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Perché gli islandesi hanno detto no a nuovi negoziati con l’Unione Europea
Attualità30 agosto 2026

Perché gli islandesi hanno detto no a nuovi negoziati con l’Unione Europea

Il referendum riguardava soltanto la riapertura dei negoziati per una possibile futura adesione all’Unione Europea, ma a pesare sul risultato sono stati soprattutto i timori di perdere il controllo sulla pesca e sulle acque territoriali.

Sabato 29 agosto gli islandesi hanno risposto no alla domanda se riprendere i negoziati di adesione all'Unione Europea, fermi dal 2013. Con lo spoglio concluso in cinque delle sei circoscrizioni del paese, il fronte del No si è stabilizzato al 52,5 per cento contro il 47,5 del Sì, circa diecimila voti di scarto. Manca soltanto il dato del Suðvesturkjördæmi, la circoscrizione che circonda Reykjavík, ma un ribaltamento a questo punto richiederebbe uno scarto quasi impossibile da colmare. La televisione pubblica RÚV ha dato per acquisita la sconfitta del fronte europeista nella tarda serata di sabato, e domenica mattina ha titolato semplicemente: la nazione ha respinto la ripresa dei negoziati con l'ESB.

Il quesito sottoposto al voto - «Á Ísland að hefja á ný aðildarviðræður við Evrópusambandið?», ovvero se l'Islanda debba riprendere i negoziati di adesione all'Unione Europea - riguardava esclusivamente l'avvio delle trattative. Un'eventuale intesa raggiunta con Bruxelles sarebbe stata sottoposta a un secondo referendum, quello sull'adesione vera e propria, una volta chiarite le condizioni offerte su temi sensibili come la pesca. Lo prevedeva la delibera approvata dall'Alþingi, il parlamento islandese, il 28 maggio scorso, dopo che i capigruppo di maggioranza ne avevano annunciato la data il 6 marzo.

L'affluenza è stata alta fin dal mattino: quasi un quarto degli aventi diritto aveva già votato in anticipo prima di sabato, e nel maggiore seggio del Paese la partecipazione ha raggiunto nel corso della giornata livelli da elezioni amministrative. Fino a poche settimane fa i sondaggi mostravano il Sì in leggero vantaggio, margine che si è capovolto proprio nelle fasi finali della campagna. È soltanto la nona votazione popolare nella storia islandese e la quarta dalla nascita della repubblica, nel 1944; mai prima d'ora il paese si era espresso direttamente sul proprio rapporto con Bruxelles.

La consultazione era un impegno della coalizione di centrosinistra formata dopo le elezioni del novembre 2024 tra Samfylkingin (socialdemocratici), Viðreisn (liberali) e Flokkur fólksins, che nel proprio programma di governo si erano vincolati a indire il referendum entro il 2027. La proposta è stata presentata dalla ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir. Nonostante questo, la premier Kristrún Frostadóttir ha tenuto un profilo defilato per gran parte della campagna: non ha preso parte al dibattito parlamentare sulla delibera e ha rinunciato ad alcune occasioni di confronto pubblico, tra cui un'intervista al programma Spursmál di mbl.is. Le opposizioni gliel'hanno rimproverato più volte in aula; lei ha respinto l'accusa di essersi tenuta in disparte, ricordando di essere stata, a suo dire, il volto di questo dossier fin dall'inizio della legislatura e ribadendo l'intenzione di votare Sì.

La pesca è stato il tema dominante della campagna referendaria. Il settore dà lavoro a circa quattromila islandesi su una popolazione di quattrocentomila abitanti, pesa per quasi il 40 per cento delle esportazioni del Paese e per l'8 per cento del prodotto interno lordo, poco meno del turismo, cresciuto molto nell'ultimo quindicennio. I trattati dell'Unione affidano al Consiglio la fissazione delle quote per Paese e specie, le regole sull'età minima degli esemplari catturabili, i periodi di fermo e gli attrezzi ammessi, e prevedono, salvo eccezioni, l'accesso reciproco alle acque territoriali di tutti gli stati membri. È stato soprattutto questo secondo punto ad alimentare la diffidenza dell'opinione pubblica islandese: la prospettiva che pescherecci di altri paesi europei potessero operare nelle acque oggi riservate alla flotta nazionale.

Anche i partiti più europeisti hanno dovuto arginare questa preoccupazione. La stessa ministra Gunnarsdóttir, tra le voci più esplicitamente favorevoli all'adesione nell'esecutivo, ha dichiarato che un'eventuale ripresa dei negoziati avrebbe comunque richiesto il mantenimento del controllo pieno del settore da parte islandese. Guðrún Hafsteinsdóttir, che guida il partito conservatore Sjálfstæðisflokkurinn (Indipendenza) dopo Bjarni Benediktsson, ha detto che l'Islanda «non accetterà mai» di condividere la gestione della pesca con altri stati membri. Poco prima del voto il commissario europeo alla Pesca, Costas Kadis, aveva aperto alla possibilità di concessioni specifiche per Reykjavík, ma la Commissione ha anche fatto sapere che un'esenzione totale non sarebbe stata sul tavolo.

A spingere il fronte del Sì sono state ragioni più recenti. Dal 2021 l'inflazione islandese è rimasta stabilmente sopra il 5 per cento, con punte al 10, e la corona ha continuato a oscillare; l'adozione dell'euro, secondo i sostenitori del Sì, avrebbe garantito una valuta più stabile. A questo si sono aggiunte preoccupazioni per la sicurezza, cresciute dopo l'invasione russa su vasta scala dell'Ucraina nel 2022 e, negli ultimi mesi, per le uscite del presidente statunitense Donald Trump sulla vicina Groenlandia, che rivendica di voler controllare per la sua posizione strategica nell'Artico e per le riserve di terre rare, arrivando più volte a confonderla pubblicamente con la stessa Islanda. Il Paese non dispone di forze armate proprie e si affida agli Stati Uniti per la propria difesa in base a un accordo bilaterale del 1951: la premier Frostadóttir ha più volte collegato l'ingresso nell'Unione a un bisogno di maggiore sicurezza collettiva.

Il risultato di sabato non ha valore giuridicamente vincolante. La legge elettorale islandese, la numero 112 del 2021, qualifica come consultive le votazioni indette con questo tipo di delibera parlamentare, e la Costituzione non riconosce referendum vincolanti su materie di indirizzo politico se non nel caso, diverso, in cui sia il presidente della Repubblica a rifiutare la promulgazione di una legge. Un parere dell'Istituto di diritto dell'Università d'Islanda, richiesto durante l'iter parlamentare, ha confermato che tanto questa consultazione quanto un'eventuale futura votazione sull'adesione resterebbero comunque di natura consultiva secondo le norme oggi in vigore. Il governo si era però impegnato pubblicamente a rispettare l'esito qualunque fosse: la premier Frostadóttir aveva promesso che, in caso di vittoria del No, avrebbe accantonato ogni ipotesi su un futuro accordo di piena adesione.

Con il No confermato, i negoziati restano fermi allo stesso punto del 2013, quando la domanda presentata nel 2009 - durante la crisi finanziaria che aveva fatto fallire diverse banche islandesi e svalutato la corona fino al 70 per cento - fu di fatto congelata da un nuovo governo euroscettico e ritirata formalmente nel 2015. L'Islanda resta parte del mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, che condivide con Norvegia e Liechtenstein, e dell'area Schengen. Per la coalizione guidata da Frostadóttir, che aveva scritto il referendum nel proprio programma di governo, la sconfitta arriva a meno di due anni dalle elezioni che l'avevano portata al potere.

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