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Il caso Ranucci ha aperto una questione sul suo metodo giornalistico
Attualità27 agosto 2026

Il caso Ranucci ha aperto una questione sul suo metodo giornalistico

L’amicizia con Valter Lavitola, le relazioni raccontate con fonti e collaboratrici, le parti de La scelta poi definite «romanzate» e le risposte alle critiche pongono domande che restano anche tenendo fermo un punto: nell’inchiesta sull’attentato Sigfrido Ranucci è la vittima e non risulta indagato.

Roma - Ci sono due piani che nella vicenda di Sigfrido Ranucci dovrebbero essere tenuti distinti. Il primo riguarda la magistratura e l’attentato del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti alla sua abitazione. Su questo terreno, allo stato degli atti conosciuti, la posizione del conduttore di Report è chiara: è la persona colpita dall’attentato, non risulta indagato e gli inquirenti ritengono che Valter Lavitola abbia organizzato l’azione a sua insaputa. Lo stesso Lavitola, interrogato il 12 agosto, ha ammesso di esserne stato il mandante, sostenendo di averlo fatto per aumentare il livello di protezione dell’amico. Una spiegazione che il giudice ha giudicato priva di adeguati riscontri e sulla quale l’inchiesta è tuttora aperta.

Poi c’è un altro piano, che appartiene al giornalismo. Ed è quello che nelle ultime settimane sta creando i maggiori problemi a Ranucci.

La scoperta che l’uomo indicato dalla Procura come mandante dell’attentato fosse anche una persona molto vicina al conduttore di Report ha portato inevitabilmente a ricostruire il loro rapporto. Da lì sono riemersi episodi precedenti, racconti contenuti dallo stesso Ranucci nel libro La scelta, accuse formulate anni fa all’interno della Rai e soprattutto una domanda che riguarda chiunque eserciti un potere giornalistico considerevole: quali limiti devono esistere nel rapporto con le proprie fonti?

Ranucci ha risposto a questa domanda rivendicando il diritto di un giornalista d’inchiesta a frequentare persone controverse. Martedì sera, a Cerveteri, è arrivato a dire: «Se potessi andare a cena con Totò Riina io ci andrei». L’argomento è facilmente comprensibile. Un cronista deve poter incontrare mafiosi, faccendieri, politici indagati, imprenditori discussi, appartenenti ai servizi segreti o chiunque possa consentirgli di comprendere e raccontare una storia. Una parte importante del giornalismo investigativo si svolge precisamente in questi ambienti. Il problema nasce quando il rapporto supera questa funzione: un conto è incontrare una fonte per raccogliere informazioni, un altro è chiamarla abitualmente, frequentarla e condividere con lei anche momenti della propria vita privata.

Il rapporto con Lavitola

Lavitola era molto più di una fonte occasionale. Lui stesso ha parlato di un’amicizia profonda con Ranucci, fatta di telefonate frequenti, cene e rapporti familiari. Ranucci non lo ha negato e ancora in questi giorni ha continuato a rivendicare quella frequentazione.

Le carte dell’inchiesta hanno inoltre mostrato che Lavitola coltivava da tempo un progetto politico attorno al giornalista. Secondo l’ordinanza che ha portato al suo arresto, già nel 2024 aveva prospettato a Ranucci una possibile carriera politica e immaginava per sé il ruolo di consulente. Aveva commissionato anche un sondaggio per valutarne le possibilità elettorali. La ricostruzione degli inquirenti sostiene che proprio questo progetto sarebbe stato alla base dell’attentato: trasformare Ranucci in un simbolo, aumentarne la popolarità e preparare il terreno a una sua eventuale discesa in politica. Sempre secondo il giudice, l’azione violenta sarebbe stata organizzata senza che il giornalista ne sapesse nulla.

Resta però il primo dato: una fonte e amico con una lunga storia giudiziaria lavorava concretamente all’ipotesi di trasformare il conduttore del principale programma d’inchiesta della Rai in un soggetto politico. È un rapporto che merita di essere esaminato secondo criteri giornalistici, indipendentemente dalle responsabilità penali che la Procura sta cercando di ricostruire.

Lavitola non è una figura qualsiasi. È stato coinvolto negli anni in alcune delle vicende più controverse della politica italiana, dal caso della casa di Monte Carlo al tentativo di estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, fino alla vicenda della cosiddetta compravendita dei senatori. Conoscere persone di questo tipo può essere parte del lavoro di un giornalista. Diventarne amico, discutere con loro dei propri progetti personali e lasciare che lavorino a un’eventuale carriera politica apre una questione diversa: quella della distanza necessaria fra il giornalista e chi dovrebbe essere osservato dal giornalista.

Il problema de La scelta

A complicare ulteriormente la vicenda è stato un libro pubblicato da Ranucci nel 2024 per Bompiani, La scelta. La casa editrice lo presenta ancora oggi come un «autoritratto coraggioso». La Rai lo ha più volte raccontato come un libro nel quale Ranucci ripercorre la propria vita, le inchieste, la carriera e gli episodi personali che l’hanno segnata. Nel 2024 RaiNews arrivò a definirlo esplicitamente «un’autobiografia».

È proprio dentro questo libro che Ranucci racconta tre rapporti con altrettante donne indicate con i nomi di “Karoline”, “Emilia” e “Lavinia”.

La prima viene descritta come una giovane produttrice svizzera arrivata nel 2013 a Report come stagista. Nel racconto di Ranucci fra i due nasce una relazione sentimentale e sessuale. La storia si conclude tragicamente: la donna, dopo avere scoperto l’esistenza di un’altra relazione, esce sconvolta dall’abitazione del giornalista e viene investita mortalmente.

La seconda, “Emilia”, entra invece nella vita del conduttore attraverso il suo lavoro. Nel libro è una fonte che gli fornisce informazioni su una vicenda riguardante il mondo della scuola. Ranucci racconta di avere avuto con lei una relazione durata circa un anno e mezzo e descrive anche il suo coinvolgimento operativo in un’inchiesta, fino a una missione in incognito presso una parrucchiera sospettata di legami con ambienti islamisti.

“Lavinia”, infine, viene presentata come una professionista della comunicazione legata a un importante imprenditore. È lei, nel racconto, ad avvisare Ranucci dell’esistenza di manovre interne contro di lui.

Questi episodi erano rimasti sostanzialmente ai margini della discussione pubblica per due anni. Quando sono stati ripresi nelle ultime settimane, Ranucci ha dato una spiegazione che ha creato un problema ulteriore. Ha sostenuto che alcune parti del libro siano «romanzate» e ha dichiarato di non avere mai avuto rapporti con stagiste. A quel punto la questione ha smesso di riguardare soltanto la vita privata dell’autore.

Se quei rapporti sono realmente avvenuti, esiste un problema deontologico evidente. Una relazione sentimentale o sessuale fra un giornalista e una fonte coinvolta in una sua inchiesta può compromettere l’indipendenza necessaria a valutare informazioni, interessi e attendibilità. Una relazione fra una figura apicale di una redazione e una stagista pone inoltre una questione di asimmetria di potere che non può essere liquidata come semplice gossip.

Se invece quelle vicende sono state inventate o sostanzialmente trasformate, resta da capire perché siano state inserite in un libro presentato per due anni al pubblico come il racconto personale della vita e della carriera di Ranucci senza che fosse indicato chiaramente quali parti appartenessero alla finzione.

È una questione di credibilità editoriale prima ancora che morale. Un lettore deve poter distinguere un memoir da un romanzo, soprattutto quando l’autore ha costruito gran parte della propria reputazione professionale sulla verifica dei fatti e sulla richiesta di trasparenza rivolta agli altri.

Le accuse interne a Report

La discussione si intreccia inoltre con una vicenda del 2021. All’epoca una dettagliata lettera anonima inviata alla Commissione parlamentare di vigilanza Rai accusò Ranucci di comportamenti vessatori nei confronti di alcune giornaliste di Report e sostenne che rapporti personali e professionali fossero stati sovrapposti.

Quelle accuse furono sottoposte a verifiche interne e l’indagine Rai si concluse con un’archiviazione. Il documento è tornato però al centro dell’attenzione perché alcuni dei temi sollevati allora - la gestione dei rapporti con collaboratrici e colleghe, le possibili sovrapposizioni fra sfera personale e professionale - assomigliano a quelli descritti successivamente dallo stesso giornalista nel suo libro. L’esistenza di questa coincidenza non consente di trasformare vecchie accuse archiviate in fatti accertati. Consente però di formulare domande.

Ed è precisamente questo il punto che sembra diventato più difficile nella vicenda Ranucci: la possibilità di rivolgere domande al giornalista senza essere automaticamente inseriti nel fronte dei suoi nemici.

Le risposte alle critiche

Quando Selvaggia Lucarelli ha criticato il modo in cui Ranucci avrebbe gestito i rapporti con alcune fonti e collaboratrici, il conduttore di Report ha replicato con una frase piuttosto singolare: «Sarebbe interessante citare i suoi». Lucarelli ha interpretato quelle parole come un’allusione intimidatoria e lo ha invitato, se possedeva informazioni sulle sue frequentazioni, a renderle pubbliche con nomi e fatti.

Anche qui il problema riguarda il metodo.

Un giornalista che per mestiere chiede a ministri, imprenditori, funzionari pubblici e dirigenti di rispondere nel merito dovrebbe essere particolarmente attento al modo in cui reagisce quando le domande riguardano lui. Alludere a ciò che si conoscerebbe della vita di chi formula una critica sposta la discussione dalla fondatezza della domanda alla persona che l’ha posta.

Negli ultimi mesi Ranucci ha progressivamente descritto ciò che gli sta accadendo come una vasta operazione per distruggerne la reputazione. Il 24 agosto ha parlato di oltre duemila articoli appartenenti a una «character assassination» che, secondo lui, potrebbe non avere precedenti persino a livello mondiale. Parallelamente ha sostenuto che dietro gli attacchi esista una convergenza di interessi politici ed economici molto ampia.

Che attorno alla vicenda esista anche uno scontro politico è difficilmente contestabile. Report ha realizzato numerose inchieste sgradite alla maggioranza di governo e Fratelli d’Italia ha sfruttato il caso Lavitola per attaccare duramente il programma e il suo conduttore. In queste ore i vertici Rai stanno discutendo la possibilità di sostituire Ranucci alla guida della trasmissione e di assegnargli un altro incarico. L’opposizione denuncia un’operazione politica, mentre l’azienda fa riferimento anche alle valutazioni del proprio Comitato etico.

Il rischio di una strumentalizzazione politica esiste quindi e va preso sul serio. La presenza di un interesse politico a colpire Ranucci, tuttavia, non risolve le questioni sollevate sul suo comportamento professionale. Le due cose possono convivere.

È possibile che alcuni partiti vogliano approfittare della vicenda per liberarsi di un giornalista scomodo. È altrettanto possibile che siano emersi comportamenti che meritano un esame critico. Stabilire la correttezza di una domanda sulla base dell’identità di chi la pone significherebbe rinunciare allo stesso principio su cui si fonda il giornalismo d’inchiesta. 

Insomma, negli ultimi anni Ranucci sembra aver maturato una certa compiacenza del proprio ruolo, e lo si coglie anche nel tono spesso sprezzante con cui risponde ai colleghi durante presentazioni, incontri pubblici e interviste. A questo si aggiungono alcuni video nei quali allude a rapporti con ambienti dei servizi segreti o con altre strutture riservate. È un atteggiamento che richiama un vizio piuttosto diffuso nel giornalismo italiano: esibire amicizie, contatti e conoscenze - reali, presunte o semplicemente enfatizzate - come una sorta di certificato di autorevolezza, quasi che la prossimità ai centri di potere bastasse, da sola, a rendere più credibile chi racconta i fatti.

La credibilità di Report

Ranucci ha ricordato più volte i risultati maturati in oltre trent’anni di Rai, le inchieste firmate, le minacce ricevute, le centinaia di cause affrontate e il ruolo conquistato da Report nel panorama dell’informazione italiana. Sono tutti elementi reali della sua biografia professionale e aiutano a comprendere la solidarietà di cui continua a godere. Allo stesso tempo, la frequenza quasi rituale con cui torna a enumerare questi meriti restituisce anche l’immagine di un uomo molto compiaciuto del proprio ruolo e della propria reputazione. Ed è proprio il peso assunto da Report a imporre a chi lo guida uno standard particolarmente elevato.

La trasmissione chiede da decenni conto agli altri dei loro conflitti d’interesse, delle relazioni personali utilizzate per ottenere vantaggi, delle frequentazioni opache, delle incongruenze fra dichiarazioni pubbliche e comportamenti privati, dei rapporti fra potere politico, economico e informazione. È difficile sostenere che domande analoghe diventino illegittime quando riguardano chi quel programma lo conduce.

Ranucci resta la vittima di un attentato gravissimo. Se la ricostruzione attuale della Procura sarà confermata, un uomo che considerava amico ha organizzato contro di lui un’azione criminale per inserirlo dentro un progetto politico concepito senza il suo consenso. È una vicenda che merita solidarietà e pieno accertamento giudiziario.

La solidarietà verso una vittima non produce però un’immunità professionale.

La credibilità di un giornalista si misura anche dalla disponibilità ad accettare lo stesso scrutinio che esercita sugli altri. Per Report, servizio pubblico e patrimonio giornalistico della Rai, questa disponibilità conta ancora di più. Le domande sui rapporti con Lavitola, sulle fonti descritte nel libro, sulle parti successivamente definite romanzate e sul modo in cui Ranucci ha reagito alle critiche ormai esistono. Rispondere nel merito sarebbe probabilmente la forma più efficace di tutela della reputazione costruita in tanti anni di lavoro.

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