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Italia, dove fare giornalismo è diventato un martirio: bomba contro Ranucci
Attualità17 ottobre 2025

Italia, dove fare giornalismo è diventato un martirio: bomba contro Ranucci

Un chilo di esplosivo piazzato accanto all’auto del giornalista a Pomezia. RSF e la Federazione Europea dei Giornalisti denunciano il più grave attacco contro la stampa italiana degli ultimi anni. Tra inerzia delle istituzioni, silenzi dell’Ordine e giustizia a doppia velocità, la libertà d’informazione in Italia è sempre più a rischio.

Pomezia - Un ordigno rudimentale, con circa un chilo di esplosivo, è stato posizionato accanto all’auto del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. L’esplosione è avvenuta nella tarda serata di giovedì, intorno alle 22.17, davanti all’abitazione del cronista a Campo Ascolano, località del comune di Pomezia, alle porte di Roma. La deflagrazione ha distrutto completamente la macchina di Ranucci e quella di sua figlia, parcheggiate una accanto all’altra.

Secondo le prime ricostruzioni, l’ordigno sarebbe stato piazzato tra una delle vetture e il cancello di ingresso. I residui dell’esplosivo sono stati sequestrati e saranno sottoposti a perizie tecniche per determinarne la composizione e il tipo di innesco. Gli investigatori dell’Arma dei Carabinieri stanno acquisendo le immagini delle telecamere di sorveglianzadell’intera zona, nella speranza che i video possano aver immortalato i movimenti di chi ha collocato la bomba.

Ranucci, lasciando gli uffici della Compagnia Carabinieri Trionfale, dove ha presentato denuncia, ha raccontato di aver ricostruito l’accaduto insieme agli inquirenti. “C’è una lista infinita di minacce che ho ricevuto nel tempo – ha dichiarato – di varia natura, e di cui ho sempre informato l’autorità giudiziaria”. Ma il giornalista non nasconde la preoccupazione per quella che definisce “un salto di qualità preoccupante”. “Proprio davanti casa, dove l’anno scorso erano stati trovati dei proiettili”, aggiunge. Il riferimento è a un episodio precedente, già segnalato alle autorità, che oggi assume un significato ancora più inquietante.

“Ho sentito un boato tremendo - racconta ancora Ranucci. Erano le 22.17. Lo hanno percepito anche i carabinieri, perché si sente chiaramente nell’audio registrato da alcune persone che erano in zona e stavano filmando con il telefono”.Alla domanda su chi possa essere responsabile del gesto, il conduttore di Report ha risposto con prudenza: “È impossibile dirlo in questo momento. Si tratta di un contesto abbastanza allargato, ed è su quello che sono state fatte le segnalazioni negli ultimi mesi”.

L’attacco, il più grave contro un giornalista italiano negli ultimi anni, riaccende l’allarme sulla sicurezza di chi fa informazione investigativa nel Paese. Un messaggio di minaccia che, come ha sottolineato lo stesso Ranucci, “non colpisce solo me, ma il diritto di tutti i cittadini ad essere informati”.

Le reazioni internazionali

L’attentato contro Ranucci ha suscitato immediata indignazione in tutta Europa. L’organizzazione Reporters Sans Frontières (RSF) ha definito l’episodio “il più grave attacco contro un reporter italiano negli ultimi anni”, sottolineando che “la libertà di stampa in Italia è sotto una minaccia esistenziale”.

«Condanniamo con forza il violento tentativo di intimidire il giornalista investigativo Sigfrido Ranucci — il più grave attacco contro un reporter italiano negli ultimi anni. […] Accogliamo con favore la solidarietà espressa dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e chiediamo alle autorità italiane di fare tutto ciò che è in loro potere per assicurare alla giustizia i responsabili — e per garantire la sicurezza di Ranucci», ha dichiarato RSF.

Sulla stessa linea la Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ), che ha richiamato la responsabilità politica e istituzionale del Paese: «Oggi, di fronte a questo nuovo attentato, chiediamo che si faccia tutto il possibile per identificare e condannare gli autori materiali e i mandanti. Non abbiamo dimenticato tutti gli attacchi verbali e legali subiti in questi anni da Ranucci, provenienti sia da ambienti governativi che dall’interno della stessa RAI. Gli autori di queste campagne di intimidazione portano una grave responsabilità. È tempo che la classe politica italiana adotti misure concrete per garantire la libertà di stampa, recependo pienamente il Regolamento europeo EMFA e assicurando l’indipendenza della RAI».

L’inefficienza delle istituzioni italiane

Di fronte a questo ennesimo segnale di allarme, la reazione delle istituzioni italiane appare ancora una volta insufficiente. Anche l’Ordine dei Giornalisti ha diffuso una nota di condanna, ma le sue parole risultano fragili se confrontate con l’inerzia mostrata negli ultimi anni. Al di là dell’attenzione giustamente riservata al caso di Sigfrido Ranucci — che, a motivo della sua notorietà e alle ripetute minacce subite, vive oggi sotto tutela costante e sorveglianza da parte della polizia —, esiste in Italia una moltitudine di giornalisti meno visibili che affrontano in solitudine campagne diffamatorie, tentativi di delegittimazione, episodi di spionaggio, dossieraggio e persino intercettazioni illegali.

Non mancano, inoltre, casi inquietanti che vedono coinvolto lo stesso Governo italiano, accusato di aver fatto ricorso a software di sorveglianza (spyware) contro giornalisti scomodi. A ciò si aggiungono episodi documentati di appartenenti alla Guardia di Finanza che hanno effettuato accessi abusivi a banche dati riservate, nel tentativo di raccogliere informazioni sensibili su giornalisti, alti prelati e figure politiche.

Ci sono anche giornalisti esteri residenti e operanti in Italia – molti dei quali vittime di minacce, campagne diffamatorie e intimidazioni sul web – hanno più volte segnalato tali episodi all’Ordine, senza mai ricevere risposta né sostegno. A differenza delle principali istituzioni europee, l’Ordine italiano continua a mostrare una preoccupante incapacità di tutela effettiva dei professionisti che esercitano il diritto-dovere di informare.

Queste, del resto, sono le conseguenze naturali di uno Stato che non sanziona chi minaccia o diffama i cronisti, anche quando gli attacchi avvengono sui social. È il segno di una deriva istituzionale profonda, che mina alla radice la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati. In questo contesto, la Procura della Repubblica appare spesso selettiva e condizionata da logiche di appartenenza. Non è un mistero che molti procedimenti per minacce o diffamazioni contro giornalisti vengano lasciati a marcire sui tavoli dei procuratori, mentre altri - soprattutto quando sono avviati da figure con buoni agganci o interessi politici - vengano portati avanti con solerzia sorprendente.

Un doppio standard che indebolisce la fiducia nella giustizia e contribuisce a rendere sempre più fragile il terreno su cui si regge la libertà d’informazione.

Una ferita per la democrazia

L’attentato contro Ranucci non riguarda solo un singolo giornalista, ma colpisce il cuore della libertà di stampa e la credibilità dello Stato nel garantire tutela e giustizia a chi opera nell’interesse pubblico. Mentre l’Europa parla di protezione, l’Italia continua a confondere solidarietà con silenzio, e sicurezza con disinteresse. La bomba esplosa a Pomezia non è soltanto un attentato contro un uomo, ma un messaggio inquietante diretto all’intero sistema dell’informazione. È il sintomo di un clima sempre più ostile verso chi esercita il diritto di raccontare i fatti, mentre l’Italia continua a scendere nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa, segno di un deterioramento strutturale che non può più essere ignorato.

G.L. e d.R.A
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