Parlare di Assunzione, quest’anno, per l’arcivescovo di Milano ha significato innanzitutto parlare di corpo: quello quotidiano, imperfetto, spesso motivo di disagio per chi lo abita. Attorno a questo snodo mons. Mario Delpini ha costruito l’omelia del Pontificale presieduto sabato 15 agosto nel Duomo di Milano, in occasione della solennità che segna il culmine liturgico dell’estate.
Il punto di partenza è la visitazione. Elisabetta riconosce nel sussulto del bambino che porta in grembo la presenza di Gesù, ancora prima che quel corpo sia visibile al mondo. Da questo episodio evangelico l’arcivescovo ricava una premessa teologica: l’esperienza della fede possiede una dimensione corporea che nessuna spiritualizzazione può cancellare. Per Delpini la carne costituisce la condizione stessa perché una vita umana possa farsi vita filiale, partecipe della grazia.
Da qui l’omelia si volge alla contemporaneità, con toni piuttosto diretti. Il presule descrive un corpo trasformato in fonte di imbarazzo prima che di gioia: decorato, manipolato, sottoposto a modelli artificiosi che promettono una giovinezza e una prestanza mai sufficienti. Uomini e donne, osserva, faticano ad ascoltare la vocazione generativa della relazione tra i corpi, orientati piuttosto verso il piacere immediato e il consenso estetico da conquistare giorno dopo giorno. È un’analisi che sfiora da vicino i linguaggi della cultura estetica contemporanea, della correzione chirurgica permanente, del culto della prestanza fisica, e che culmina in un rilievo più severo: la stessa società fatica a tollerare un corpo che invecchia, che si ammala, che porta i segni di una disabilità. Parole che, in una Milano sempre più assorbita dalla cura dell’immagine e da dinamiche relazionali spesso condizionate dall’apparenza, risuonano come un monito netto dell’arcivescovo: recuperare il valore di rapporti autentici, capaci di andare oltre ciò che è esteriore e superficiale.
Alla figura del corpo imbarazzante, Delpini accosta quella di Giovanni Battista, di cui i Vangeli non tramandano alcun tratto fisico: non si sa se fosse alto o minuto, magro o robusto. Per l’arcivescovo conta la sua capacità di riconoscere Gesù e di custodire quel riconoscimento fino al martirio. Il corpo del Battista diventa così paradigma di una carne che comunica una missione, dal grembo materno al deserto del Giordano fino alla morte violenta, trovando nella fedeltà il proprio significato più profondo.
Su questa traiettoria si innesta il cuore dogmatico della giornata: Maria, assunta in cielo in anima e corpo, anticipa nella propria persona il destino promesso a ogni credente. Come Cristo è primizia dei risorti, ricorda l’omelia, così Maria diventa primizia dei redenti, colei che già gode della gloria di Dio e che per questo può intercedere «adesso e nell’ora della nostra morte».
La solennità ha radici antiche. Le prime tracce di una festa dedicata all’Assunzione risalgono a una chiesa gerosolimitana del V secolo; la celebrazione entra nel calendario romano nel secolo successivo e a Milano è attestata già nel IX secolo. Il dogma dell’Assunzione corporea di Maria, che dà forma teologica a una devozione già secolare, fu proclamato da Pio XII soltanto nel 1950, con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus.
Il legame tra la città e questa devozione è scritto anche nella pietra e nelle vetrate del Duomo. Oltre alla Madonnina che dalla guglia maggiore veglia su Milano, la vetrata centrale della facciata è dedicata proprio all’Assunta, mentre un antello cinquecentesco, incastonato nella seconda vetrata della navata meridionale, ne conserva un’ulteriore raffigurazione.
Al termine del Pontificale delle undici, l’arcivescovo ha preso parte, secondo la tradizione, al pranzo di Ferragosto organizzato dall’Opera Cardinal Ferrari, gesto che ogni anno prolunga in convivialità il messaggio della liturgia mariana e ne segna la ricaduta pastorale sulla città.



