partenza chiunque dissenta.

Chi conosce l’ambiente sambenedettese ed ascolano non si stupisce. Per una parte consistente del presbiterio, tanto ad Ascoli quanto a San Benedetto del Tronto, il giornale diocesano è ormai diventato una barzelletta quotidiana. Una testata imbarazzante quanto Giampiero Cinelli e che, proprio come lui, mostra ogni giorno di non saper comunicare, di ignorare le regole più elementari della deontologia professionale e di rappresentare un danno concreto per la diocesi e per il suo vescovo, la cui gestione offre già di per sé abbondanti motivi di perplessità. Nel clero quanto nei fedeli.

Messaggio di don Giampiero Cinelli nel gruppo del Consiglio Pastorale Diocesano che risponde in modo "molto professionale" ad un saggio prete che gli ha fatto notare l'inopportunità di questo modo di comunicare.

 

L’articolo in questione, naturalmente privo di firma, ne offre un saggio eloquente. La testata scende in campo per difendere il vescovo a spada tratta - del resto, sembra essere questo l’unico motivo della sua esistenza - e finisce per scivolare nel più prevedibile servilismo di corte. Con un’aggravante: l’uso di un tono sarcastico che una pubblicazione ecclesiale dovrebbe essere la prima a evitare.

Un registro che, purtroppo, è stato adottato di recente anche da un’altra diocesi, della quale parleremo nei prossimi giorni. In quel caso si è scelto di commentare i deliri di un millantatore professionista e perfino di ingaggiare un botta e risposta nei commenti dei vari profili Facebook, offrendo uno spettacolo poco edificante. Inutile aggiungerlo: anche in quella vicenda compariva, dietro le quinte, Andrea Tornielli.

Un problema serio che pochi sanno osservare

Questo articolo de «L’Ancora» offre una rappresentazione plastica del modo in cui la Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto e quella di Ascoli Piceno concepiscono la comunicazione e il giornalismo. Il problema, a quanto pare, non è il fatto accaduto, ma che i giornalisti locali abbiano svolto il proprio lavoro e ne abbiano dato notizia: insomma, perché gli avete dato spazio?

È lo stesso riflesso già emerso quando Gianpiero Cinelli, poi querelato, attaccò le testate che avevano pubblicato fatti veri, riferendo che il vescovo Palmieri aveva accolto in diocesi alcuni esponenti legati a Rupnik sotto la pressione di Angelo De Donatis. Anche allora nessuna risposta nel merito, ma il solito tentativo, goffo e controproducente, di screditare chi aveva raccontato i fatti. Il risultato fu duplice: una querela e una figuraccia pubblica. Un esito notevole per chi si presenta come esperto di comunicazione diocesana e fa parte di ridicoli consigli dell’Ordine dei giornalisti.

In questo caso, però, si va persino oltre. Quando il giornale ufficiale di una diocesi decide di rispondere a un anonimo attraverso il conto alla rovescia del mandato episcopale, il problema non è più lo striscione. Il problema diventa la capacità stessa di comunicare di un’istituzione che dovrebbe fare dell’annuncio del Vangelo - e dunque anche della responsabilità della parola - una ragione essenziale della propria presenza pubblica.

I fatti

Conviene però riavvolgere il nastro. La «Pastasciutta antifascista», promossa dal Comitato provinciale dell’Anpi con il Collettivo Caciara e il panificio di Lorenza Roiati, è un appuntamento che ad Ascoli si celebra da anni, in memoria della pasta offerta dai Cervi il 25 luglio 1943, senza che nessuno vi abbia mai ravvisato materia di scandalo.

Divergenze di idee, certo, ma mai è scoppiato il caos. Quest’anno gli organizzatori avevano ottenuto gli spazi della parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, la «chiesa dei Frati». Poi la revoca improvvisa, la denuncia di censura, il caso nazionale. A quel punto è intervenuto l’Ordinario, il quale ha derubricato tutto a «equivoco» e ha trasferito l’evento nella parrocchia di San Marcello, proclamando che «antifascismo, libertà e democrazia sono valori costituzionali» che non appartengono ad alcuna parte politica. Così ha tirato in ballo anche il povero parroco di San Marcello che già deve sopportare un collaboratore che ama starnazzare su Twitter ma di cura pastorale dei fedeli non ne vuole neppure sentir parlare. 

Sennonché le versioni in campo restano due, e inconciliabili. Gli organizzatori parlano di pressioni esercitate da una parte dei parrocchiani, infastiditi dalla dicitura «antifascista» sulla locandina; il vescovo esclude qualsiasi pressione e addossa l’accaduto al parroco, un frate minore keniota giunto da un anno, che «non conosce a fondo la storia e il dibattito politico italiano» e avrebbe «reagito d’impulso».

Ecco il secondo capolavoro. Per sollevare la curia da ogni responsabilità, il presule ha consegnato alla stampa nazionale uno dei propri sacerdoti, padre Floribert, presentandolo come uno sprovveduto, estraneo alle dinamiche italiane e incapace di comprenderle fino in fondo.

Palmieri, del resto, è avvezzo a questo metodo. Oltre a essere particolarmente irascibile, non esita a gettare nella mischia i propri preti pur di salvare la propria immagine e quella delle persone che intende proteggere. In questo caso affiora anche una considerazione dal sapore apertamente discriminatorio: non è italiano, non è “di qui”, dunque sarebbe ingenuo, impreparato. Cosa volete che ne sappia, lui, della politica italiana.

Un religioso additato pubblicamente dal suo vescovo, in dichiarazioni riprese dalle agenzie, per coprire una gestione che faceva acqua da ogni lato. Non solo un pastore saggio ma anche qualunque professionista della comunicazione avrebbe sconsigliato una simile mossa; evidentemente in diocesi mancano sia l’uno che l’altro.

Il dramma di un episcopato non all’altezza

Resta la domanda di fondo: perché una manifestazione che per anni si è svolta senza particolari clamori è esplosa proprio ora in un caso nazionale, tra striscioni, editoriali al vetriolo della stampa conservatrice e provocazioni sull’«aperitivo anticomunista»?

La risposta conduce inevitabilmente al governo della diocesi. Una crisi di queste proporzioni non nasce dal nulla: attecchisce dove esiste già un malcontento profondo verso un episcopato che non funziona. È quanto accadde a Roma. Palmieri resse per alcuni anni, poi iniziarono le insofferenze, i dossier inviati in curia e in Vaticano, le proteste e le tensioni. Lo stesso copione si ripete ad Ascoli e, nonostante una situazione che già iniziava a risultare compromessa, Papa Francesco ritenne opportuno affidargli anche San Benedetto del Tronto.

A tutto questo si aggiunge l’inadeguatezza dei suoi collaboratori: molto attivi nel pettegolezzo e nelle conversazioni di corridoio come è solito fare Cinelli, assai meno capaci di gestire una comunicazione istituzionale seria, pacata e prudente. Come si può pensare di conservare credibilità quando la replica viene affidata agli umori di un settimanale completamente sottomesso al vescovo, peraltro diretto da persone che difficilmente troverebbero spazio alla guida di una testata diversa da quella diocesana?

Anziché adottare una strategia sobria, coerente e unitaria, si è scelto di gettare benzina sul fuoco. Il silenzio operoso, virtù antica dei pastori avveduti, avrebbe probabilmente spento la vicenda nel giro di poche ore. Si è preferito alimentarla, trasformando un episodio locale nell’ennesima prova dell’incapacità della diocesi di governare anche la propria comunicazione.

Le difficoltà relazionali e di governo che riaffiorano oggi nel Piceno non giungono dunque inattese a chi ha memoria di quella parabola romana, per quanto il titolo arcivescovile ad personam e la vicepresidenza della CEI abbiano provveduto a indorare questo trasferimento.

Guardando oltre il singolo episodio, la vicenda ascolana restituisce ancora una volta l’immagine di diocesi che considerano la comunicazione un’appendice ornamentale, da affidare ad amici, conoscenti o cortigiani compiacenti, anziché a professionisti competenti e adeguatamente formati.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un evento gastronomico trasformato in un casus belli, un parroco consegnato al pubblico ludibrio, una città divisa e un giornale diocesano che arriva a rispondere ai contestatori agitando la presunta longevità del mandato episcopale.

Quindici anni sono lunghi. Ascoli meriterebbe che fossero anni di ascolto, prudenza e governo sapiente, non la replica estenuante delle tensioni, delle improvvisazioni e degli errori visti in queste settimane (e in questi anni!). La carità, del resto, si esercita anche verso chi dissente, persino verso chi appende striscioni nella notte. Tanto più quando a parlare è una realtà ecclesiale, dalla quale ci si attenderebbero misura, capacità di ascolto e rispetto anche nei confronti delle contestazioni più sgradite.

Quanto al giornale diocesano, farebbe bene a ricordare che la durata di un episcopato non dipende dall’età anagrafica del vescovo, ma dalle decisioni del Papa. E se davvero Palmieri dovesse restare ad Ascoli fino ai settantacinque anni, più che un conto alla rovescia servirebbe una via crucis. Dio non voglia.

d.L.B. e d.G.D.

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