I numeri arrivano sempre dopo. Arrivano quando un caso di cronaca squarcia il silenzio domestico, quando una scuola segnala, quando un ospedale registra una frattura che non torna. Allora, per qualche giorno, si parla di emergenza. Poi tutto rientra. È il copione consolidato con cui l'Italia tratta la violenza sui bambini: indignazione episodica, oblio strutturale. I dati della III Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, realizzata da Terre des Hommes e CISMAI per l'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza con il supporto tecnico dell'ISTAT, costringono però a fare i conti con qualcosa che non è episodico. È un sistema. Al 31 dicembre 2023 i minorenni in carico ai servizi sociali italiani sono 374.310. Di questi, 113.892 sono vittime di maltrattamento. In termini relativi, significa 13 minorenni maltrattati ogni mille residenti. Cinque anni prima, nel 2018, erano nove. Un aumento del 58% in un quinquennio.
Il dato è statisticamente solido come mai prima: il campione coinvolge 326 comuni effettivi su 450 selezionati dall'ISTAT, copre un bacino di oltre 2,7 milioni di minorenni residenti, ed è metodologicamente allineato agli standard dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. È, scrive l'Autorità Garante Marina Terragni nella prefazione al rapporto, un'indagine "che per ampiezza del campione, solidità dei dati e strumenti adottati non ha precedenti".
Cosa subiscono i bambini
La forma più diffusa di violenza non è quella che ci si aspetterebbe. Non è il pugno, non è l'abuso sessuale, non è l'aggressione plateale. È la trascuratezza: il neglect, nella terminologia internazionale: l'omissione, l'assenza di cure, lo sguardo che non c'è. Riguarda il 37% dei minorenni maltrattati. La declinazione più frequente è quella educativa (17%): bambini lasciati senza istruzione adeguata, senza supporto rispetto ai bisogni di apprendimento, senza qualcuno che si accorga che a scuola vanno male perché a casa nessuno legge con loro. Seguono il neglect emozionale e quello fisico, entrambi al 10%. Subito dopo viene la violenza assistita: il 34% dei minorenni maltrattati ha vissuto ripetutamente l'esperienza di vedere o percepire violenza tra le mura domestiche. Nel video si vede Caterina mentre aggredisce Domenico in una piccola frazione di un comune del nord Italia. La scena avviene davanti a un bambino minorenne e al figlio della coppia, anch’egli minorenne ma più grande, che riprende l’episodio per documentare quanto accaduto e consentire al padre di tutelarsi in sede giudiziaria. È presente anche un’altra donna, che appare ormai assuefatta a episodi di questo genere, tanto da restare apparentemente indifferente. Per molti anni, in Italia, questa non era nemmeno considerata una forma di violenza sui bambini. Lo è, per fortuna, dal 2017 e quando si è iniziato a contarla, è emersa. Il maltrattamento psicologico riguarda il 12% dei casi, quello fisico l'11%. L'abuso sessuale il 2%, ma su questa cifra pesa una sotto-rilevazione probabile: l'abuso sessuale spesso bypassa i servizi sociali per andare direttamente in tribunale, e i casi rilevati sono solo quelli emersi.
C'è poi un dato che, da solo, dovrebbe bastare a spostare il baricentro del dibattito pubblico: nell'87% dei casi il maltrattante è un familiare stretto. Non lo sconosciuto al parco, non l'allenatore deviato, non il pedofilo online. Il padre, la madre, il convivente, il parente di casa. La casa, che dovrebbe essere il luogo della protezione, è statisticamente il luogo più pericoloso per un bambino italiano.
Geografia di una disparità
L'Italia non è un Paese omogeneo nemmeno qui. Nel Nord-Ovest sono presi in carico dai servizi sociali 51 minorenni ogni mille residenti, nel Sud e nelle Isole 32. La differenza di venti punti non significa che al Sud i bambini stiano meglio. Significa l'opposto: significa che al Sud i servizi sociali intercettano molto meno, perché ci sono meno assistenti sociali, meno spesa sociale, meno servizi territoriali, meno cultura della segnalazione. Significa che migliaia di situazioni di disagio rimangono sommerse, fuori da ogni statistica e da ogni intervento. Questo fenomeno, tuttavia, non riguarda soltanto alcune aree del Paese. Si riscontra anche al Nord, soprattutto nei piccoli centri, dove spesso sopravvive una forma di familismo amorale, per usare l’espressione di Banfield, capace di intrecciare rapporti sociali, appartenenze religiose e relazioni con gli organi dello Stato e di controllo, fino a creare un sistema chiuso e difficilmente scalfibile. L'indagine lo dice in modo esplicito: lo scarto territoriale "non riflette necessariamente un minor bisogno di supporto da parte dei minorenni e delle famiglie al Sud rispetto al Nord ma, più verosimilmente, una diversa capacità dei territori di intercettare, riconoscere e prendere in carico situazioni di fragilità". Non è un problema dei bambini meridionali. È un problema dello Stato che li abbandona.
Eppure, paradossalmente, proprio al Sud il numero di minorenni riconosciuti come maltrattati è raddoppiato in cinque anni: +100% contro il +45% del resto del Paese. Probabilmente non perché la violenza sia raddoppiata, ma perché qualcosa ha iniziato a emergere: anche grazie a progetti di home visiting, contrasto alla povertà educativa, presidi sociali finanziati con fondi PNRR e progettazioni del terzo settore. Quando si investe, le cose si vedono. Quando non si investe, restano nel buio.
I bambini che non si vedono
C'è una fascia d'età che il sistema non riesce quasi a vedere: i bambini da zero a cinque anni. In carico ai servizi per maltrattamento sono otto ogni mille residenti, contro i quindici della fascia 6-10 e i quattordici degli adolescenti. Non è perché i piccolissimi siano meno maltrattati. È perché sono meno visibili. A scuola un livido si nota, un'assenza prolungata si nota, un comportamento si nota. Al nido, se c'è un nido, vale lo stesso. Ma in Italia solo il 28% dei bambini sotto i tre anni frequenta un servizio educativo per la prima infanzia, con punte sotto il 15% in alcune regioni del Sud. Per il resto, la prima infanzia è una scatola chiusa. L'unico adulto esterno che potrebbe vedere è il pediatra di libera scelta, e qui arriva uno dei dati più sconcertanti dell'intera indagine: medici di base e pediatri segnalano l'1% dei casi di maltrattamento. Le strutture ospedaliere il 4%. La famiglia stessa il 12%. La scuola il 14%. L'autorità giudiziaria, che notifica casi quando ormai sono diventati procedimenti penali, il 52%.
Tradotto: il sistema sanitario italiano, la rete più capillare di adulti formati che incontra ogni bambino fin dalla nascita, è praticamente assente dalla rilevazione precoce della violenza sui minori. Il sistema si attiva quando il danno è già fatto, già visibile, già giudiziarizzato. Non prima.
Il silenzio strutturale dello Stato
A questo punto la domanda non è più cosa stia succedendo ai bambini italiani. È cosa stia facendo lo Stato. La risposta, leggendo il rapporto, è imbarazzante. Il Comitato ONU sui Diritti dell'Infanzia raccomanda all'Italia di istituire un sistema nazionale di raccolta dati sulla violenza sui minori dal 2014. Sono passati dodici anni. Quel sistema non esiste. Esistono frammenti scollegati: il SIUSS gestito dall'INPS, il SINBA mai pienamente implementato, le banche dati del Ministero dell'Interno, le rilevazioni dell'ISTAT, i registri della Polizia Criminale. Nessuno di questi sistemi parla con gli altri. Nessuno è organizzato secondo gli standard internazionali dell'OMS. Il risultato è che la III Indagine nazionale di Terre des Hommes e CISMAI - un'indagine condotta da due organizzazioni non governative su incarico di un'autorità di garanzia - è, testualmente, "l'unico esempio concreto di costruzione di un sistema di raccolta dati relativa al fenomeno del maltrattamento" oggi disponibile nel Paese. Non è normale. Significa che lo Stato italiano, nel 2026, non sa quanti dei suoi bambini sono maltrattati, se non perché glielo dice un'indagine campionaria triennale realizzata da privato sociale.
E non è l'unico vuoto. L'Italia non ha un Piano nazionale di prevenzione e contrasto alla violenza sui minori, nonostante sia uno degli impegni esplicitamente richiesti dal programma INSPIRE dell'OMS. Centoventi Paesi al mondo hanno aderito a INSPIRE; l'Italia no. Quaranta Paesi hanno scelto di diventare Pathfinder country, ossia paesi guida nella protezione dell'infanzia dalla violenza; l'Italia no. Nel Global Report dell'OMS del 2020 sulla violenza sui bambini, l'Italia non figura: non perché sia un Paese virtuoso, ma perché non ha dati ufficiali da fornire.
I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) prevedono dal 2017 la prevenzione, la valutazione e il supporto psicologico ai minori vittime di maltrattamento. Sulla carta. Nei fatti, l'attuazione è disomogenea, frammentata, dipendente dalla regione e dal singolo comune. Quasi nessuna regione ha un sistema strutturato di centri ospedalieri per la diagnosi del maltrattamento infantile. La formazione degli operatori sanitari, scolastici e sociali non è obbligatoria, non è uniforme, non è sistematica.
Il messaggio che il sistema italiano manda ai bambini maltrattati è, in pratica: se hai la fortuna di nascere in un comune con servizi sociali funzionanti, qualcuno potrebbe accorgersi di te. Se nasci altrove, dipende. Dipende dalla tua scuola. Dipende dal tuo pediatra. Dipende dal vicino di casa. Dipende dai carabinieri. Dipende dal parroco. Dipende dalla giudice che, anni dopo, leggerà gli atti.

La famiglia, terreno minato
C'è un punto che il rapporto sottolinea con insistenza, e che merita attenzione perché tocca una zona particolarmente delicata del dibattito pubblico italiano. L'87% del maltrattamento avviene in famiglia. Non avviene nei centri educativi, nelle comunità, nelle strutture di accoglienza, nelle reti sportive, nelle scuole. Avviene a casa. Marina Terragni, nella sua premessa al rapporto, lo formula così: "i risultati di questa III Indagine nazionale indicano dunque la necessità e l'urgenza di porre la massima attenzione alla famiglia, colpita da una crisi sempre più diffusa e profonda, nella consapevolezza che nessun altro istituto, dalla scuola al 'sociale', potrà mai sostituirla nella sua fondamentale funzione, e che il sostegno alle famiglie costituisce un irrinunciabile presidio anche sul fronte del contrasto al maltrattamento di bambini e adolescenti".
La frase è equilibrata, ma il dato sotto è duro: la famiglia italiana, nelle sue fragilità contemporanee - economiche, educative, relazionali, di rete - è oggi il principale contesto di rischio per i suoi stessi figli. Sostenerla è giusto e necessario. Ma sostenerla non significa lasciarla sola, né delegarle in toto la cura senza mai entrare a controllare. Significa accompagnarla, formarla, intervenire quando serve. E, quando il danno è in corso, proteggere il bambino.
Cosa servirebbe, e perché non si fa
Le raccomandazioni finali del rapporto sono tecniche e ragionevoli. Adeguare il SIUSS agli standard OMS per avere finalmente dati nazionali aggiornati ogni anno. Adottare un Piano nazionale di prevenzione integrato e finanziato. Definire linee guida nazionali condivise tra Stato e Regioni. Dare attuazione piena ai LEA. Formare obbligatoriamente medici, insegnanti, assistenti sociali, magistrati. Investire risorse adeguate sui servizi territoriali, soprattutto al Sud. Istituire centri ospedalieri specializzati per la diagnosi del maltrattamento. Niente di rivoluzionario. Tutto già scritto altrove, in altri Paesi, da decenni. Il costo non sarebbe nemmeno particolarmente alto: uno studio del 2015 di Terre des Hommes, CISMAI e Università Bocconi aveva stimato che il maltrattamento sui minori costa allo Stato italiano circa 13 miliardi di euro l'anno in spese dirette e indirette, sanitarie, sociali, giudiziarie, di mancato gettito futuro. Investire sulla prevenzione, in tutti gli studi internazionali, produce un ritorno netto positivo nel medio periodo. È, banalmente, conveniente anche dal punto di vista contabile.
Eppure non si fa. Si è fatta una I Indagine nel 2015. Una II nel 2021. Ora una III nel 2025, presentata l'11 giugno alla Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio. Nei dieci anni intercorsi, le raccomandazioni del Comitato ONU sono rimaste lettera morta, i Piani nazionali Infanzia hanno citato il problema senza affrontarlo strutturalmente, la classe politica si è alternata al governo senza mai fare di questo dossier una priorità.
L'unica novità di rilievo
Oggi, 28 aprile 2026, all'Università Cattolica di Milano, ricercatori, garanti europei, magistrati e operatori si sono incontrati per il convegno "Dai dati all'azione". È in questa sede che Marina Terragni ha pronunciato la frase con cui si apre questo articolo: alle nuove fragilità dei nuclei familiari va ricondotta la grande parte delle problematiche che affliggono i bambini e gli adolescenti. Sono intervenute le Garanti dell'Infanzia di Lituania e Finlandia. Si è parlato di leadership internazionale, di Italia come potenziale pathfinder country, di Global Alliance ONU.
Sono parole importanti. Ma in una stanza di un'università milanese, dieci mesi dopo la presentazione ufficiale del rapporto, non è ancora chiaro cosa il Governo italiano intenda fare con quei numeri. Centotredicimila bambini sono là fuori, in carico a servizi sociali sotto-finanziati, dentro famiglie fragili, dentro un sistema che li riconosce solo a metà e quando il danno è quasi sempre già fatto. Lo Stato lo sa. Lo sa documentalmente, statisticamente, scientificamente. Continuare a non agire, a questo punto, non è più ignoranza. È una scelta.
V.F.
Silere non possum