Berlino - Il risultato ottenuto dall’Alternative für Deutschland alle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riportato al centro della politica tedesca una questione che attraversa da anni una parte della destra europea: il rapporto con la Russia di Vladimir Putin. L’AfD ha ottenuto quasi il 44 per cento dei voti e, soprattutto nelle regioni dell’ex Germania orientale, continua a raccogliere consensi anche proponendo una revisione della politica seguita da Berlino nei confronti di Mosca. Il partito chiede la fine dell’assistenza militare tedesca all’Ucraina, il ripristino dei rapporti economici con la Russia e la revoca delle sanzioni.
Il tema è stato ripreso sul Times da Melanie Phillips, che ha dedicato un lungo commento al rapporto fra Putin e una parte della destra occidentale. La sua tesi è apertamente polemica: chi considera il presidente russo un difensore della civiltà cristiana europea, sostiene Phillips, starebbe interpretando male sia la Russia contemporanea sia il progetto politico che si è formato attorno al Cremlino. L’articolo accosta l’AfD a Marine Le Pen, Nigel Farage e all’ambiente MAGA statunitense e individua nel rifiuto del liberalismo culturale uno degli elementi che hanno reso Mosca attraente in questi ambienti.
Il fenomeno esiste, anche se è più articolato di quanto suggerisca una contrapposizione fra una destra «filorussa» e un fronte occidentale compatto.
Da oltre un decennio il governo russo utilizza con continuità il linguaggio dei «valori tradizionali».Famiglia, religione, identità nazionale, critica delle politiche LGBT e opposizione a una concezione universalistica dei diritti sono entrati nel lessico politico dello Stato. Una ricerca pubblicata quest’estate sul Journal of Church and State ricostruisce come, soprattutto dal 2012, autorità politiche, Chiesa ortodossa russa e organizzazioni conservatrici abbiano contribuito alla costruzione dell’immagine della Russia quale potenza chiamata a difendere una concezione tradizionale della società. Dopo il 2022 questo linguaggio si è intrecciato ancora più strettamente con la guerra e con il confronto politico con l’Occidente.
Putin stesso continua a usare questa categoria. Parlando nel 2025 dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, spiegò che le piattaforme nazionali russe avrebbero dovuto essere costruite sulla storia e sui «valori tradizionali» condivisi dai popoli della Federazione. Il concetto è quindi parte dichiarata della visione politica dello Stato russo, e sarebbe riduttivo liquidarlo come un semplice artificio propagandistico. Esiste un’elaborazione culturale e politica che precede la guerra in Ucraina e che risponde anche a trasformazioni interne della società russa.
È proprio questo elemento ad avere esercitato una certa attrazione su alcuni settori conservatori europei e americani. Per chi considera aborto, eutanasia, politiche sull’identità di genere, secolarizzazione e trasformazione della famiglia come problemi centrali delle società occidentali, la Russia ha offerto per anni un’immagine alternativa. La legislazione russa, il ruolo pubblico della Chiesa ortodossa e la retorica del Cremlino hanno alimentato l’idea che a Est fosse sopravvissuto qualcosa che l’Europa occidentale avrebbe progressivamente abbandonato.
Da questa constatazione, però, nasce una sovrapposizione fra piani diversi. Una politica conservatrice sui temi etici, un’identità religiosa e una strategia internazionale possono convivere nello stesso sistema politico senza coincidere. È proprio qui che il rapporto fra cristianesimo e geopolitica diventa più complicato.
Nel dibattito occidentale ricorre spesso il nome di Aleksandr Dugin. Filosofo russo, teorico dell’eurasiatismo e avversario dichiarato dell’ordine liberale, Dugin viene definito frequentemente «il cervello di Putin». Anche Phillips utilizza questa semplificazione.
In realtà gli studiosi discutono da anni sull’effettiva influenza di Dugin sul presidente russo. Il Center for Strategic and International Studies osserva che esistono poche prove di un rapporto ideologico diretto e che le politiche di Putin non coincidono interamente con la visione eurasiatista di Dugin. Altri ricercatori ritengono invece che idee nate ai margini del nazionalismo russo siano progressivamente entrate nel dibattito istituzionale e nell’ambiente che circonda il potere. Il dato più solido riguarda quindi la circolazione di quelle idee, più che l’esistenza di un rapporto personale fra Dugin e Putin. Leggere Dugin resta comunque utile per comprendere una parte dell’universo ideologico russo contemporaneo.
Nel suo The Great Awakening vs The Great Reset, pubblicato nel 2021, Dugin individua nel liberalismo universalista e nel globalismo alcuni dei principali responsabili della crisi della civiltà occidentale. Alla modernità contrappone una società organizzata attorno alle tradizioni, alle civiltà storiche e alle religioni. In un’intervista dedicata allo stesso tema ha parlato esplicitamente di un ritorno all’antichità, al Medioevo, ad Aristotele, al cristianesimo e alle religioni tradizionali.
Qui emerge però una differenza che viene talvolta trascurata da chi, in Europa o negli Stati Uniti, legge Dugin attraverso le sole battaglie culturali contemporanee. Il suo progetto non mira semplicemente a riportare le società occidentali verso posizioni più conservatrici sui temi etici. Dugin mette in discussione la stessa pretesa dell’Occidente di costituire il centro politico e culturale del mondo. La sua «multipolarità» dovrebbe sostituire l’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale con grandi spazi di civiltà autonomi, tra i quali la Russia eurasiatica avrebbe un proprio ruolo.
Per questo alcuni conservatori occidentali possono riconoscersi nella critica di Dugin al globalismo, alle politiche di genere o alla secolarizzazione e trovarsi molto più lontani dalla sua idea di organizzazione geopolitica. Lo stesso vale per il rapporto con gli Stati Uniti, che il pensatore russo interpreta soprattutto attraverso la contrapposizione fra forze globaliste e correnti che considera compatibili con un ordine multipolare.
I rapporti costruiti negli anni fra ambienti conservatori russi e destre europee sono comunque documentati. Uno studio della Carnegie Endowment ha ricostruito le relazioni stabilite da Dugin e dall’imprenditore ortodosso Konstantin Malofeev con esponenti della destra italiana, francese e austriaca. Nel 2014, dopo l’annessione russa della Crimea, a Vienna si tenne anche un incontro con rappresentanti della destra europea. Gli stessi ricercatori invitavano però a distinguere le iniziative di questi ambienti da un controllo diretto del Cremlino: affinità, interessi convergenti e relazioni politiche non significano automaticamente che ogni attività venga diretta dalla presidenza russa.
Poi c’è la guerra.
La Russia sostiene da tempo che l’allargamento della NATO, l’assetto della sicurezza europea e il progressivo avvicinamento dell’Ucraina alle istituzioni occidentali abbiano prodotto una minaccia per i suoi interessi strategici. Putin aveva formulato questa critica molto prima del 2022 e continua a leggere il conflitto anche attraverso la storia comune dei popoli russo e ucraino. Nel 2021 arrivò a sostenere che russi e ucraini appartengano a una realtà storica e spirituale profondamente intrecciata.
I governi ucraini e i Paesi della NATO hanno sempre respinto questa interpretazione come giustificazione dell’uso della forza, rivendicando il diritto dell’Ucraina a decidere autonomamente le proprie alleanze. La guerra iniziata su vasta scala con l’ingresso delle truppe russe in Ucraina nel febbraio 2022 ha trasformato quelle divergenze politiche e strategiche in una tragedia che continua a produrre morti, distruzione, profughi e un progressivo irrigidimento delle società coinvolte.
Da allora anche la religione è entrata più profondamente nel racconto della guerra. Il Patriarcato di Mosca ha sostenuto le autorità russe e ha spesso inserito il conflitto in una lettura spirituale e civile della missione della Russia. Questa identificazione ha provocato divisioni profonde nel mondo ortodosso e critiche anche all’interno della stessa comunità cristiana russa.
Il rischio, da entrambe le parti di un conflitto, comincia quando la guerra riceve una giustificazione assoluta. Se una nazione identifica la propria causa politica con la difesa del bene, del cristianesimo o della civiltà, lo spazio per il compromesso si restringe. L’avversario smette facilmente di essere un interlocutore con il quale, prima o poi, bisognerà trattare e diventa l’incarnazione di un male che deve essere sconfitto.
È anche per questo che la posizione della Santa Sede si muove su un piano diverso rispetto alle appartenenze geopolitiche. Leone XIV, parlando della guerra in Ucraina il 6 settembre, ha chiesto di «mettere fine alla violenza», fermare la distruzione e fare in modo che i negoziati producano risultati concreti e restituiscano spazio alla diplomazia. Pochi giorni prima, incontrando il presidente lettone Edgars Rinkēvičs, la Segreteria di Stato aveva ribadito la necessità di un maggiore impegno internazionale per favorire soluzioni pacifiche.
In Magnifica Humanitas, Leone XIV ha formulato il principio in termini ancora più netti: alla «cultura del potere» deve sostituirsi una «cultura della negoziazione», nella quale diplomazia e dialogo tornino a essere gli strumenti ordinari per risolvere i conflitti. E ha ricordato che la diplomazia deve parlare anche con gli interlocutori considerati scomodi o difficili.
È una prospettiva che obbliga a guardare con cautela anche all'uso politico dei «valori cristiani». La fede cristiana può certamente entrare nel dibattito pubblico e giudicare le scelte delle società. Quando viene però incorporata in un progetto di potenza, occidentale o russo, rischia di diventare un'etichetta con cui ogni blocco proclama la propria superiorità morale.
Il problema che attraversa oggi una parte della destra europea riguarda quindi qualcosa di più ampio della simpatia per Putin. Riguarda il modo in cui categorie religiose, paure culturali e interessi geopolitici finiscono per confondersi. E soprattutto riguarda una domanda che la guerra rende molto concreta: se l'obiettivo dichiarato è difendere la civiltà cristiana, occorre anche chiedersi quale posto vi rimanga per la riconciliazione, per il diritto dei popoli, per la vita degli innocenti e per quella diplomazia senza la quale ogni conflitto, prima o poi, continua semplicemente a produrre altri morti.



