Città del Vaticano – Questo pomeriggio, nell’Aula del Sinodo, si è aperto il primo Concistoro Straordinario presieduto da Papa Leone XIV, appuntamento che imprime una svolta tangibile all’avvio del suo pontificato. Dopo l’annuncio di questa mattina nell’Aula Paolo VI, con cui Prevost ha inaugurato il ciclo di catechesi sul Concilio, il Santo Padre è intervenuto nell’Aula Nuova del Sinodo davanti al Collegio cardinalizio. Fin dalle prime battute ha chiarito l’impostazione dei lavori: non un evento “di cornice”, ma un tempo volutamente strutturato per l’ascolto.
È importante anche il numero dei presenti, 190 porporati che hanno scelto di essere presenti nonostante la salute, gli impegni pastorali e l’età. Non si tratta di un dettaglio numerico, ma dell’espressione di una responsabilità condivisa che il diritto della Chiesa qualifica con precisione. Il can. 353 chiarisce che i cardinali coadiuvano il Romano Pontefice nei Concistori mediante un’azione collegiale, e distingue con precisione tra la forma ordinaria - nella quale sono convocati almeno i cardinali presenti nell’Urbe - e la forma straordinaria, celebrata quando lo richiedono peculiari necessità della Chiesa o la trattazione di questioni di particolare gravità, nella quale la convocazione riguarda l’intero Collegio.
Questa puntualizzazione risulta necessaria anche per inquadrare correttamente quanto affermato dal cardinale Leopoldo José Brenes Solórzano, arcivescovo metropolita di Managua, che ha dichiarato di non essere stato invitato. Tale ricostruzione non corrisponde al vero: la convocazione è stata trasmessa a tutti i cardinali dal Decano del Sacro Collegio, secondo quanto previsto per il Concistoro straordinario. In questo quadro, Leone XIV ha inteso il Concistoro come un cantiere ecclesiale: un laboratorio di ascolto reciproco, confronto e discernimento condiviso, finalizzato a far maturare, con metodo e sobrietà, un orientamento comune sulle priorità del prossimo tratto di cammino. Non una sequenza di interventi meramente formali, dunque, ma un esercizio di collegialità concreta, nel quale la parola del Papa – fin dall’inizio – si è collocata dentro una dinamica di consultazione reale.
Radcliffe: in ascolto dello Spirito
Il cardinale Timothy Peter Joseph Radcliffe, O.P., domenicano e predicatore di riconosciuta finezza teologica, già altre volte ascoltato con attenzione dai membri del Sacro Collegio, ha aperto i lavori con una meditazione capace di predisporre l’assemblea ad un ascolto ecclesiale, cioè radicato nella fede e ordinato alla comunione.
Radcliffe è partito da una domanda essenziale: «Siamo riuniti in questo Concistoro per offrire il nostro aiuto al Santo Padre nell’esercizio del suo ministero a servizio della Chiesa universale. Ma in che modo possiamo farlo?». La risposta, costruita in filigrana sul Vangelo di Giovanni, è stata netta: pace e amore non come buoni sentimenti, ma come condizioni reali perché l’aiuto al Papa sia efficace. Se la barca di Pietro, ha osservato, fosse piena di discepoli che si lacerano a vicenda, il Collegio risulterebbe inutile; se invece si vive nella pace e nell’amore anche quando emergono divergenze, allora Dio può rendersi presente proprio là dove, umanamente, sembra assente. Da questa base spirituale, il cardinale ha allargato lo sguardo all’attualità, descrivendo il tempo presente come una stagione di “tempeste terribili”: una violenza in crescita, dal crimine armato fino alla guerra; un divario tra ricchi e poveri che continua ad ampliarsi; l’erosione dell’ordine globale nato dopo l’ultima guerra mondiale; l’irruzione dell’intelligenza artificiale, della quale - ha notato - non sappiamo ancora quali effetti produrrà. «Se non siamo già inquieti, dovremmo esserlo», ha detto, senza compiacimenti apocalittici, ma con lucidità. In questo scenario, Radcliffe ha riconosciuto la tentazione più comune: sentirsi soli, logorati, esausti. Eppure, ha insistito, «non dobbiamo temere»: Gesù vigila e, proprio quando sembra lontano, può farsi «più vicino che mai». La stessa lettura, ha aggiunto, riguarda la Chiesa, anch’essa attraversata da tempeste come le divisioni ideologiche che la scuotono dall’interno. Poi ha esortato: il Signore chiama la Chiesa a navigare dentro queste tempeste, affrontandole con verità e coraggio, senza rifugiarsi in una prudenza che diventa immobilismo. Se il Concistoro saprà assumere questo stile - ha suggerito Radcliffe - allora si potrà riconoscere Cristo che viene incontro; se invece ci si limita a restare “sulla riva”, protetti e nascosti, l’incontro non avverrà.
Papa Leone XIV: «Facciamo un esercizio reale di comunione e discernimento»
È stato però l’intervento del Santo Padre a dare al Concistoro la sua fisionomia precisa. Papa Leone XIV ha scelto un registro alto e insieme estremamente lineare, chiarendo fin dall’inizio che il cuore di queste giornate non sarebbe stato l’elaborazione di documenti, ma un esercizio reale di comunione e discernimento. Il Papa ha assunto il tema della luce come chiave di lettura teologica e pastorale dell’intero cammino ecclesiale. Richiamando il profeta Isaia e accostando quel testo all’incipit della Lumen gentium, Leone XIV ha proposto una lettura organica del Concilio Vaticano II: la Chiesa vive e comprende sé stessa solo a partire da Cristo, luce delle genti, e la sua missione non consiste nell’affermare se stessa, ma nel lasciarsi attraversare e riflettere da questa luce perché i popoli possano camminare nelle tenebre del mondo. In questa prospettiva, il Papa ha riletto i grandi pontificati del secondo Novecento come uno sviluppo coerente della visione conciliare, fino alla sintesi offerta da Benedetto XVI e Francesco nella categoria dell’attrazione.
Leone XIV ha poi insistito sul fatto che la forza attrattiva della Chiesa non risiede in strategie, strutture o linguaggi, ma nella Carità di Dio - la Charis, l’Agape - che si è incarnata in Cristo ed è continuamente donata alla Chiesa nello Spirito. Non è la Chiesa che attrae, ha ribadito il Papa, ma Cristo stesso; e se una comunità cristiana risulta credibile è solo perché lascia passare, senza opacità, la linfa vitale che sgorga dal Cuore del Salvatore. In questo senso ha richiamato il percorso di Papa Francesco, dall’Evangelii gaudium fino a Dilexit nos, come un arco unitario centrato sull’amore divino e umano di Cristo. Da qui ha tratto una conseguenza ecclesiale: l’unità. Leone XIV ha affermato con chiarezza che l’unità ha una forza attrattiva intrinseca, mentre la divisione produce dispersione e sterilità. Non si tratta di un principio organizzativo, ma di una legge che attraversa la realtà stessa, e che per la Chiesa si traduce nell’obbedienza all’unico comandamento lasciato dal Signore dopo la lavanda dei piedi: amarsi come Lui ha amato. Solo questo amore rende la testimonianza cristiana credibile. Su tale fondamento il Papa ha collocato il tema della collegialità. Il Collegio cardinalizio, con la sua varietà di provenienze, culture, percorsi formativi ed esperienze pastorali, non è una difficoltà da gestire ma una ricchezza da assumere. Tuttavia, perché questa pluralità diventi feconda, è necessario conoscersi, dialogare e imparare a lavorare insieme. Leone XIV ha indicato esplicitamente il Concistoro come un luogo di apprendimento reciproco, chiamato a offrire un modello concreto di comunione ecclesiale.
Nel delineare il metodo dei lavori, il Papa ha ribadito più volte una parola chiave: ascolto. Ascolto della mente, del cuoree dello spirito; ascolto reciproco; interventi brevi ed essenziali, perché tutti possano prendere la parola. Non “molte cose”, ma “molto” in profondità. In questa logica ha spiegato la scelta dei temi - missione, Curia, sinodalità, liturgia - e l’impostazione dei gruppi, sottolineando che il Concistoro non è orientato alla produzione di testi, ma a una conversazione ecclesiale capace di orientare il suo servizio al governo della Chiesa universale. La giornata e mezza di lavoro, ha concluso Leone XIV, vuole essere una prefigurazione del cammino futuro: uno stile di Chiesa che cammina insieme, si lascia guidare dallo Spirito Santo e trova proprio nel modo di lavorare fraternamente l’inizio di qualcosa di nuovo, capace di incidere sul presente e sul futuro della missione ecclesiale.

I temi scelti e il confronto
I cardinali hanno scelto, mediante votazione, i due temi sui quali concentrarsi in queste giornate: Sinodo e sinodalità ed Evangelizzazione e missionarietà nella Chiesa nella lettura di Evangelii gaudium. Una decisione che, nei fatti, smentisce l’immagine spesso proiettata dalla narrazione mediatica: esiste una Chiesa “raccontata”, rumorosa e polarizzata, e una Chiesa reale, che - almeno qui - prova a lavorare su priorità sostanziali.
Nel circuito mediatico, infatti, acquistano visibilità soprattutto gruppi capaci di imporre agenda e linguaggio, talora guidati da figure ricattabili anche sul piano economico e rapidamente arruolate come bandiera della “destra” di turno, con particolare risonanza in ambito americano. Sono queste dinamiche a deformare sistematicamente il dibattito sulla liturgia, riducendolo a identità, tifoserie e propaganda. Negli scorsi giorni Silere non possum ha rivelato con chiarezza l’esito più tossico di questo corto circuito: l’incapacità di tenere insieme esteriorità e vita cristiana, fino alla volgarità dello scandalo pubblico, con porporati dileggiati e insultati.
Il "nuovo vento", però, è altrettanto esplicito: nessuna tolleranza per chi alimenta divisioni, nessun margine per ricatti, minacce di ritorsioni, vendette o appelli ai “potenti nella scala gerarchica”. Leone XIV lo ha ribadito anche oggi con una posizione netta: la divisione non edifica, non genera, non porta frutto.
Scelti i temi, i porporati si sono organizzati attorno a un tavolo circolare, ripartiti in 20 gruppi su base linguistica, con interventi scanditi e brevi - circa tre minuti ciascuno - per garantire a tutti la possibilità di contribuire. La prima parte dei lavori è stata presieduta dal cardinale Ángel Fernández Artime, S.D.B., pro-prefetto del Dicastero per la Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. L’avvio ha seguito un ritmo chiaramente spirituale: il canto del Veni Creator, la lettura di un brano del capitolo 6 del Vangelo di Marco, quindi due minuti di silenzio. Poi c’è stato un saluto da parte del cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio cardinalizio, con un saluto e “un po’ del suo solito show”, riferisce un porporato. A riportare il clima alla preghiera dopo le parole del porporato ci ha pensato il cardinale Timothy Peter Joseph Radcliffe. Ha fatto seguito l'intervento del Papa.
Dalle 16.20 fino alle 18.00 i cardinali si sono poi spostati nell’Aula Paolo VI per il lavoro nei gruppi, ai quali Leone XIV non ha preso parte: il Papa ha scelto di non “entrare” nelle discussioni, riservandosi di ascoltare. È rientrato infatti per le relazioni finali. Per ragioni di tempo, solo i segretari dei primi nove gruppi – quelli composti da cardinali provenienti dalle Chiese locali – hanno potuto presentare in tre minuti una sintesi del confronto e le ragioni che hanno condotto alla selezione dei due temi. I segretari degli altri undici tavoli, invece, hanno comunicato unicamente i titoli delle preferenze espresse.
"Sento il bisogno di contare su di voi. Voi avete chiamato questo servitore a questa missione, è importante che discerniamo insieme”, ha concluso Papa Leone XIV prima di congedarsi e dare appuntamento a domani. Poi, ha chiesto: «C’è vita nella nostra Chiesa?». «Una Chiesa che guarda più in là di se stessa, la cui ragione d’essere è annunciare il Vangelo».
Il collegio guarda al Papa con ammirazione
Questa sera, a cena, alcuni cardinali si sono ritrovati insieme a un arcivescovo di curia e a un vescovo presente nell’Urbe. Con entusiasmo hanno rievocato la giornata di oggi, soffermandosi anche sul lavoro nei gruppi nell’Aula Paolo VI: hanno raccontato che il Papa si è seduto ad uno dei tavoli con loro, partecipando direttamente al confronto. Sono stati entusiasti delle parole del predicatore e di quanto è stato sollevato nei gruppi. Ne è emerso, hanno detto, un clima gioviale, sereno e disteso. Li ha colpiti la scelta di Leone di vivere questo momento anche come risposta alle richieste emerse prima dell’elezione. Particolarmente significativa, hanno aggiunto, è stata l’attenzione riservata ai gruppi provenienti dalle Chiese locali, percepita come tutt’altro che formale. Leone appare anche al Sacro Collegio come un uomo di profonda preghiera e, insieme, di sorprendente concretezza: pragmatico, consapevole dei dossier e preciso su ciò di cui parla. «Vedere l’aula Paolo VI di nuovo popolata da “vescovi” e non altri, è un bel vedere», ha scherzato l’arcivescovo che nei mesi scorsi aveva preso parte, con lo stesso Prevost ma in altra veste, al Sinodo sulla Sinodalità.
d.E.S.
Silere non possum