Nelle omelie del clero più conservatore, negli interventi dei prelati progressisti, nei documenti sinodali dell'attuale pontificato, la parola «tradizione» ricorre con una frequenza quasi taumaturgica. Raramente, però, chi la pronuncia si sofferma a definirla con precisione. Il termine funziona piuttosto come un sigillo: ciò che viene qualificato come «tradizionale» acquista un'aura di autenticità superiore, mentre ciò che viene bollato come innovazione rischia l'accusa di arbitrarietà o, peggio, di tradimento. Capire da dove nasca questo potere retorico, e quanto sia solido il terreno su cui poggia, aiuta a leggere con maggiore lucidità lo scontro odierno fra tradizionalisti e cosiddetti modernisti nella Chiesa cattolica.
Gli storici distinguono da tempo fra due fenomeni che il linguaggio comune tende a confondere sotto un'unica etichetta. Da un lato c'è la consuetudine: una pratica viva, trasmessa e reinterpretata di generazione in generazione, capace di adattarsi alle circostanze senza smarrire una continuità sostanziale con ciò che l'ha preceduta. Dall'altro lato c'è quella che si potrebbe definire tradizione in senso stretto: un insieme di riti, formule e simboli presentati come immutabili, la cui funzione primaria consiste proprio nel negare, o quantomeno occultare, il mutamento avvenuto, anche quando quel mutamento è stato recente e profondo. La prima categoria si piega alla storia e ne porta i segni; la seconda rivendica di sottrarsene, costruendo un'illusione di eternità.



