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Da che pulpito. Mario Adinolfi e il Catechismo a senso unico
Attualità16 giugno 2026

Da che pulpito. Mario Adinolfi e il Catechismo a senso unico

L’attacco all’Arcivescovo di Milano rivela un modo selettivo e volgare di usare la dottrina cattolica: si cita il paragrafo utile alla polemica e si cancella quello che chiede rispetto per le persone.

In un lungo post pubblicato sui propri profili, Mario Adinolfi se la prende con l'Arcivescovo di Milano, S.E.R. Mons. Mario Delpini, con l'AGESCI e con una Chiesa che a suo dire avrebbe rinunciato a «testimoniare la verità». Lo spunto è una celebrazione milanese alla quale un fedele si sarebbe presentato indossando una maglietta strana e avrebbe poi ricevuto la Santa Comunione. Da qui Adinolfi costruisce un'invettiva: l'Arcivescovo si sarebbe lasciato «prendere in giro», la Chiesa avrebbe «alimentato la confusione dei giovani» anziché diradarla, e la colpa di tutto sarebbe «nostra», di chi non «pone mai un limite». A reggere l'impalcatura, una sola citazione: l'articolo 2357 del Catechismo, che definisce gli atti omosessuali «intrinsecamente disordinati».

L'assurdità e la volgarità

Il primo problema del post è il suo vocabolario. Si parla di «frocismo», si scrive che l'Arcivescovo «si fa prendere per il culo», che il fedele «va sui social e lo sfotte». È il registro della gradinata, non quello di chi pretende di difendere una dottrina. E qui sta l'assurdità: lo stesso Catechismo che Adinolfi impugna gli si rivolta contro alla riga successiva a quella che cita. Perché il paragrafo 2358 - che il post volutamente ignora - prescrive che le persone omosessuali «devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza» e che «a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Il 2359 le chiama, come ogni battezzato, alla castità.

Chi cita il 2357 e cancella il 2358 non difende il Catechismo: lo mutila, e lo mutila proprio nel punto in cui il testo condanna l'atteggiamento che il post trasuda riga dopo riga. C'è poi un'imprecisione che a un polemista tanto sicuro non dovrebbe sfuggire: il Catechismo riferisce la formula «atti di grave depravazione» agli atti, non alle persone, e non qualifica l'omosessualità in quanto tale come «grave perversione». La distinzione tra l'atto e la persona è il cuore stesso della dottrina cattolica in materia. Abolirla, come fa il post, significa fare l'esatto contrario di ciò che il Catechismo chiede.

Ridurre un sacramento a occasione di scherno, trattare un fedele come un bersaglio da deridere, rivolgere a un Arcivescovo un linguaggio da rissa: questo non è testimoniare la verità, è il suo rovescio. Si può discutere seriamente della disciplina eucaristica ma gli argomenti sono esattamente ciò che in quel testo non c'è: al loro posto, soltanto disprezzo. Che poi a pontificare su questi temi sia proprio Adinolfi, a essere sinceri, fa quasi tenerezza prima ancora che ridere.

Da che pulpito arriva la predica

Adinolfi ripete spesso che il Catechismo è chiaro. Ha ragione. Lo è. E lo è anche su materie che lo riguardano da vicino ma di cui non ama parlare. Infatti, se il grande urlatore da tastiera è sempre pronto a guardare nelle mutande di sacerdoti, politici ed omosessuali, non ama che si guardi nelle sue. Chissà perché.

I fatti sono pubblici e documentati. Mario Adinolfi si è sposato giovanissimo con Elena Banzi, dalla quale è nata la primogenita Livia. Da quel matrimonio ha poi divorziato. Nel 2013 si è risposato civilmente, in un albergo di Las Vegas, con Silvia Pardolesi, dalla quale ha avuto altre due figlie. Tre figlie, dunque, da due donne diverse, frutto di un divorzio e di un secondo matrimonio. Insomma, ha disseminato qua e là dei figli.

Ebbene: su questo il Catechismo è netto quanto, e molto più, di quanto lo sia su altri temi. Ai numeri 2382-2386 definisce il divorzio una «grave offesa alla legge naturale», parla di disordine e di «scandalo». Ai numeri 1650-1651 affronta con precisione la condizione di chi, divorziato, ha contratto una nuova unione. Sull'indissolubilità del matrimonio - «ciò che Dio ha unito, l'uomo non lo separi» - l'insegnamento non lascia margini di lettura creativa.

Il dramma di questi moralisti da casinò è che brandiscono pezzetti di Catechismo per ridicolizzare il prossimo ma non vogliono accettare che lo stesso libro, sfogliato bene, li mette in chiara contraddizione con sé stessi. La differenza è tutta qui: la Chiesa, nei confronti di chi divorzia e si risposa, applica quel rispetto, quella compassione e quella delicatezza che il Catechismo impone - e che il post di Adinolfi nega sistematicamente agli altri.

Accanto ad Adinolfi, schierata a battaglia, c'è quasi sempre anche la giornalista Costanza Miriano, quella del «sposati e sii sottomessa», che riempie la propria bacheca di interventi nei quali la dottrina si confonde con la cronaca minuta dell'influencer quindicenne intenta a raccontare tutto ciò che le accade attorno. Un altro di quei volti del giornalismo cattolico che, per fortuna, appartiene ormai al passato. Sono soggetti che parlano sempre e soltanto degli altri, convinti per giunta di poter insegnare a preti e vescovi come si svolge questo ministero, e che alimentano un modo di stare sui social lontanissimo da quello che il Papa insegna. Il loro vero dramma è il linguaggio: i molti post di questa volgarità e di questa repressione firmati da Adinolfi ne sono la prova più eloquente. E il dramma nel dramma è che esistono persone le quali, dicendosi cattoliche, ritengono tutto ciò perfettamente normale. Bisogna sempre diffidare di chi esercita il rigore solo verso il prossimo: quasi sempre nasconde zone d'ombra che non ha avuto il coraggio di affrontare in se stesso. E quando le uniche ossessioni sono l'omosessualità, il sesso e la vita privata degli altri, ci stai dicendo molto su di te e quasi nulla su di loro. Poi apri le biografie, e ti metti le mani nei capelli.

d.I.S.
Silere non possum

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