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Come Vannacci usa il cattolicesimo nel suo programma
Attualità31 agosto 2026

Come Vannacci usa il cattolicesimo nel suo programma

Futuro Nazionale ha diffuso il programma a puntate, assicurandosi settimane di attenzione mediatica; alcune parti sembrano scritte con l’intelligenza artificiale e i richiami a Pio IX, san Paolo e alla Dottrina sociale della Chiesa sono spesso usati fuori dal loro contesto.

Roma - L'11 agosto Futuro Nazionale ha pubblicato online la prima parte della «B.I.P. – Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionale per l'Italia del futuro (2027-2037)», il documento con cui Roberto Vannacci prova a dare forma politica al partito nato al congresso di Roma del 14 giugno. Il testo precisa, in apertura, di essere stato redatto dal responsabile nazionale del programma, il professor Lorenzo Gasperini, «nel confronto con gli esperti e con gli iscritti», e poi sottoposto al presidente Vannacci e al coordinatore nazionale Massimiliano Simoni: la firma politica è quella del generale, la stesura materiale porta un altro nome. La seconda parte è uscita, a scaglioni, tra il 24 e il 29 agosto. Il documento consultabile online reca ancora oggi, in testa, la dicitura «prima e seconda parte - di tre»: la terza, promessa fin dall'11 agosto, non è stata ancora pubblicata.

Il calendario non è casuale. Un programma pensato per uscire a puntate, con giorni o settimane di distanza tra un capitolo e l'altro, produce ciò che un comunicato unico non garantirebbe: più occasioni distinte di attenzione, distribuite proprio nel periodo dell'anno in cui le redazioni italiane faticano di più a riempire le pagine. Ferragosto ha un suo genere giornalistico consolidato: il 14 agosto usciva, come ogni anno, la consueta rubrica «Stupidario di Ferragosto». In quelle settimane un partito che promette tre uscite programmatiche a distanza si assicura titoli certi, in un mese in cui i titoli scarseggiano.

La logica dei rilasci frazionati risponde a un obiettivo preciso: restare più a lungo al centro del dibattito pubblico, tra reazioni indignate e repliche piccate. I fatti confermano la lettura. La prima parte del programma riguardava economia, remigrazione (22 misure per il blocco degli sbarchi e le espulsioni accelerate), energia, politica estera e giustizia. Il giorno dopo, il 12 agosto, Giorgia Meloni interveniva sul settimanale italiano Chi per liquidare l'operazione: «un'operazione costruita per favorire la sinistra». Tre giorni ancora, e il 15 agosto arrivava la notizia più tecnica.

Il capitolo dedicato all'energia, 4.522 parole, è risultato per il 52,8% generato da un'intelligenza artificiale, secondo un calcolo basato sulla ricorrenza di formule linguistiche statisticamente più frequenti nei testi prodotti dai chatbot che in quelli scritti da esseri umani: espressioni come questo approccio rispetta compaiono, secondo l'archivio di Copyleaks, 192 volte più spesso nei testi generati dall'IA. Anche l'apertura del documento, il paragrafo «Introduzione. Chi siamo e cosa faremo», mostrava un uso fitto del trattino lungo, il segno che a fine 2025 lo stesso Sam Altman aveva pubblicamente segnalato come sintomo di una scrittura affidata troppo a ChatGPT. Insomma, quella parte del programma ha buona probabilità di essere scritto con l'intelligenza artificiale.

Non è un episodio isolato nella comunicazione di Futuro Nazionale. A luglio, sui canali social di Vannacci erano comparsi contenuti sintetici realizzati con Grok, il generatore integrato nella piattaforma X di Elon Musk: materiale che Il Fatto Quotidiano ha inquadrato come «slopaganda», termine coniato dall'unione di AI slop e propaganda ed entrato quest'anno nel vocabolario Treccani per indicare la produzione seriale di contenuti politici dall'estetica grottesca generati a basso costo con l'intelligenza artificiale. Il linguista Michele Cortellazzo, dell'Accademia della Crusca, ha definito quella di Vannacci una scelta comunicativa deliberata, fondata sull'uso sistematico di parole cariche di storia come «feccia» o «figli di nessuno» insieme ai contenuti generati artificialmente diffusi sui social.

Il capitolo 13 della base programmatica, intitolato «Valori non negoziabili: demografia, vita, famiglia e identità cristiana», contiene i punti che hanno acceso il dibattito pubblico tra il 24 e il 29 agosto: l'aborto definito non un diritto, l'abrogazione delle unioni civili, lo stop ai contenuti «genderisti» e «omosessualisti» in tv per la maggior parte della giornata, il divieto di adozione per le coppie omosessuali, la transizione di genere sui minori trasformata in reato universale, l'inasprimento delle pene per la gestazione per altri da un minimo di 5 a un massimo di 10 anni, il «reddito di genitorialità» e il «voto plurimo» per i genitori. Negli stessi giorni sono arrivati anche i capitoli su difesa e riforma dell'architettura pubblica, con l'opposizione al target NATO del 5% del Pil e la proposta di elezione diretta del presidente della Repubblica.

Più volte anche Silere non possum ha messo in guardia da questo meccanismo: chi rincorre ogni provocazione di Vannacci, sia esso un giornalista o un avversario politico, finisce per accettarne il terreno di gioco, discutere alle condizioni da lui imposte e consegnargli il centro della scena. Quanto sta accadendo in questi giorni ne offre una dimostrazione piuttosto chiara. Un programma costruito, almeno in parte, ricorrendo a strumenti che scrivono al posto di chi lo firma, e poi diffuso a puntate per assicurarsi titoli e attenzione durante un mese tradizionalmente povero di notizie, ha già raggiunto il risultato per cui era stato concepito: costringere tutti a parlarne.

Noi cattolici non dormiamo

Il programma di Futuro Nazionale merita un’attenzione particolare anche per il modo in cui utilizza il cattolicesimo e la storia della Chiesa. Prima ancora dell’introduzione compaiono due epigrafi, accostate senza data né contesto: «Benedite, gran Dio, l’Italia!», di Pio IX, e «Destra divina che è dentro di noi, nel sonno», tratta da Saluto e augurio di Pier Paolo Pasolini.

La prima citazione è del febbraio 1848, nel pieno della stagione in cui attorno a Pio IX era nato il mito del papa liberale e nazionale. Ma il programma la interrompe proprio nel punto che permette di trasformarla più facilmente in una benedizione patriottica. Pio IX aveva detto: «Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele sempre questo dono preziosissimo di tutti, la fede». Il discorso riguardava la presenza a Roma della Sede apostolica e l’unità cattolica; già allora quelle poche parole, separate dal resto, furono lette dai patrioti come un sostegno alla causa nazionale che andava ben oltre le intenzioni del Pontefice.

Bastarono poche settimane perché l’equivoco diventasse evidente. Il 29 aprile 1848, con l’allocuzione Non semel, Pio IX dichiarò che non avrebbe partecipato alla guerra contro l’Austria e respinse l’idea di assumere la guida politica di una federazione italiana. Negli anni successivi lo scontro con il processo unitario divenne radicale: Roma fu annessa al Regno d’Italia nel 1870, il Papa fu privato illegittimamente del proprio potere temporale e sotto il suo pontificato maturò il non expedit, con cui ai cattolici italiani venne preclusa per lungo tempo la partecipazione alla vita politica nazionale. Nel 1864, inoltre, la Quanta cura condannava l’idea che la volontà del popolo potesse costituire una «sovrana legge» sciolta da ogni diritto divino e umano, mentre il Sillabo includeva fra gli errori del tempo il liberalismo politico e l’idea che il Pontefice dovesse riconciliarsi con «il progresso, il liberalismo e la civiltà moderna». È quindi difficile trasformare Pio IX in un antecedente lineare del sovranismo contemporaneo senza amputare proprio la parte della sua storia che rende quella citazione problematica.

Lo stesso metodo ritorna qualche pagina dopo. Futuro Nazionale introduce quello che definisce il «principio economico di San Paolo»: «chi non vuol lavorare neppure mangi», dalla seconda lettera ai Tessalonicesi. Il versetto viene utilizzato per sostenere che l’accesso ai sussidi debba essere subordinato alla disponibilità ad accettare un lavoro.

Qui Vannacci trasforma il passo paolino in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo, però, non stava formulando una politica economica per uno Stato e non stava stabilendo una pena contro i poveri: interveniva sui comportamenti di alcuni membri della comunità di Tessalonica che vivevano nell’ozio e a carico degli altri. San Giovanni Paolo II, commentando lo stesso passo nel 1995, lo collegò all’attesa dell’imminente ritorno di Cristo, che aveva portato alcuni credenti a trascurare il lavoro e gli impegni quotidiani.

C’è inoltre una contraddizione interna al riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa, che il programma di Futuro Nazionale cita più volte come propria fonte. Quella dottrina afferma certamente il dovere morale del lavoro, ma nello stesso tempo definisce la disoccupazione una «vera calamità sociale», considera la piena occupazione un obiettivo doveroso dell’ordinamento economico e riconosce fra i diritti dei lavoratori quello a sussidi adeguati quando rimangono senza occupazione, anche per garantire il sostentamento delle loro famiglie. Non esiste, nella Dottrina sociale cattolica, un «principio economico di San Paolo» dal quale possa essere ricavata direttamente una disciplina dei sussidi pubblici.

Il problema, dunque, non sta soltanto nel fatto che questo partito politico citi Pio IX o san Paolo, ma nel modo in cui pretende di servirsene. È qui che l’ignoranza storica e religiosa emerge con una sfacciataggine difficile da ignorare. In entrambi i casi una frase viene strappata al proprio contesto, separata da ciò che la precede e la segue e trasformata in una formula pronta all’uso nel dibattito politico contemporaneo. Per una forza che dichiara di fondare la propria identità sulla «tradizione romana e cristiana», la disinvoltura con cui quella stessa tradizione viene manipolata dovrebbe essere almeno motivo di imbarazzo.

d.M.C.

Silere non possum

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