Molte volte, seppur esausti, continuiamo a celebrare la Santa Messa, a confessare, a predicare, ad amministrare una parrocchia, a rispondere alle telefonate, a partecipare alle riunioni, a visitare un malato e a presiedere un funerale. È una delle ragioni per cui il burnout nel clero rimane facilmente sottratto allo sguardo. Il vescovo vede anzitutto ciò che io, parroco o curato, riesco ancora a fare; molto meno ciò che mi costa continuare a farlo. A fingere che tutto vada bene perché “altrimenti chi lo fa?”.
Nel 2024 il Journal of Religion and Health ha pubblicato la revisione sistematica di Damián Picornell-Gallar ed Eduardo González-Fraile, costruita secondo il metodo PRISMA e dedicata specificamente al burnout nel clero cattolico. Gli autori hanno esaminato 17 studi e partono da una constatazione elementare: esaurimento, perdita di motivazione e deterioramento della capacità lavorativa riguardano anche i sacerdoti. Il dato inquietante viene dopo. La letteratura disponibile non consente di spiegare il fenomeno attraverso una sola variabile e gli stessi autori chiedono che i modelli utilizzati per studiare il burnout dei preti includano più seriamente le condizioni lavorative e organizzative del ministero.
È un'avvertenza utile anche per evitare la spiegazione più immediata: i sacerdoti sono pochi, lavorano troppo e quindi si esauriscono. La revisione del 2024 non ha trovato, negli studi analizzati, un'associazione consistente fra burnout e carico di lavoro, né con il sostegno sociale, la cura di sé o l'intensità della pratica spirituale. Sono emerse associazioni con l'età, alcuni tratti di personalità e il tipo di sacerdozio. Il sovraccarico pastorale rimane una componente da esaminare, ma trasformarlo nella causa universale del burnout significherebbe attribuire alla ricerca una conclusione che la ricerca non offre.
Proprio questa complessità rende più problematica una certa tendenza ecclesiale a ricondurre il disagio del sacerdote a una categoria facilmente amministrabile: un periodo di stanchezza, una crisi spirituale, una fase di minore entusiasmo, qualche difficoltà con il parroco o con il vescovo. Insomma, la colpa è del prete. Il burnout ha invece una struttura meno docile. Coinvolge il rapporto con il lavoro, la percezione della propria efficacia, la qualità delle relazioni, l'identità personale e, nel caso del sacerdote, può raggiungere anche il modo nel quale egli interpreta la propria vocazione.
Quando essere prete occupa tutto lo spazio
Nella maggior parte delle professioni esiste, almeno formalmente, una distinzione tra persona e funzione. Il sacerdote vive una situazione più ambigua. L'ordinazione non gli conferisce semplicemente un impiego: ridefinisce pubblicamente la sua identità. Per i fedeli rimane «il prete» al supermercato, a cena, durante una giornata libera, quando risponde al telefono la sera. La canonica è casa e luogo di lavoro; la comunità parrocchiale è contemporaneamente ambiente nel quale presta il proprio servizio e parte rilevante della sua vita relazionale.
Una scoping review pubblicata nel 2021 sempre sul Journal of Religion and Health da María Ruiz-Prada, Samuel Fernández-Salinero, Cristina García-Ael e Gabriela Topa ha passato in rassegna la letteratura sullo stress occupazionale dei sacerdoti cattolici. Tra le questioni ricorrenti compaiono la difficoltà di stabilire confini, la molteplicità dei ruoli, le aspettative dei fedeli, i conflitti parrocchiali, l'isolamento e il rapporto con i superiori. Gli autori rilevano inoltre che il sostegno proveniente dagli altri sacerdoti, dai collaboratori e dal vescovo è associato alla soddisfazione ministeriale e al rapporto con la diocesi.
È qui che una parola come «disponibilità» merita di essere attenzionata. La disponibilità appartiene alla grammatica sacerdotale. Un uomo viene ordinato per servire e sarebbe singolare concepire il ministero secondo un rigido mansionario. Eppure, proprio una virtù può diventare disordinata quando non conosce misura. Essere raggiungibili diventa essere raggiungibili sempre; occuparsi delle persone finisce per coincidere con il sentirsi responsabili di tutto; il rifiuto di una richiesta produce colpa prima ancora di essere valutato secondo ragione.
Il problema si aggrava perché il sacerdote viene frequentemente giudicato, e finisce per giudicare sé stesso, sulla base della sua capacità di rispondere. Un parroco presente a ogni iniziativa è considerato generoso. Quello che protegge il giorno libero viene definito come distante dalla gente. Chi accetta un nuovo incarico è disponibile; chi segnala di averne già troppi rischia di apparire poco zelante. Sono giudizi minuti, a volte neppure formalizzati, ma capaci di costruire una cultura.
Nella Chiesa l’occultamento del burnout è diventato quasi una prassi. Sacerdoti che si suicidano, che abbandonano il ministero, che scompaiono per mesi o finiscono ricoverati: situazioni gravi che, troppo spesso, nelle diocesi vengono rimosse dal discorso pubblico e comunitario. Si preferisce tacere, evitare domande, non affrontare ciò che è accaduto. Il disagio psicologico e il crollo di un sacerdote finiscono così per trasformarsi in argomenti tabù, affidati al silenzio proprio quando avrebbero bisogno di essere riconosciuti e affrontati.

L'equivoco spirituale
Per un sacerdote c'è poi un ulteriore elemento. La stanchezza può assumere rapidamente un significato spirituale.
L'aridità nella preghiera, la perdita dell'entusiasmo, una crescente irritazione verso le persone, la fatica a percepire il senso di ciò che si fa possono essere interpretate come sintomi di una vita spirituale impoverita. In alcuni casi lo saranno. In altri potranno accompagnare uno stato di esaurimento psicologico. Le due dimensioni possono perfino coesistere.
Su questo punto esistono dati particolarmente interessanti. Arndt Büssing, Klaus Baumann, Christoph Jacobs ed Eckhard Frick hanno studiato la cosiddetta spiritual dryness, l'aridità spirituale, in un campione di 3.824 sacerdoti cattolici. Il lavoro, pubblicato su Psychology of Religion and Spirituality, rivista dell'American Psychological Association, rilevò che il 46 per cento riferiva di sperimentarla occasionalmente e il 12 per cento spesso o regolarmente. Tra le variabili associate comparivano i sintomi depressivi e l'esaurimento emotivo.
Un precedente studio degli stessi ricercatori, condotto su 425 sacerdoti cattolici, aveva già mostrato una relazione fra aridità spirituale, stress, sintomi depressivi ed esaurimento emotivo. Gli autori furono però molto attenti a distinguere i costrutti: l'aridità spirituale possiede una propria specificità e non coincide semplicemente con depressione o burnout.
Questa distinzione dovrebbe interessare molto anche chi si occupa della formazione sacerdotale. Se un prete dice che non riesce più a pregare, la risposta non può essere determinata prima ancora di aver ascoltato il problema. A volte avrà bisogno di un direttore spirituale. Altre volte di uno psicologo o di un medico. Potrebbe aver bisogno di dormire, di essere temporaneamente alleggerito da alcune responsabilità, di affrontare un conflitto con il superiore, di curare una depressione. In molti casi saranno necessarie più cose contemporaneamente.
La spiritualizzazione automatica del disagio produce un effetto perverso perché trasferisce la causa dentro la coscienza del sacerdote. Se sei svuotato, devi pregare meglio. Se sei insofferente, devi recuperare la carità pastorale. Se senti il bisogno di allontanarti per qualche tempo, devi interrogarti sulla tua generosità. Ogni difficoltà finisce così sotto la giurisdizione della volontà e della vita spirituale. E il sacerdote, già esausto, deve anche sentirsi responsabile del proprio esaurimento.

Soddisfatti e consumati
C'è poi un dato che impedisce di identificare il burnout con il disamore verso il sacerdozio. Nel 2013 Stephen J. Rossetti e Colin J. Rhoades sottoposero 2.482 sacerdoti cattolici statunitensi al Maslach Burnout Inventory. Lo studio, pubblicato su Psychology of Religion and Spirituality, produsse risultati molto meno catastrofici di quanto si sarebbe potuto immaginare: nel confronto con i gruppi normativi utilizzati dal test, i sacerdoti risultavano complessivamente meno colpiti dal burnout e una larga maggioranza dichiarava di essere felice nel sacerdozio. Tra i fattori maggiormente associati a livelli inferiori di burnout figuravano la soddisfazione nel ministero, la pace interiore, il rapporto con Dio e la presenza di buone amicizie.
Il risultato merita attenzione proprio perché complica il racconto. Non esiste una massa indistinta di sacerdoti devastati dal proprio ministero. Ed essere sottoposti a richieste considerevoli non conduce inevitabilmente al burnout. Ma c'è anche un'altra conseguenza: la soddisfazione vocazionale non autorizza a escludere il disagio. Si può amare il sacerdozio e attraversare un grave esaurimento. Si può avere una vita spirituale reale e avere bisogno di assistenza psicologica. Si può voler essere preti e non essere più in grado, in quel momento, di sostenere una determinata responsabilità.
Questo è forse uno dei punti che la cultura ecclesiastica comprende con maggiore difficoltà, perché è abituata a tradurre il disagio in termini vocazionali. La domanda «vuoi ancora essere prete?» può essere del tutto fuori luogo davanti a chi sta dicendo qualcosa di diverso: «non riesco più a vivere così».
Nel 2014 Helena López Herrera e altri cinque ricercatori analizzarono 881 sacerdoti cattolici latinoamericani utilizzando il Maslach Burnout Inventory, il General Health Questionnaire e altri strumenti standardizzati. Lo studio, pubblicato su Psicothema, stimò nel campione una prevalenza del burnout pienamente sviluppato del 25,39 per cento e trovò una relazione con lo stato generale di salute, oltre ad associazioni con il consumo di alcol e tabacco. Il dato riguarda quel campione e non può essere esteso automaticamente all'intero clero cattolico; è però sufficiente a mostrare che il fenomeno può raggiungere una consistenza tutt'altro che marginale.
Una Chiesa più interessata alla struttura che all’uomo
Rimane allora la questione istituzionale. Una diocesi possiede molti strumenti per sapere se una parrocchia funziona. Sa se viene celebrata la Messa, se i sacramenti vengono amministrati, se i registri sono aggiornati, se il bilancio viene consegnato, se il sacerdote partecipa agli appuntamenti diocesani.Possiede molti meno indicatori per sapere come vive l'uomo che garantisce tutto questo.
Da qui nasce una particolare forma di invisibilità amministrativa. Finché il sacerdote mantiene il funzionamento della struttura, il suo deterioramento personale può restare confinato alla “sfera privata”. Diventa un problema istituzionale quando produce conseguenze istituzionali: assenze, conflitti, comportamenti impropri, dipendenze, incapacità di governare una parrocchia, richiesta di lasciare il ministero. A quel punto ciò che avrebbe richiesto prevenzione viene affrontato come emergenza.
La letteratura sullo stress occupazionale dei sacerdoti offre elementi che rendono difficile considerare tutto questo un problema esclusivamente individuale. La scoping review del 2021 richiama il peso dell'ambiguità dei ruoli, della difficoltà a separare lavoro e vita personale, della scarsità di partecipazione alle decisioni e della qualità del sostegno ricevuto. Un passaggio riguarda direttamente l'esercizio dell'autorità episcopale: gli studi esaminati rilevano quanto la relazione con il vescovo possa incidere sul rapporto del sacerdote con la diocesi e sulla soddisfazione ministeriale.
Questo non consente scorciatoie accusatorie. Un vescovo non provoca il burnout semplicemente perché esercita autorità e una diocesi non può eliminare la sofferenza dalla vita dei propri sacerdoti. Il problema sorge quando il governo ecclesiastico dispone del prete come di una risorsa inesauribile, oppure quando la richiesta di aiuto viene interpretata anzitutto come una difficoltà da gestire sotto il profilo dell'affidabilità.
Perché un sistema di prevenzione sia realmente credibile, occorre però una condizione preliminare: un sacerdote deve poter dire di stare male senza temere che quella confidenza venga trasformata in un giudizio sulla sua affidabilità, senza dover calcolare in anticipo la reazione del vescovo e, soprattutto, senza essere costretto a farsi carico anche delle conseguenze organizzative della propria fragilità, fino a dover trovare personalmente chi possa sostituirlo.
È una questione di fiducia prima ancora che di psicologia.
Se parlare con uno specialista espone al timore di essere classificati come fragili; se una diagnosi può diventare ufficiosamente un giudizio sull'idoneità a un incarico; se chiedere un periodo di riposo viene percepito come un precedente che comprometterà le decisioni future del vescovo, il sistema produce silenzio anche quando mette formalmente a disposizione “professionisti” e strutture di assistenza.
La prevenzione non può cominciare quando il sacerdote è già diventato ingestibile.
La formazione insegna a servire. Insegna anche a fermarsi?
Da anni la formazione sacerdotale insiste, giustamente, sulla capacità di donarsi. Molto meno sviluppata è stata una pedagogia del limite. Un seminarista o un religioso impara che dovrà essere disponibile, accogliere, ascoltare, sacrificare tempo ed energie. Bisognerebbe domandarsi con la stessa serietà se impari a riconoscere l'esaurimento, a distinguere generosità e compulsione alla disponibilità, a gestire l'aggressività prodotta dalla stanchezza, a chiedere aiuto prima che una difficoltà diventi patologia.
La questione riguarda anche una certa immagine del prete «forte», «sacro», «inconsumabile», molto più radicata di quanto si ammetta. L'uomo che non si lamenta, che porta avanti la parrocchia in condizioni proibitive, che rinuncia alle ferie perché «la gente ha bisogno», che accetta un altro incarico quando ne ha già troppi riceve spesso approvazione. Quel comportamento che nei nostri ambienti viene etichettato come "santità", "efficenza", "vera vocazione", può anche rivelare incapacità di riconoscere i propri limiti. Dall'esterno le due cose possono assomigliarsi per parecchio tempo.
La revisione sistematica del 2024 termina chiedendo modelli di valutazione specifici per il clero e interventi di prevenzione che comprendano la dimensione lavorativa e organizzativa. La richiesta dovrebbe essere presa sul serio anche sul piano ecclesiologico. Il sacerdote non è soltanto responsabile della cura pastorale affidatagli; rimane egli stesso destinatario della cura della Chiesa.
La fraternità presbiterale non può essere evocata soltanto nelle omelie delle Messe crismali o quando qualcuno si suicida. Il rapporto tra vescovo e presbiteri non si misura nella sottomissione cieca alle decisioni prese dall'ordinario. E la formazione permanente perde parte del proprio significato se sa aggiornare il sacerdote sulla pastorale, sul diritto canonico o sulla liturgia, ma lascia alla sua iniziativa privata la comprensione dei meccanismi psicologici che possono consumarlo.
C'è infine una responsabilità dei fedeli. Anche una comunità parrocchiale può logorare il proprio sacerdote mentre dichiara di volergli bene. Accade quando ogni esigenza personale viene trasformata in un diritto alla sua disponibilità, quando il giorno libero viene considerato un privilegio, quando si pretende una risposta immediata a qualunque messaggio, quando ogni limite viene interpretato come freddezza. Il prete finisce allora prigioniero di una rappresentazione impossibile: prossimo a tutti, sempre accessibile, interiormente saldo, pastoralmente efficiente e privo di bisogni che interferiscano con quelli della comunità.
Per nascondere il burnout sacerdotale, dunque, non occorre occultare cartelle cliniche o impartire disposizioni riservate. È sufficiente continuare a giudicare la salute di un prete dalla sua capacità di assicurare il servizio. Ed è probabilmente questa la domanda più scomoda da rivolgere ad un vescovo: quanto deve stare male un prete prima che gli sia consentito di smettere, per qualche tempo, di dimostrare che va tutto bene?
p.A.V.
Silere non possum



