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Il segretario dell’Esercito americano Daniel Driscoll si è dimesso dopo mesi di scontro con Hegseth
Attualità01 settembre 2026

Il segretario dell’Esercito americano Daniel Driscoll si è dimesso dopo mesi di scontro con Hegseth

Lascia l’incarico il 3 settembre, mentre l’Esercito degli Stati Uniti resta senza una guida civile o militare confermata dal Senato

Daniel Driscoll, segretario del dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti, ha rassegnato lunedì le proprie dimissioni al presidente Donald Trump. Ad anticiparlo è stato il Wall Street Journal, che ha attribuito la decisione al logorio dei rapporti con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, protagonista negli ultimi mesi di una serie di rimozioni di alti ufficiali dell’Esercito, spesso senza fornire motivazioni pubbliche. Secondo una fonte citata da Military Times, Driscoll lascerà formalmente l’incarico il 3 settembre; le dimissioni restano però sospese fino a quando Trump non le avrà accettate, e secondo Reuters non è chiaro se ciò sia già avvenuto.

Driscoll ha 39 anni, ha prestato servizio nell’Esercito per tre anni e mezzo come tenente, con un dispiegamento in Iraq nel 2009, prima di laurearsi in legge a Yale grazie ai finanziamenti riservati ai veterani. Fu proprio a Yale che strinse un sodalizio con JD Vance, oggi vicepresidente, decisivo per la sua carriera politica: secondo diverse ricostruzioni fu Vance a favorirne la nomina. Confermato dal Senato con 66 voti favorevoli e 28 contrari il 25 febbraio 2025, Driscoll è diventato a 38 anni il più giovane segretario dell’Esercito nella storia degli Stati Uniti, ricoprendo per oltre un anno anche la guida ad interim dell’ATF, l’agenzia federale che si occupa di armi ed esplosivi.

Le divergenze con Hegseth riguardavano soprattutto la direzione da imprimere all’Esercito e le rimozioni di ufficiali di alto grado. Ad aprile Hegseth aveva silurato senza spiegazioni il generale Randy George, capo di stato maggiore dell’Esercito e più stretto alleato di Driscoll: quest’ultimo raccontò al Congresso di essersi recato con la famiglia a casa di George dopo il suo congedo forzato per dargli un abbraccio, pur riconoscendo che la scelta dei vertici spetta alla leadership civile. A giugno era toccato al generale Christopher Donahue, comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa, lasciare l’incarico a sorpresa. Il sostituto di George alla guida ad interim dell’Esercito, il generale Christopher LaNeve, ex aiutante militare di Hegseth, avrebbe già avviato lo smantellamento di un programma di modernizzazione dei droni caro a Driscoll, riconvertendo in un tradizionale battaglione di fanteria un’unità in Europa che stava sviluppando velivoli propri.

Da segretario, Driscoll si era speso soprattutto sul fronte dell’innovazione militare. Aveva sostenuto il diritto dell’Esercito a riparare autonomamente le proprie attrezzature invece di affidarsi ai contractor della Difesa, una misura che gli era valsa perfino l’encomio della senatrice democratica Elizabeth Warren, la quale pure aveva votato contro la sua nomina. Aveva inoltre avviato FUZE, un programma da 750 milioni di dollari ispirato ai meccanismi del venture capital e pensato per portare un’idea dal concetto al prototipo in appena 70 giorni. Trump lo aveva soprannominato scherzosamente “il tipo dei droni”. Driscoll era stato anche incaricato di un ruolo insolito per un segretario dell’Esercito, quello di negoziatore nei tentativi di mediazione tra Russia e Ucraina.

La Casa Bianca non ha smentito la notizia delle dimissioni, limitandosi a diffondere una nota della portavoce Anna Kelly, secondo cui Driscoll è stato “estremamente efficace nel portare avanti l’agenda del presidente” e l’Esercito americano “non è mai stato così potente”. Nessuna motivazione ufficiale è stata fornita per il suo addio.

Il congedo di Driscoll lascia l’Esercito in una condizione rara: privo sia di un capo di stato maggiore sia di un segretario confermati dal Senato, proprio mentre gli Stati Uniti attraversano il sesto mese di conflitto con l’Iran, senza segnali di una conclusione imminente. Per la successione circola soprattutto il nome di Sean Parnell, portavoce del dipartimento della Difesa e veterano dell’Afghanistan, il cui mandato è stato però segnato da diverse polemiche, tra cui il licenziamento di tre giornalisti di Stars and Stripes (che hanno fatto causa al governo sostenendo di essere state vittime di ritorsioni) e i tentativi di limitare l’accesso della stampa al Pentagono, che hanno spinto il New York Times ad avviare una causa contro il dipartimento per violazione del Primo Emendamento. Diversi funzionari dell’amministrazione ritengono che Parnell avrebbe enormi difficoltà a ottenere la conferma del Senato.

L’uscita di Driscoll si inserisce in una più ampia scia di avvicendamenti ai vertici del Pentagono voluta da Hegseth, che ad aprile aveva già estromesso il segretario della Marina John Phelan, primo capo di un ramo delle forze armate a lasciare l’incarico durante il secondo mandato di Trump. Fino a poco tempo fa, secondo diverse fonti, lo stesso Driscoll veniva considerato come possibile successore di Hegseth, qualora questi avesse perso il favore del presidente: a differenza del segretario alla Difesa, in rotta di collisione tanto con i democratici quanto con diversi repubblicani delle commissioni parlamentari sulla Difesa, Driscoll godeva di un sostegno bipartisan raro per un funzionario dell’amministrazione.

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