In un lungo post pubblicato sui propri profili, Mario Adinolfi se la prende con l'Arcivescovo di Milano, S.E.R. Mons. Mario Delpini, con l'AGESCI e con una Chiesa che a suo dire avrebbe rinunciato a «testimoniare la verità». Lo spunto è una celebrazione milanese alla quale un fedele si sarebbe presentato indossando una maglietta strana e avrebbe poi ricevuto la Santa Comunione. Da qui Adinolfi costruisce un'invettiva: l'Arcivescovo si sarebbe lasciato «prendere in giro», la Chiesa avrebbe «alimentato la confusione dei giovani» anziché diradarla, e la colpa di tutto sarebbe «nostra», di chi non «pone mai un limite». A reggere l'impalcatura, una sola citazione: l'articolo 2357 del Catechismo, che definisce gli atti omosessuali «intrinsecamente disordinati».

L'assurdità e la volgarità

Il primo problema del post è il suo vocabolario. Si parla di «frocismo», si scrive che l'Arcivescovo «si fa prendere per il culo», che il fedele «va sui social e lo sfotte». È il registro della gradinata, non quello di chi pretende di difendere una dottrina. E qui sta l'assurdità: lo stesso Catechismo che Adinolfi impugna gli si rivolta contro alla riga successiva a quella che cita. Perché il paragrafo 2358 - che il post volutamente ignora - prescrive che le persone omosessuali «devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza» e che «a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Il 2359 le chiama, come ogni battezzato, alla castità.

Chi cita il 2357 e cancella il 2358 non difende il Catechismo: lo mutila, e lo mutila proprio nel punto in cui il testo condanna l'atteggiamento che il post trasuda riga dopo riga. C'è poi un'imprecisione che a un polemista tanto sicuro non dovrebbe sfuggire: il Catechismo riferisce la formula «atti di grave depravazione» agli atti, non alle persone, e non qualifica l'omosessualità in quanto tale come «grave perversione». La distinzione tra l'atto e la persona è il cuore stesso della dottrina cattolica in materia. Abolirla, come fa il post, significa fare l'esatto contrario di ciò che il Catechismo chiede.

Ridurre un sacramento a occasione di scherno, trattare un fedele come un bersaglio da deridere, rivolgere a un Arcivescovo un linguaggio da rissa: questo non è testimoniare la verità, è il suo rovescio. Si può discutere seriamente della disciplina eucaristica ma gli argomenti sono esattamente ciò che in quel testo non c'è: al loro posto, soltanto disprezzo. Che poi a pontificare su questi temi sia proprio Adinolfi, a essere sinceri, fa quasi tenerezza prima ancora che ridere.

Da che pulpito arriva la predica

Adinolfi ripete spesso che il Catechismo è chiaro. Ha ragione. Lo è. E lo è anche su materie che lo riguardano da vicino ma di cui non ama parlare. Infatti, se il grande urlatore da tastiera è sempre pronto a guardare nelle mutande di sacerdoti, politici ed omosessuali, non ama che si guardi nelle sue. Chissà perché.

I fatti sono pubblici e documentati. Mario Adinolfi si è sposato giovanissimo con Elena Banzi, dalla quale è nata la primogenita Livia. Da quel matrimonio ha poi divorziato. Nel 2013 si è risposato civilmente, in un albergo di Las Vegas, con Silvia Pardolesi, dalla quale ha avuto altre due figlie. Tre figlie, dunque, da due donne diverse, frutto di un divorzio e di un secondo matrimonio. Insomma, ha disseminato qua e là dei figli.

Ebbene: su questo il Catechismo è netto quanto, e molto più, di quanto lo sia su altri temi. Ai numeri 2382-2386 definisce il divorzio una «grave offesa alla legge naturale», parla di disordine e di «scandalo». Ai numeri 1650-1651 affronta con precisione la condizione di chi, divorziato, ha contratto una nuova unione. Sull'indissolubilità del matrimonio - «ciò che Dio ha unito, l'uomo non lo separi» - l'insegnamento non lascia margini di lettura creativa.

Il dramma di questi moralisti da casinò è che brandiscono pezzetti di Catechismo per ridicolizzare il prossimo ma non vogliono accettare che lo stesso libro, sfogliato bene, li mette in chiara contraddizione con sé stessi. La differenza è tutta qui: la Chiesa, nei confronti di chi divorzia e si risposa, applica quel rispetto, quella compassione e quella delicatezza che il Catechismo impone - e che il post di Adinolfi nega sistematicamente agli altri.

Accanto ad Adinolfi, schierata a battaglia, c'è quasi sempre anche la giornalista Costanza Miriano, quella del «sposati e sii sottomessa», che riempie la propria bacheca di interventi nei quali la dottrina si confonde con la cronaca minuta dell'influencer quindicenne intenta a raccontare tutto ciò che le accade attorno. Un altro di quei volti del giornalismo cattolico che, per fortuna, appartiene ormai al passato. Sono soggetti che parlano sempre e soltanto degli altri, convinti per giunta di poter insegnare a preti e vescovi come si svolge questo ministero, e che alimentano un modo di stare sui social lontanissimo da quello che il Papa insegna. Il loro vero dramma è il linguaggio: i molti post di questa volgarità e di questa repressione firmati da Adinolfi ne sono la prova più eloquente. E il dramma nel dramma è che esistono persone le quali, dicendosi cattoliche, ritengono tutto ciò perfettamente normale. Bisogna sempre diffidare di chi esercita il rigore solo verso il prossimo: quasi sempre nasconde zone d'ombra che non ha avuto il coraggio di affrontare in se stesso. E quando le uniche ossessioni sono l'omosessualità, il sesso e la vita privata degli altri, ci stai dicendo molto su di te e quasi nulla su di loro. Poi apri le biografie, e ti metti le mani nei capelli.

d.I.S.
Silere non possum

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