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Assolvere chi uccide. Anatomia di un riflesso collettivo
Attualità21 luglio 2026

Assolvere chi uccide. Anatomia di un riflesso collettivo

Dal caso Roggero alla morte di Abderrahim Fakir: i meccanismi mentali che trasformano una vittima in colpevole e una violenza in necessità

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Bologna - Due vicende hanno attraversato le cronache di questi giorni suscitando reazioni che faticano a trovare spiegazione sul piano razionale. La Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 esplose alle spalle dei rapinatori in fuga i colpi che ne uccisero due.

Pochi giorni dopo, a Bologna, Abderrahim Fakir, quarantaduenne di origine marocchina residente in Italia da trentacinque anni, è morto nel quartiere Pilastro mentre due poliziotti continuavano a immobilizzarlo standogli addosso, nonostante fosse in evidente difficoltà e chiedesse aiuto. Gli agenti gli hanno legato le gambe quando era già privo di vita, mentre i sanitari presenti sono rimasti inerti, senza intervenire. Sotto gli articoli dei giornali, nei commenti, nelle conversazioni quotidiane, si è levato in entrambi i casi un coro pronto a giustificare, difendere, talvolta perfino celebrare chi ha tolto la vita.

Vale la pena chiedersi che cosa accada nella testa di una persona che assolve chi uccide. Il primo processo cognitivo in gioco è il pensiero dicotomico morale: gli esseri umani tendono a costruire racconti divisi in buoni e cattivi, con una nettezza che la realtà raramente possiede. Una volta che qualcuno viene collocato nella casella del malvagio, il suo diritto alla tutela comincia ad assottigliarsi. La psicologia sociale parla al riguardo di moral exclusion: certi individui vengono percepiti come esterni al perimetro della comunità morale, sicché le regole che valgono per noi sembrano cessare di valere per loro. Noi italiani e loro stranieri, noi lavoratori e loro ladri, noi cattolici e loro eretici.

Il secondo meccanismo riguarda l'intuizione morale. Di rado giungiamo alle conclusioni dopo aver esaminato i fatti e condotto un ragionamento; accade piuttosto il contrario. Prima sentiamo chi ha ragione, poi fabbrichiamo le argomentazioni necessarie a puntellare quella sensazione. Se la prima impressione dice che il gioielliere è la vittima, oppure che quel marocchino era un delinquente, ogni elemento successivo verrà letto alla luce di quel giudizio istintivo, e i dettagli che lo contraddicono scivoleranno via senza lasciare traccia. Questo accade tanto più in vicende come questa, nelle quali il gioielliere è stato trasformato dalla destra in un simbolo della legittima difesa. Politici e organi di informazione vicini ai partiti omettono spesso di ricostruire compiutamente ciò che Roggero ha realmente fatto; gli stessi giornali, per pregiudizio ideologico, finiscono poi per difendere a priori l’operato della polizia, ancora prima che siano stati chiariti fino in fondo i fatti.

Vi è poi una questione di distanza morale e di identificazione. Risulta assai più agevole immedesimarsi in Mario Roggero che in Abderrahim Fakir, riconoscersi in chi subisce la rapina piuttosto che in chi la compie. L'empatia segue le vie più brevi, e le vie più brevi conducono quasi sempre verso chi ci somiglia per lingua, mestiere, colore della pelle, credo politico o religioso.

Nel caso di Fakir entra in gioco anche il rapporto con l'autorità. La violenza istituzionale gode di una sorta di credito preventivo di legittimità: poiché la polizia rappresenta in teoria l'ordine, ciò che essa compie viene interpretato con maggiore facilità come necessario. A ciò si aggiunge una componente linguistica che orienta silenziosamente l'emotività collettiva. Fakir viene descritto come agitato, pericoloso, fuori controllo; gli agenti vengono nominati attraverso il loro ruolo professionale. Avvenne lo stesso con il Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, ecc… Così lui diventa il problema da contenere, loro coloro che sono chiamati a risolverlo. Il ruolo funziona da scorciatoia cognitiva: smettiamo di vedere soltanto ciò che una persona sta facendo e cominciamo a vedere chi crediamo che quella persona sia. Da una parte non si scorgono individui che esercitano una forza fisica su un quarto già immobilizzato: si scorge la polizia che contiene un soggetto in escandescenza. Dall'altra scompare un uomo che invoca aiuto, e al suo posto compare il marocchino pericoloso che gli agenti sono stati costretti a fermare. Chissà che cosa avrebbero visto, gli stessi commentatori, se si fosse chiamato Mario.

Resta infine il bias del mondo giusto. Molte persone hanno bisogno di credere che il mondo sia fondamentalmente ordinato e prevedibile, che a ciascuno tocchi in sorte ciò che le sue condotte hanno meritato. Se fai il ladro e vieni ucciso, la morte può apparire come una conseguenza naturale delle tue scelte. Se sei in stato di agitazione, interviene la polizia e muori, in qualche modo te la sei cercata anche tu. E il mondo torna, in apparenza, sicuro: a me non accadrà, perché io non rapino gioiellerie, io straniero non sono, io davanti alla polizia resto calmo.

Pensare invece che un ladro conservi il diritto di non essere ucciso quando ucciderlo non è necessario, o che una persona in crisi mantenga il diritto di essere contenuta senza morirne, significa accettare un principio più esigente, che non concede il conforto delle caselle. I diritti non dipendono dalla nostra simpatia, dalla provenienza, dal mestiere di chi li invoca. Appartengono a ciascuno proprio quando riconoscerli costa fatica, perché è in quel momento, e soltanto in quello, che smettono di essere un privilegio riservato a chi ci somiglia.

D.V.

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