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Come la Gen Z sta cambiando l’informazione nel Paese più popoloso del mondo
Attualità27 agosto 2026

Come la Gen Z sta cambiando l’informazione nel Paese più popoloso del mondo

In India milioni di giovani seguono proteste e repressione attraverso creator, citizen journalist e video pubblicati direttamente dai manifestanti.

«Godi media», i media accucciati in grembo al potere. È uno degli slogan che i giovani manifestanti hanno gridato a Delhi mentre protestavano contro il governo di Narendra Modi. Niha Masih parte da quelle parole per raccontare sul Guardian la rivolta della Gen Z indiana e, soprattutto, lo scontro con una televisione accusata di mostrare una versione delle proteste molto diversa da quella che migliaia di ragazzi stavano documentando con i propri telefoni.

Il suo articolo, pubblicato il 4 agosto scorso nella prima puntata della newsletter This Is India, prende le mosse dal Cockroach movement, il movimento che nelle settimane precedenti aveva portato migliaia di giovani nelle strade della capitale. Il bersaglio iniziale era il governo: la protesta chiedeva le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan dopo la fuga di un testo d’esame. Il 20 luglio il movimento aveva convocato una marcia verso il Parlamento e migliaia di persone erano confluite a Delhi.

Masih descrive la risposta delle forze dell’ordine come violenta. La polizia utilizzò lacrimogeni e manganelli e, secondo quanto riportato nell’articolo, anche pellet gun. La giornalista racconta di avere visto personalmente lacrimogeni sparati contro la folla e manifestanti che, cercando una via di fuga, si trovarono davanti un secondo lancio proveniente dalla direzione verso la quale stavano correndo.

Deeksha Mishra, 17 anni, raccontò alla corrispondente del Guardian Hannah Ellis-Petersen che alcune persone erano state picchiate fino a riportare ferite alla testa e nasi rotti. Una prima stima diffusa dal Cockroach movement indicò circa 150 manifestanti feriti.

Sui grandi canali televisivi indiani, osserva Masih, quelle stesse ore venivano raccontate con un lessico diverso. Le operazioni della polizia erano presentate soprattutto come «clashes», scontri. NDTV utilizzò il termine «agitators» e si interrogò sulla presenza di «mobs» mobilitati nelle strade. Times Now descrisse i manifestanti come anarchici e diede rilievo alle dichiarazioni della polizia sui propri agenti feriti. Republic TV annunciò una «explosive exposé» sulle proteste e invitò il pubblico a intervenire su quella che definiva «anarchy».

Lo stesso network cercò inoltre di collegare un avviso di sicurezza diffuso dall’ambasciata statunitense prima della marcia alla possibilità di un coinvolgimento straniero. ANI, una delle principali agenzie di stampa indiane e un fornitore centrale di immagini per le televisioni, il 20 luglio non pubblicò su X contenuti riguardanti l’azione della polizia o le ferite riportate dai manifestanti, secondo un’analisi del sito di fact-checking Alt News citata dal Guardian.

Masih lega quanto accaduto a una trasformazione più lunga dell’informazione televisiva indiana durante i dodici anni di governo Modi. Secondo la sua ricostruzione, con il consolidamento del potere dell’attuale governo i programmi di prima serata sono stati percepiti sempre più come un prolungamento dell’agenda del partito al governo. Nei dibattiti televisivi sono diventati bersagli abituali l’opposizione, gli attivisti per i diritti umani, le minoranze, gli accademici e altre figure critiche verso il governo.

Da questa percezione è nata l’espressione «godi media», coniata dal giornalista Ravish Kumar e poi entrata nel linguaggio politico del Paese. Durante le proteste di Delhi è finita direttamente negli slogan rivolti contro i reporter delle televisioni presenti sul posto. Alcuni sono stati insultati e cacciati dai manifestanti; Masih riferisce anche di giornalisti aggrediti.

La risposta dei ragazzi alla narrazione televisiva è passata soprattutto dai social. Il Cockroach movement disponeva di qualcosa che le proteste di altre epoche non avevano: migliaia di telecamere già collegate a un sistema di distribuzione capace di raggiungere immediatamente milioni di persone. I manifestanti hanno documentato quello che succedeva mantenendo il linguaggio tipico della loro generazione online. Anche le situazioni più tese venivano raccontate attraverso meme, selfie, battute e video brevi. Masih insiste proprio su questa combinazione di documentazione e irriverenza.

Uno dei filmati diventati virali arriva da una manifestazione a Mumbai. Un ragazzo fermato dalla polizia riprende un agente mentre minaccia di piazzare droga addosso ai detenuti. A un certo punto gira la telecamera verso di sé, sorride e fa una linguaccia, poi torna a inquadrare il poliziotto. Secondo quanto successivamente riportato dai media indiani e ripreso dal Guardian, il governo statale sospese l’agente e ordinò un’inchiesta.

In un altro video molto condiviso, un uomo apre il portellone di un furgone della polizia mentre il mezzo comincia a muoversi, permettendo ad alcuni fermati di uscire.

La circolazione di quelle immagini ha ridotto la capacità della televisione di stabilire da sola quale versione degli eventi sarebbe arrivata al pubblico. Per la Gen Z indiana, scrive Masih, aggirare i telegiornali è ormai piuttosto semplice: la maggior parte dei giovani consuma informazione attraverso i social e può seguire creator indipendenti direttamente sul posto. Dopo che la pressione pubblica culminò nelle dimissioni di Pradhan, le critiche alla televisione arrivarono anche da persone considerate vicine all’agenda governativa. Vivek Agnihotri, regista noto per film politicamente allineati con il governo, scrisse su X che l’informazione televisiva aveva perso la fiducia del pubblico e che eventuali tentativi di controllare i social per contrastare la Gen Z sarebbero falliti.

«You can’t manufacture authenticity», scrisse: l’autenticità non può essere fabbricata.

Masih segnala anche un passaggio che potrebbe essere ancora più problematico per i grandi network: il cambiamento non sembra riguardare esclusivamente i più giovani. Ria Chopra, 27 anni, autrice di Never Logged Out: How the Internet Created India’s Gen Z, racconta di essere rimasta sorpresa quando il padre boomer di un’amica ha guardato quasi un’ora di immagini della repressione pubblicate su YouTube dal creator indipendente Samdish Bhatia e dal cameraman Parth Nainwal.

La spiegazione proposta da Chopra è molto concreta. Le persone conoscono ragazzi che partecipano alle manifestazioni oppure vedono le proteste svolgersi vicino a casa propria. A quel punto cresce il bisogno di cercare direttamente le immagini di ciò che è successo. Chopra parla di una crescente attrazione verso piccoli reporter indipendenti e citizen journalist presenti fisicamente sul terreno.

Nel resto della newsletter Masih aggiunge altri elementi alla ricostruzione di quelle giornate. The Hindu, riferisce, ha raccontato che l’uso dei pellet gun contro i manifestanti del 20 luglio era stato autorizzato dalla polizia di Delhi. L’informazione sarebbe emersa da un registro della Rapid Action Force presente negli atti della polizia. Le autorità di Delhi avevano in precedenza negato che quelle armi fossero state utilizzate.

Il governo, intanto, prova a recuperare proprio sul terreno digitale. Masih annota che Modi ha pubblicato quattro reel nell’arco di una settimana. In un altro video il Bharatiya Janata Party ha utilizzato il tema musicale di Friends per presentare il primo ministro come qualcuno che sarà «there for you». Un ulteriore contenuto, ambientato in palestra, mostra un trainer parlare della costruzione di una nazione forte.

Il tentativo di inseguire i codici della Gen Z non sembra aver convinto il pubblico al quale era rivolto. Masih sintetizza la reazione online utilizzando direttamente il lessico dei più giovani: «it’s giving cringe, not slay».

La battaglia sui social, però, ha avuto anche conseguenze molto meno leggere. Diverse ragazze che avevano partecipato alla protesta di Jantar Mantar sono state sottoposte a doxxing e minacciate da sostenitori del BJP per avere pubblicato contenuti giudicati offensivi o per aver rivolto insulti contro Modi. Una adolescente è stata costretta a pubblicare delle scuse rivolte al primo ministro, riferisce Masih citando un articolo di Ayush Tiwari per Scroll.

C’è infine un’immagine che restituisce bene il modo in cui questa generazione sta vivendo le proteste. Masih racconta di essersi ritrovata su Instagram il video di Abhinav Bisht, che con alcuni amici ha ricreato un trend di TikTok davanti a un gruppo di uomini armati delle forze di sicurezza presenti sul luogo della manifestazione. Quel filmato, scrive, aveva superato 175 milioni di visualizzazioni. Più del doppio del reel che Taylor Swift aveva in quel momento fissato sul proprio profilo.

Il dato racconta bene perché lo scontro descritto dal Guardian riguarda ormai anche il controllo della narrazione pubblica. Nelle strade indiane la televisione continua ad avere studi, conduttori e una capacità di diffusione enorme. I ragazzi che protestano hanno invece un telefono in tasca. Il 20 luglio è bastato perché milioni di persone potessero vedere una versione degli eventi che in prima serata rischiava di non arrivare affatto.

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