Il 7 agosto l'Arnas Civico-Di Cristina-Benfratelli di Palermo pubblica una delibera che apre un bando per una trentina di incarichi di altissima professionalità destinati al personale medico. Insieme agli atti finisce online anche un file Excel con le griglie di valutazione: accanto a diverse posizioni compaiono già dei nomi, tra cui quello di Luca Lagalla, figlio del sindaco Roberto Lagalla. Il sindacato NurSind denuncia l'anomalia, il file viene rimosso nel giro di poche ore e l'azienda parla di un documento interno pubblicato per errore, non di un elenco definitivo di vincitori.
Se quei nomi fossero stati inseriti prima della conclusione della selezione, e se questo fosse avvenuto deliberatamente per favorire candidati individuati in anticipo, la condotta descritta dal sindacato avrebbe avuto, fino a due anni fa, un nome preciso nel codice penale italiano: abuso d'ufficio, articolo 323. Oggi quella fattispecie non esiste più. Non perché la fattispecie sia stata riscritta o ristretta, come già avvenuto nel 2020, ma perché l'intero articolo è stato cancellato dal codice.
L'articolo 323 c.p., nella versione in vigore fino all'agosto 2024, puniva il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, violando specifiche regole di condotta previste dalla legge e prive di margini di discrezionalità, oppure omettendo di astenersi in un caso di conflitto d'interesse, procurava intenzionalmente a sé o ad altri un vantaggio patrimoniale ingiusto, o arrecava a terzi un danno ingiusto. La pena prevista andava da uno a quattro anni di reclusione. Una procedura concorsuale con l'esito già scritto nelle griglie di valutazione, se accertata come dolosa, rientrava esattamente in questo schema: violazione delle regole che impongono una valutazione comparativa dei candidati, vantaggio patrimoniale ingiusto per chi viene favorito, dal momento che gli incarichi in questione comportano un avanzamento economico.

Quello schema, dal 25 agosto 2024, non produce più conseguenze penali sotto questo profilo. A cancellarlo è stata la legge 9 agosto 2024, n. 114, la cosiddetta riforma Nordio, dal nome del Guardasigilli Carlo Nordio che l'ha proposta al Consiglio dei ministri il 15 giugno 2023. Il testo, approvato dal Senato il 13 febbraio 2024 e definitivamente dalla Camera il 10 luglio con 199 voti favorevoli e 102 contrari, ha abrogato per intero l'articolo 1, comma 1, lettera b) del codice penale relativo all'abuso d'ufficio. È un provvedimento del governo fi Giorgia Meloni, votato dalla sua maggioranza: qualunque fatto commesso dopo quella data - compreso, quindi, tutto ciò che è accaduto al Civico di Palermo nell'agosto 2026 - si colloca in un'area che il diritto penale italiano non presidia più con questo strumento.
Il governo aveva motivato l'abrogazione con la cosiddetta paura della firma: i dirigenti pubblici, temendo di essere indagati per abuso d'ufficio anche in assenza di responsabilità effettive, avrebbero rallentato o bloccato pratiche amministrative per eccesso di cautela. I dati citati a sostegno della riforma parlavano di migliaia di procedimenti aperti ogni anno e di una percentuale minima conclusa con una condanna, con la maggior parte destinata all'archiviazione.
La Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 9442 del 7 febbraio 2025 e il Tribunale di Firenze con l'ordinanza del 24 settembre 2024, hanno sollevato questione di legittimità costituzionale, sostenendo che l'abrogazione avrebbe creato un vuoto di tutela rispetto ai principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione sanciti dall'articolo 97 della Costituzione, oltre a un possibile contrasto con la Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, la Convenzione di Merida.
La Corte costituzionale ha risposto con la sentenza n. 95 del 2025, depositata il 3 luglio dopo un comunicato che ne anticipava l'esito l'8 maggio. Le questioni sono state dichiarate in parte inammissibili, in parte infondate: per i giudici costituzionali, la Convenzione di Merida non impone agli Stati l'obbligo di prevedere il reato di abuso d'ufficio, né vieta di abrogarlo una volta che sia stato introdotto. Nordio ha commentato la decisione parlando di «massima soddisfazione» e ha aggiunto di augurarsi che cessassero «queste strumentalizzazioni» legate al tema.
Il fronte europeo, però, si è riaperto pochi mesi fa. L'11 maggio 2026 è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale dell'Unione la direttiva 2026/1021 sulla lotta alla corruzione, approvata dal Parlamento europeo a fine marzo, che impone agli Stati membri di introdurre entro il 1° giugno 2028 un reato di «esercizio illecito di funzioni pubbliche»: una violazione intenzionale e grave dei doveri d'ufficio, commessa per procurare un vantaggio indebito a sé o ad altri. Sulla carta è una definizione che ricopre buona parte di ciò che l'abuso d'ufficio italiano puniva prima del 2024. Il 22 aprile 2026, in un question time alla Camera, la deputata Valentina D'Orso (M5S) ha chiesto a Nordio di adeguare l'ordinamento italiano reintroducendo il reato abrogato. Il ministro ha escluso l'ipotesi in termini netti, rivendicando che l'ordinamento italiano dispone già di diciassette fattispecie penali dedicate alla lotta alla corruzione e che la direttiva lascia agli Stati membri la scelta degli strumenti, senza imporre la reintroduzione di una fattispecie specifica.
Per il caso del Civico di Palermo, in ogni caso, la discussione europea non cambia nulla: la direttiva ha una finestra di recepimento che arriva al 2028, mentre il bando contestato è stato pubblicato ad agosto 2026. Qualunque cosa emerga dagli accertamenti avviati dall'Ufficio per la Trasparenza dell'azienda sanitaria, e qualunque intenzione venisse eventualmente dimostrata dietro le griglie già compilate, la strada dell'abuso d'ufficio resta chiusa. Restano altre fattispecie astrattamente applicabili: falso ideologico in atto pubblico, rivelazione di segreti d'ufficio, corruzione in presenza di uno scambio provato. Ciascuna con presupposti più stringenti e più difficili da dimostrare rispetto a quelli, ormai superati, dell'articolo 323.



