Domenica
30 agosto 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Domenica, 30 agosto 2026 · Anno V
Il dossieraggio sui preti non è soltanto una storia dell’FBI
Attualità30 agosto 2026

Il dossieraggio sui preti non è soltanto una storia dell’FBI

Negli Stati Uniti due sacerdoti finirono sotto accertamento per i loro viaggi, telefoni, sermoni e relazioni ecclesiali. La vicenda mostra quanto facilmente un apparato investigativo possa trasformare la vita religiosa in materiale da fascicolo.

Ascolta l'articolo
—:——
Abbonati →

Washington - Che il Federal Bureau of Investigation debba indagare su una persona che costruisce bombe Molotov, cerca armi, invoca l’uccisione di minoranze e poliziotti e incoraggia una sparatoria in una scuola è difficilmente contestabile. È precisamente da un soggetto di questo tipo che comincia la vicenda ricostruita nel rapporto pubblicato il 28 agosto 2026 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sul cosiddetto Richmond Catholic Memo.

Il problema comincia dopo. Perché dall’indagine su quell’uomo l’ufficio FBI di Richmond passa progressivamente alla sua frequentazione di una cappella cattolica, poi al sacerdote della cappella, quindi allo zio del sacerdote, anch’egli prete. Gli agenti raccolgono informazioni sui loro spostamenti, confrontano i viaggi, acquisiscono dati relativi a voli e carte di credito, controllano un telefono, esaminano sermoni, ricostruiscono l’ordinazione sacerdotale e perfino dove uno dei due aveva celebrato la prima Messa. Uno dei sacerdoti viene sorvegliato all’aeroporto e seguito fino a un’abitazione.

È difficile trovare un termine più adatto di dossieraggio per descrivere una raccolta di informazioni di questa estensione su due ministri di culto che, alla conclusione degli accertamenti, non risulteranno responsabili di alcuna minaccia alla sicurezza nazionale. Ricordano, per certi versi, ciò che la Gendarmeria Vaticana compie abitualmente ai danni di cardinali, vescovi e sacerdoti, al di fuori di qualsiasi perimetro legislativo e secondo una logica operativa che ha ormai assunto i tratti di un vero e proprio servizio segreto deviato.

Il rapporto è stato predisposto dal Weaponization Working Group del Dipartimento di Giustizia, istituito nell’ambito dell’iniziativa dell’amministrazione Trump sulla cosiddetta weaponizationdelle istituzioni federali.

Questa origine politica va tenuta presente, ma bisogna evitare una lettura semplicistica che già affiora su alcuni blog pseudo-cattolici: attribuire automaticamente questa attività alla volontà dell’amministrazione Biden soltanto perché fu condotta dall’FBI. L’FBI è un apparato federale permanente, che continua a operare sotto amministrazioni di segno politico diverso, da Biden a Trump, e le responsabilità vanno ricostruite sulla base degli atti, delle catene decisionali e delle persone coinvolte, non per associazione politica.

Il punto che questa vicenda racconta è piuttosto un altro: quanto facilmente strumenti nati e legittimati per contrastare reati reali possano essere piegati, all’interno degli apparati dello Stato, a finalità che si allontanano dalla repressione del crimine e finiscono per investire ambiti politici, religiosi o ideologici che dovrebbero restare estranei a quel tipo di sorveglianza.

I fatti più rilevanti, però, non derivano soltanto dalla valutazione fatta nel 2026: il documento pubblica e richiama rapporti, e-mail, Guardian assessments e soprattutto le conclusioni delle verifiche interne condotte dallo stesso FBI nel 2023. Queste ultime avevano già accertato errori metodologici e un uso improprio dell’appartenenza religiosa nell’elaborazione dell’intelligence.

Da un estremista al prete che ha frequentato 

L’uomo dal quale parte tutto è indicato nel rapporto come «Target 1». Il suo profilo non presenta particolari ambiguità. Aveva espresso posizioni razziste e violente, aveva aggredito agenti di polizia e, dopo essere uscito dal carcere, aveva cercato di procurarsi o costruire armi e munizioni. Aveva assemblato più bombe Molotov e sui social incoraggiava aggressioni e omicidi contro minoranze e forze dell’ordine. Arrivò anche a sostenere l'idea di una sparatoria in una scuola per bambini con bisogni speciali. Nel 2025 è stato condannato a oltre otto anni di carcere federale per possesso di ordigni distruttivi.

Nella primavera del 2022 l’uomo aveva cominciato a frequentare la Our Lady of Fatima Chapel, legata alla Fraternità Sacerdotale San Pio X. È questo elemento che porta l’FBI al sacerdote della cappella.

Il 16 novembre 2022 gli agenti lo intervistano telefonicamente. Il sacerdote, che nel rapporto viene identificato soltanto come «Priest 1», spiega di conoscere l’uomo attraverso la cappella, ma poco. Precisa soprattutto tre cose: l’uomo non apparteneva alla comunità, non era cattolico e non si era mai confessato. Aveva frequentato tre o quattro lezioni di catechismo. Il sacerdote dice inoltre agli investigatori che le sue posizioni avrebbero dovuto essere profondamente modificate prima che potesse entrare nella Chiesa e lo descrive come una persona con idee «crazy» sulla razza e sulla guerra, un suprematista bianco.

Una settimana più tardi avviene una seconda telefonata. Il sacerdote manifesta le proprie riserve sul fornire informazioni relative alle persone della comunità e dice di non poter «violare» il rapporto che ha con loro. Un membro della task force gli espone allora la propria interpretazione di quello che nel rapporto viene chiamato «papal privilege», riferendosi alla confessione e spiegando che, secondo lui, non costituirebbe una protezione generale. La risposta del sacerdote è molto più semplice: «I don’t want to be involved», non voglio essere coinvolto.

Da quel momento il sacerdote smette progressivamente di essere soltanto una persona alla quale gli investigatori chiedono informazioni sull’indagato e diventa egli stesso oggetto di accertamenti. La sua scelta di tutelare informazioni riguardanti la fede e la vita religiosa di una persona - dati per loro natura particolarmente sensibili - viene riletta dagli investigatori come un possibile elemento a suo carico. Eppure, un sacerdote non è vincolato alla riservatezza soltanto dal sigillo sacramentale, assoluto per tutto ciò che viene appreso nella confessione e tutelato dal Codice di diritto canonico: anche nell’esercizio della cura pastorale esiste un dovere di discrezione rispetto a quanto viene affidato al ministro proprio in ragione del suo ufficio. In questa vicenda, invece, quella riservatezza finisce per essere interpretata quasi come un indizio: il fatto che il sacerdote non volesse divulgare determinate informazioni viene considerato dagli investigatori come il possibile segnale che stesse proteggendo l’indagato o, addirittura, che ne fosse complice.

Ordinazione, prima Messa, viaggi e telefono

Il 5 gennaio 2023 l’ufficio di Richmond apre su «Priest 1» un Guardian assessment, lo strumento utilizzato dall’FBI per valutare se esista un collegamento con terrorismo o altre attività criminali tale da giustificare ulteriori risorse investigative. Lo scopo scritto nel documento è verificare se il sacerdote stesse «recruiting and/or radicalizing» Target 1, cioè se lo stesse reclutando o radicalizzando. Gli elementi indicati per giustificare l’attenzione sul prete erano il suo incarico presso la cappella frequentata dall’indagato e il ruolo dello zio del sacerdote all’interno della SSPX-MC, il Marian Corps legato alla SSPX Resistance.

È qui che la quantità e la natura delle informazioni raccolte diventano difficili da giustificare con il semplice bisogno di ricostruire i rapporti di Target 1.

Gli agenti esaminano i precedenti viaggi del sacerdote e li confrontano con quelli dello zio, cercando di stabilire se i due fossero stati contemporaneamente negli stessi luoghi all’estero. Il risultato è negativo: nessuna prova che avessero viaggiato insieme o che si fossero trovati nello stesso luogo nello stesso momento.

L’FBI acquisisce anche informazioni su quando e dove Priest 1 era stato ordinato sacerdote e su quando aveva celebrato la sua «first Mass», sia all’interno sia all’esterno del seminario. Una e-mail del 6 gennaio ricostruisce addirittura le date delle prime celebrazioni fuori dal seminario.

È legittimo chiedersi quale rapporto investigativo avesse la prima Messa di un sacerdote con la costruzione di bombe Molotov da parte di un uomo che aveva frequentato alcune lezioni di catechismo.

Eppure è proprio questo il rischio che ricorre, negli Stati Uniti come altrove, quando chi conduce un’indagine perde di vista i limiti che la legge impone all’azione investigativa e finisce per identificarsi con una propria tesi. Da quel momento l’indagine può smettere di cercare la verità e cominciare a cercare conferme. È un meccanismo particolarmente pericoloso nei procedimenti che riguardano accuse gravissime e socialmente infamanti. Se, per esempio, un sacerdote viene accusato di abusi sessuali su minori, il pericolo è che l’ipotesi investigativa venga trattata fin dall’inizio come una certezza e che ogni elemento venga letto soltanto nella direzione della colpevolezza. A quel punto anche strumenti che la legge sottopone a limiti precisi possono essere forzati o utilizzati oltre il loro perimetro, non per verificare se l’accusa sia fondata, ma per dimostrare ciò che gli investigatori hanno già deciso di ritenere vero.

Il dossier dell’FBI si estende intanto allo zio, indicato come «Priest 2». Il rapporto racconta che il suo telefono venne controllato per stabilire quale fosse il livello dei contatti con il nipote. Intorno al 9 gennaio, appreso che il sacerdote avrebbe viaggiato all’estero alla fine del mese, l’FBI acquisì i dettagli dei voli e quelli delle carte di credito.

Il 20 gennaio viene aperto anche su di lui un Guardian assessment. L’obiettivo dichiarato era determinare se fosse stato coinvolto nel «recruitment and radicalization of Violent Religious Extremists», compreso Target 1. A sostegno del sospetto vengono indicati sermoni, eventi e discorsi pubblicamente disponibili che, secondo gli agenti, avrebbero mostrato una retorica simile a quella dell’indagato su antisemitismo, ostilità verso l’establishment e aborto.

Otto giorni dopo accade qualcosa di ancora più invasivo

Il 31 gennaio 2023 l’ufficio FBI di Boston effettua su Priest 2 quella che lo stesso rapporto definisce una «surveillance not requiring a court order» all’aeroporto internazionale Logan. Al ritorno da un viaggio all’estero, il sacerdote e una persona che viaggiava con lui vengono sottoposti a un controllo secondario e interrogati dalla Customs and Border Protection.

L’FBI li osserva mentre salgono sull’automobile di una terza persona. Gli agenti seguono quindi la vettura dall’aeroporto fino a una residenza collegata al conducente. Più tardi, quella stessa sera, viene effettuata un’altra sorveglianza presso un’abitazione collegata al sacerdote. Nel rapporto viene annotato persino che le luci dell'abitazione erano accese.

Due sacerdoti erano entrati nel circuito dell’intelligence federale. Di uno si ricostruivano ordinazione e prime Messe. Dell’altro si acquisivano voli e dati delle carte di credito, si controllava il telefono, si esaminavano i sermoni e si seguivano gli spostamenti. Perchè? Solo perchè un sospetto terrorista si era rivolto ad un prete in una parrocchia. 

Come è andata a finire?

Il Guardian relativo a Priest 2 venne chiuso il 10 febbraio 2023. Cinque giorni dopo fu chiuso quello relativo a Priest 1. Per quest'ultimo il documento è esplicito: «No identified threat to national security was found» e «no allegation of federal violation or threat to national security has been identified». Nessuna minaccia alla sicurezza nazionale identificata. Nessuna violazione federale o minaccia alla sicurezza nazionale individuata.

Per arrivare a questa conclusione erano stati raccolti dati sui viaggi, consultati dati finanziari, controllato un telefono, ricostruite ordinazioni e Messe, analizzati sermoni e seguiti sacerdoti dall'aeroporto alle abitazioni.

La libertà religiosa garantita dal Primo Emendamento acquista il suo significato più pieno proprio quando protegge convinzioni impopolari, minoritarie, controverse o apertamente sgradite alla maggioranza. La Fraternità San Pio X e le realtà che da essa derivano possono certamente essere sottoposte a critica sul piano ecclesiale, canonico, teologico e politico. Allo stesso modo, criticare l’ebraismo o determinate espressioni del sionismo non equivale, di per sé, ad antisemitismo; contestare le politiche migratorie adottate da uno Stato non rende automaticamente razzista chi esprime quelle posizioni. Il punto, sul piano giuridico, è un altro: nessuna di queste idee consente agli investigatori di estendere per automatismo il sospetto criminale che riguarda un singolo alla comunità religiosa che egli frequenta e, da questa, ai sacerdoti che vi esercitano il proprio ministero.

Un sistema deviato che si ripete

Oggi il Dipartimento di Giustizia, nelle conclusioni del rapporto pubblicato nel 2026, definisce il Richmond Catholic Memo una «grave failure» dell’ufficio FBI di Richmond nel suo dovere di tutelare i diritti garantiti dal Primo Emendamento. La valutazione arriva sotto la presidenza di Donald Trump, la cui amministrazione ha un evidente interesse politico a mettere in risalto gli abusi e gli errori commessi durante gli anni di Joe Biden. Questo, però, non rende meno serio ciò che è accaduto.

Il punto che conta è un altro, ed è più scomodo perché vale indipendentemente da chi governa. Ieri gli strumenti investigativi potevano essere piegati contro persone considerate pericolose o radicali dalla sinistra; oggi possono esserlo contro persone considerate pericolose o radicali dalla destra. Cambiano i bersagli, cambia il lessico con cui vengono descritti, ma il problema resta identico: quando l’apparato dello Stato comincia a trattare il dissenso politico o religioso come un indicatore di pericolosità criminale, la violazione è grave quale che sia l’orientamento della persona colpita.

Il rapporto afferma inoltre che il personale coinvolto nella preparazione del memorandum è stato «terminated from their positions». Sarebbe però rassicurante solo in apparenza liquidare il caso come il comportamento anomalo di pochi agenti. Il problema sollevato dal Richmond Catholic Memo è precisamente il contrario: quelle persone operavano all’interno di una struttura, secondo procedure, priorità e catene di comando che non nascono dal nulla. Pensare che si sia trattato soltanto di qualche funzionario fuori controllo consente di evitare la domanda più seria: quanto di quel metodo apparteneva realmente alla cultura investigativa dell’ufficio e quanto dipendeva dagli indirizzi provenienti dai livelli superiori?

La parte più inquietante della documentazione rimane quella precedente allo scandalo. Perché mostra quanto facilmente un'indagine nata da fatti criminali gravissimi abbia cominciato a interessarsi alla biografia sacerdotale, alla predicazione, alle relazioni ecclesiali e alla vita religiosa di persone sulle quali, alla fine, l'FBI non ha individuato alcuna minaccia alla sicurezza nazionale. È precisamente il genere di potere investigativo che richiede limiti rigorosi: quando quei limiti si indeboliscono, anche la data della prima Messa di un prete può finire in un fascicolo dell'antiterrorismo. Una domanda sorge spontanea: che cosa emergerebbe se qualcuno disponesse un’indagine seria e indipendente sull’operato della Gendarmeria Vaticana durante le gestioni di Domenico Giani e Gianluca Gauzzi Broccoletti?

d.M.N.

Silere non possum

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Perché gli islandesi hanno detto no a nuovi negoziati con l’Unione Europea
Attualità
Perché gli islandesi hanno detto no a nuovi negoziati con l’Unione Europea
«Ora tocca a me». Il primo discorso di re Haakon dopo la morte di Harald V
Attualità
«Ora tocca a me». Il primo discorso di re Haakon dopo la morte di Harald V
Milo Yiannopoulos chiedeva espulsioni di massa. Ora gli Stati Uniti hanno espulso lui
Attualità
Milo Yiannopoulos chiedeva espulsioni di massa. Ora gli Stati Uniti hanno espulso lui