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Come l’abate Lepori trasforma il dissenso in tradimentoCredits Meeting Rimini
Chiesa cattolica29 agosto 2026

Come l’abate Lepori trasforma il dissenso in tradimento

Le monache cistercensi denunciano un esercizio dell’autorità che sconfina nell’abuso. Il linguaggio usato da Mauro-Giuseppe Lepori, anche con i Memores Domini, pone una grave questione di abuso di coscienza.

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Roma - In questi giorni, al Corso di formazione monastica cistercense, sto ascoltando l’abate generale Mauro-Giuseppe Lepori parlare a noi monache di comunione, fraternità, relazioni e vita con Cristo. Mentre lo ascolto, però, mi tornano alla mente le decisioni, gli interventi e i metodi che lui stesso ha adottato in diversi monasteri del nostro Ordine, oltre a quanto avviene qui nella Casa generalizia, dove peraltro trascorre poco tempo, essendo quasi costantemente altrove. Rivolgendosi a noi, Lepori ha affermato che il monastero dovrebbe essere lo spazio nel quale ci «aiutiamo e educhiamo a vivere sempre e tutto con Gesù». Poco dopo ha definito le relazioni umane il «vero giardino da coltivare» e ha indicato nell’amore fraterno il frutto della comunione con Cristo.

Sono parole alte. E proprio per questo, quando le sento pronunciare da lui, la distanza tra il linguaggio della formazione e la prassi concreta del suo modo di esercitare l’autorità diventa impossibile da ignorare. Sono parole che conosco bene: appartengono al lessico ordinario della nostra vita monastica, alla nostra Regola, alla nostra quotidianità. Ma ascoltandole dalla bocca di Lepori avverto una contraddizione che, con il passare del tempo, è diventata insopportabile.

Un abate che diagnostica, ma non cura

L’abate Mauro, infatti, è molto bravo nelle diagnosi. E non lo dico con sarcasmo: ne sono convinta. Del resto, nella Chiesa quanto siamo abili a individuare le criticità degli altri e quanto diventiamo improvvisamente miopi quando dovremmo riconoscere le nostre? Il problema di Lepori arriva dopo la diagnosi: è la cura. Riesce spesso a individuare una comunità malata, le sue fratture, le sue difficoltà. Poi, però, manca un progetto capace di curarla, di ricomporla, di restituirle respiro. La terapia diventa amministrazione dell’agonia.

È un po’ come avere davanti un medico molto bravo a riconoscere la malattia - capacità che non è affatto scontata - ma che, una volta formulata la diagnosi, dica al paziente: bene, adesso vediamo come accompagnarti a morire. In alcuni casi manca la capacità di intervenire; in altri sembra mancare persino la volontà di cercare una strada diversa. E quando non si comprende fino in fondo come una comunità sia arrivata alla propria crisi, diventa inevitabile anche l’incapacità di offrirle gli strumenti per uscirne.

Del resto, Lepori lo ha detto con una franchezza che continua a lasciarci interdetti. Durante la vicenda di San Giacomo di Veglia si fece intervistare dalla televisione italiana proprio nel chiostro di questa Casa generalizia, nel corso di quello che considero un servizio costruito con ben poca distanza critica rispetto alla versione dell’abate generale. In quell’intervista pronunciò una frase che molti di noi non hanno dimenticato: «Io semplicemente accompagno alla morte questi monasteri».

La domanda che allora ci siamo posti in molti era elementare: è davvero questo il compito dell’abate generale?

E la stessa domanda torna oggi, mentre lo ascoltiamo parlare della vita monastica come luogo di comunione, dell’amore fraterno come frutto e delle relazioni come «vero giardino da coltivare». Che cosa significa concretamente tutto questo per Mauro-Giuseppe Lepori? È questo che intende quando parla di accompagnamento? Perché fra le parole rivolte a noi durante un corso di formazione e ciò che abbiamo visto accadere nelle comunità esiste una discrasia che non può più essere occultata sotto il vocabolario della spiritualità. Il problema non è ciò che Lepori sa dire. Il problema è ciò che fa dopo averlo detto.

Credits Meeting Rimini
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Le relazioni predicate e quelle praticate

Costruire e coltivare relazioni non significa sottoporre monaci e monache a interrogatori, formulando accuse persino assurde, prive di una logica elementare, perché accecati dalla rabbia e dal risentimento personale verso determinate persone o realtà. E tutto questo avviene senza neppure avere la decenza di guardare negli occhi chi si ha davanti.

Costruire relazioni non significa neppure andare da un monastero all’altro raccontando che la monaca che ha osato contraddirti è «pazza», «psichiatrica» o mentalmente instabile; né bollare allo stesso modo coloro che le hanno dato voce. E quando questo non basta, si costruisce attorno alla religiosa e ai cronisti che hanno raccontato la sua vicenda una narrazione fatta di insinuazioni, maldicenze, calunnie e diffamazioni, nel tentativo di screditare le persone invece di rispondere ai fatti che esse hanno denunciato.

Fra i monaci e le monache con cui sto condividendo questi giorni il giudizio che raccolgo sul suo modo di esercitare l’autorità è concorde: Mauro-Giuseppe Lepori è ritenuto inadatto al compito che pretende di svolgere, quello di formare persone consacrate e accompagnarle dentro una materia delicatissima come la libertà, l’obbedienza e la coscienza. Non lo dico per una divergenza di sensibilità monastica. Il problema è molto più serio.

Quando i casi cominciano a formare uno schema

Negli ultimi anni Silere non possum ha pubblicato documenti e testimonianze riguardanti l'azione dell'abate generale in diverse comunità cistercensi. Nel caso di San Giacomo di Veglia, a Vittorio Veneto, madre Aline Pereira Ghammachi ha denunciato pubblicamente ciò che definisce abusi subiti da parte di Lepori. La stessa inchiesta di SNP ha ricostruito il ruolo assunto dall'abate generale come commissario anche a Zirc, Santa Susanna a Roma e Bornem, in Belgio. A Heiligenkreuz, una delle abbazie più consistenti dell'area germanofona, dopo la visita apostolica è stata impedita alla comunità l'elezione immediata del successore di Maximilian Heim; Silere non possum ha ricostruito anche in quella vicenda il crescente peso esercitato da Lepori.

Chi continua a liquidare tutto questo come insofferenza verso l’autorità o, peggio ancora, come una battaglia personale fatta di pettegolezzi, ripicche e sciocchezze, evita accuratamente di confrontarsi con il punto vero della questione.

La questione riguarda come viene esercitata l'autorità e soprattutto che cosa accade quando essa entra nel territorio della coscienza.

Ed è qui che quanto Lepori ha detto ai Memores Domini diventa particolarmente grave.

Il dissenso trasformato in colpa spirituale

Oltre i confini del nostro Ordine monastico, Mauro-Giuseppe Lepori, che dovrebbe anzitutto custodire la propria vocazione monastica fatta di preghiera, stabilità e vita claustrale, ricopre anche l’incarico di assistente spirituale dei Memores Domini, la realtà di consacrati legata al movimento di Comunione e Liberazione.

Durante gli esercizi spirituali predicati ai Memores nel luglio 2025, Lepori si è rivolto ai presenti con parole che, rilette oggi nel loro insieme, risultano particolarmente inquietanti.

Lepori apre la prima lezione parlando di coloro che non hanno voluto partecipare al ritiro e di alcuni che hanno chiesto di lasciare i Memores Domini. Definisce questa scelta una «reale ferita». Arriva a dire che sarebbe sufficiente una sola persona per infliggere quella ferita all'intera fraternità, perché quella fraternità è Corpo di Cristo. Poco dopo il passaggio diventa ancora più esplicito.

Lepori parte dall'appartenenza al Corpo di Cristo e la fa coincidere, nella concretezza della vita, con una comunità, «volti precisi», «autorità precise», «una forma definita». Subito dopo afferma che venir meno alla fedeltà a quella appartenenza equivale alla «scelta del nulla», alla scelta «di non essere». Chi abbandona quella forma di appartenenza viene collocato dentro una sequenza che porta a Giuda; poche righe dopo compare Lucifero. Le uscite vissute senza il dramma che Lepori ritiene dovuto vengono perfino paragonate al suicidio assistito.

Queste parole non sono una mia interpretazione. Sono state dette da Lepori e vi è una registrazione audio.

Lepori non pronuncia i nomi di Davide Prosperi e Alberto Brugnoli e non dice letteralmente: “Chi si oppone a Prosperi e Brugnoli è il demonio”. Il meccanismo utilizzato è più sottile e, proprio per questo, più preoccupante.

Prima si prende chi non partecipa e chi vuole andarsene e lo si presenta come causa di una ferita inferta al Corpo di Cristo. Poi la concreta appartenenza comunitaria viene saldata ad «autorità precise». L'abbandono viene quindi assimilato alla scelta del nulla, a Giuda e a Lucifero. Alla fine degli esercizi Lepori torna ancora sull'uscita di Giuda dalla compagnia: ricorda che «Satana entrò in lui», precisa che Giuda non era più libero perché posseduto da Satana e utilizza quella scena per riflettere sul partire dalla comunione concreta. È un sillogismo spirituale potentissimo. E pericoloso.

Non occorre pronunciare la frase «chi contesta l'attuale governo è demoniaco». È sufficiente costruire un universo nel quale l'appartenenza alla concreta compagine e alle sue «autorità precise» viene caricata di valore cristologico, mentre il dubbio, la domanda, l'uscita e la rottura vengono fatte scivolare verso Giuda, Lucifero, Satana, il nulla e la morte. A quel punto il dissenso smette di essere materia di discernimento. Diventa una colpa spirituale.

Dysmas de Lassus e l’anatomia dell’abuso spirituale

Ed è esattamente su questo punto che il libro di dom Dysmas de Lassus, Schiacciare l'anima. Gli abusi spirituali nella vita religiosa, diventa implacabile.

De Lassus descrive il processo attraverso il quale parole cristiane perfettamente legittime vengono deformate. L'obbedienza diventa asservimento della mente; l'umiltà distruzione della stima di sé; il silenzio diventa proibizione di parlare. E soprattutto l'unità può essere trasformata in un «dovere di fedeltà» che conduce al pensiero unico e rende intollerabili la critica e la riflessione personale.

Subito dopo de Lassus descrive una deformazione ancora più precisa: qualcosa rompe l'unità, dunque «non può venire che dal demonio». Nel caso da lui analizzato, il messaggio implicito rivolto a un religioso in dubbio sulla professione è: Dio vuole che tu rimanga, il demonio vuole impedirtelo. Il risultato è la soppressione del discernimento personale, perché la decisione è già stata presa dall'autorità al posto dell'interessato.

In un altro capitolo, significativamente intitolato «Un pensiero unico», de Lassus spiega che ogni pensiero difforme può finire automaticamente attribuito all'Avversario. Riporta poi la testimonianza di chi ha vissuto comunità nelle quali ogni dubbio veniva considerato proveniente dal demonio, ogni obiezione attribuita all'orgoglio e ogni discernimento autonomo screditato spiritualmente. La conclusione del certosino è netta: a quel punto la comunità possiede anche una «regola di pensiero» che aggredisce la coscienza.

È difficile trovare una griglia più pertinente per leggere il linguaggio adoperato da Lepori con alcuni membri del nostro ordine e con i Memores Domini.

De Lassus insiste ancora: rispondere alle difficoltà di un religioso con formule del tipo «è una tentazione» oppure «è il demonio» manifesta assenza di discernimento e consente all'accompagnatore di imporre preventivamente la propria interpretazione. Il religioso o il consacrato viene infantilizzato: qualcun altro stabilisce per lui quale sia la voce di Dio e quale quella dell'Avversario.

Qui si trova il discrimine che un superiore non ha diritto di oltrepassare.

L'autorità religiosa può chiedere un atto quando ne possiede la competenza. Non può sequestrare l'intelligenza del suddito, colonizzarne il giudizio morale e attribuire a Dio la propria lettura delle vicende. De Lassus lo formula altrove in termini inequivocabili: il voto di obbedienza riguarda la volontà nell'azione; il superiore non può ordinare al religioso che cosa debba pensare, chi debba frequentare, chi possa ascoltare.

Quando invece il superiore sacralizza la propria posizione, il dissenziente si trova imprigionato in una costruzione quasi perfetta. Se obbedisce, è fedele. Se domanda spiegazioni, è orgoglioso. Se contesta, divide. Se lascia, ferisce il Corpo. Se denuncia, fa il gioco dell'Avversario.

De Lassus riporta persino la formula rivolta alle vittime che continuano a parlare dopo essere state invitate a tacere: «State compiendo l'opera del Divisore!». È la colpevolizzazione religiosa di chi denuncia, uno dei mezzi di pressione descritti nel libro. Ed è ciò che Lepori continua ad andare in giro dicendo di chi ha il coraggio di denunciare le sue azioni.

Questo è il punto che noi consacrate dobbiamo avere il coraggio di pronunciare senza circonlocuzioni devote: la retorica della comunione può diventare uno strumento di coartazione della coscienza.

La comunione cristiana non attribuisce infallibilità al superiore. Il Corpo di Cristo non coincide con l'assetto di potere del momento. Un presidente, un responsabile, un abate generale, un assistente ecclesiastico rimangono uomini. Possono sbagliare, possono abusare della propria funzione, possono essere contestati e devono rispondere dei loro atti. Nessuno riceve con una nomina il diritto di convertire il proprio giudizio nella volontà di Dio.

Quando chi critica viene accusato di dividere

Questo riguarda anche i Memores Domini. Il discorso di Lepori va letto dentro una realtà nella quale l'attuale governance è stata duramente contestata dall'interno.

Giancarlo Martinelli, per esempio, ha scritto ai vertici denunciando quello che ha definito il «monologo» di chi pretende di imporre la propria visione e contestando apertamente il metodo dell’attuale Direttivo. Davide Prosperi, quando Avvenire gli ha chiesto conto di quanto emerso nell’inchiesta di Silere non possum su Comunione e Liberazione, ha risposto di non condividere il modo in cui quelle lettere erano state fatte circolare.

Ha però evitato accuratamente di spiegare che cosa accade a quelle lettere quando arrivano a lui: vengono cestinate e rimangono senza risposta. Ha evitato anche di raccontare come reagisce quando le critiche gli vengono rivolte privatamente o all’interno di un gruppo ristretto: si adira e accusa chi le formula di alimentare la divisione. E, soprattutto, non ha mai risposto nel merito delle contestazioni. Neppure nell’intervista concessa a Gambassi su Avvenire. Non è una reazione occasionale. È un metodo: spostare l’attenzione da ciò che viene denunciato a chi denuncia, contestare il modo in cui una critica viene resa pubblica, evocare la divisione e lasciare intatto il contenuto delle accuse. È lo stesso schema che ritroviamo nel modo di agire di Lepori.

In una situazione del genere, parlare a persone che stanno pensando di lasciare i Memores Domini, qualificare la loro uscita come ferita del Corpo e poi costruire una lunga catechesi su Giuda, Lucifero, Satana e il tradimento della comunione non costituisce un esercizio spiritualmente neutro. Le parole producono conseguenze, soprattutto quando vengono pronunciate da chi detiene un'autorità.

Noi monache lo sappiamo meglio di altri. Abbiamo consegnato una parte enorme della nostra libertà esteriore alla vita comune. Proprio per questo la nostra coscienza deve essere custodita con una severità ancora maggiore. Chi approfitta del linguaggio dell'obbedienza, del sacrificio, della comunione o della volontà di Dio dispone di strumenti capaci di penetrare molto più profondamente di un semplice ordine amministrativo.

Un modus agendi che si ripete

È per questo che quanto accade nel nostro Ordine non può più essere archiviato con le formule curiali dell'«accompagnamento», del «discernimento» e delle «situazioni complesse». Vittorio Veneto, Zirc, Santa Susanna, Bornem, Heiligenkreuz. Ma non sono casi isolati: anche altre abbazie in Austria e in Germania stanno sperimentando lo stesso modus agendi, con dinamiche che si ripetono secondo uno schema ormai riconoscibile e sempre più inquietante. Ma la concentrazione di interventi e il modo di intendere l'autorità impongono ormai una verifica seria sull'operato dell'abate generale, non un'altra conferenza tenuta dallo stesso uomo sulla bellezza della comunione.

In questi giorni Lepori ci dice che il monastero deve essere un luogo nel quale coltiviamo l'amore fraterno. Lo ascolto e penso alle persone che, quando hanno contestato un'autorità ecclesiastica, sono state trasformate da quella stessa autorità in problema “da affrontare e da denunciare al Vaticano”. Penso alle monache che hanno parlato. Penso ai religiosi che hanno lasciato. Penso alle abbazie che ha distrutto. Penso a chi continua a tacere perché sa quanto costa essere bollato come divisivo, infedele, orgoglioso o nemico della comunione. Poi torno alle pagine di Dysmas de Lassus, un libro che ormai porto con me quasi quotidianamente e che continuo a rileggere, a distanza di tempo, nei diversi momenti delle mie giornate. Me lo sono portato anche qui, a Roma, perché ogni volta che lo riapro ritrovo parole e criteri che aiutano a nominare dinamiche che nella vita religiosa troppo spesso vengono confuse, minimizzate o spiritualizzate.

Abbiamo professato obbedienza, non la rinuncia alla ragione

Quando il dissenso viene demonizzato, quando l'uscita viene caricata delle immagini di Giuda e Lucifero, quando la fedeltà a Cristo viene fatta aderire alla fedeltà a uomini e strutture concrete, la formazione delle coscienze è già stata contaminata dall'esercizio del potere. Mauro-Giuseppe Lepori deve essere tenuto lontano da ogni ruolo nel quale possa continuare a esercitare questa pressione sulle coscienze senza un controllo reale. L'Ordine deve avere il coraggio di sottoporre il suo operato a una verifica indipendente, ascoltando le comunità e le persone coinvolte, comprese quelle che hanno lasciato o denunciato. Noi abbiamo professato obbedienza secondo la Regola. Non abbiamo professato la rinuncia alla ragione. E soprattutto non abbiamo consegnato a Mauro-Giuseppe Lepori il diritto di stabilire, per ciascuno di noi, da quale parte stia Dio e da quale parte stia il demonio.

Una monaca innamorata di Gesù

Silere non possum

 

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