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L’esercito dei preti senza comunità e i vescovi inetti
Chiesa cattolica06 agosto 2026

L’esercito dei preti senza comunità e i vescovi inetti

Non sono acefali per il Codice, ma lo diventano nella prassi, mentre i loro vescovi rinunciano a esercitare autorità.

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Città del Vaticano - Mentre in Italia si incancrenisce il dramma di diocesi affidate a pastori incapaci di governarle, una piccola parte del clero, molto rumorosa e sempre più assetata di potere, prospera proprio grazie a quei vescovi che impugnano il pastorale soltanto per fare un po’ di scena. Il nunzio apostolico in Italia e San Marino, Petar Rajič, ebbe a dire a un inetto vescovo italiano: «Ha il pastorale, non abbia paura di usarlo». Questi presuli, tuttavia, si guardano bene dall’esercitare la propria autorità proprio nei confronti di coloro sui quali dovrebbero intervenire. Le ragioni sono diverse, ed è forse meglio sorvolare.

Grazie a questa debolezza episcopale, in Italia si sta consolidando un sistema che consente di aggirare il Codice di diritto canonico. Le norme stabiliscono che non possano esistere preti vaganti; nella prassi, però, vi sono sacerdoti formalmente incardinati che girovagano per l’Urbe alla ricerca di cardinali, vescovi, appoggi e tessere che consentano loro di accedere a questo piccolo Stato. Sono disposti a tutto. La parrocchia, naturalmente, non è un loro problema.

Il canone 265 lo vieta con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: ogni chierico deve appartenere a una Chiesa particolare o a un istituto, «in modo che non siano assolutamente ammessi chierici acefali o girovaghi». In molte curie, tuttavia, quel vincolo si è ridotto a una mera annotazione anagrafica, priva di reali conseguenze nella vita e nel ministero del sacerdote.

Il canone 273 impone al chierico uno speciale obbligo di rispetto e obbedienza nei confronti del proprio Ordinario. Il canone 274, al paragrafo 2, lo obbliga ad accettare e adempiere fedelmente l’incarico affidatogli dal vescovo, salvo un legittimo impedimento. Il canone 283 subordina ogni allontanamento prolungato dalla diocesi alla licenza, almeno presunta, dell’Ordinario proprio. Tre disposizioni che, lette insieme, tracciano un perimetro preciso, all’interno del quale non dovrebbe trovare spazio il presbitero itinerante per vocazione mondana: quello che passa da una diocesi all’altra alla ricerca del presule accomodante, del protettore influente o del salotto giusto da frequentare.

A vacillare non sono le norme, ma la loro applicazione, affidata alla discrezionalità di troppi Ordinari. Il canone 384 assegna al vescovo diocesano un compito preciso: seguire i presbiteri con particolare sollecitudine, ascoltarli e vigilare affinché adempiano gli obblighi propri del loro stato. È proprio in questo spazio che si consuma una delle più diffuse abdicazioni episcopali: pastori che chiudono entrambi gli occhi davanti a chierici capaci di collezionare incarichi, frequentazioni e protezioni, salvo poi scatenare guerre quando vengono colti in fallo e qualcuno tenta di allontanarli da Roma. Forti dell’inettitudine dei propri vescovi, questi sacerdoti pestano i piedi, mobilitano amicizie e lanciano avvertimenti neppure troppo velati: «Guai a toccarlo, altrimenti…».

Il canone 1341 mette a disposizione dei vescovi gli strumenti necessari per intervenire prima ancora di avviare un procedimento penale: dalla sollecitudine pastorale alla correzione, fino all’ammonizione e alla riprensione. Strumenti che rimangono regolarmente chiusi nel cassetto quando il vescovo preferisce il quieto vivere alla responsabilità del governo.

Il conto lo pagano sempre gli stessi: i parroci che rimangono al proprio posto, osservano l’obbedienza dovuta e custodiscono le comunità senza pretendere nulla in cambio della propria fedeltà quotidiana. Gli altri, i più velenosi, continuano invece a muoversi indisturbati tra corridoi, sacrestie e salotti, tessendo reti di protezione e sparlando di chiunque incontrino sul proprio cammino. Il Codice dispone già degli strumenti per fermarli. Manca soltanto chi abbia il coraggio episcopale di applicarlo.

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