Tallinn - Nel lungo articolo che Der Spiegel ha dedicato questa settimana alle operazioni ibride russe in Europa c’è un passaggio che in Germania può apparire secondario e che in Estonia lo è molto meno. Il settimanale ha intervistato Marek Kohv, esperto dell’International Centre for Defence and Security di Tallinn, in passato nell’intelligence militare estone e poi analista per il governo. Gli ha chiesto quanto conti ancora la presenza fisica della Russia nei paesi europei, ora che una parte consistente delle operazioni di influenza, reclutamento e disinformazione avviene online.
Kohv risponde che conta ancora. Cita la Casa Russa di Berlino, organizzazioni scientifiche e università e poi aggiunge: «La Chiesa ortodossa russa, per esempio, è uno degli strumenti della Russia». Secondo Kohv, varie istituzioni apparentemente civili continuano ad avere una funzione nelle attività russe all’estero, anche se Mosca negli ultimi anni ha trasferito molte operazioni nello spazio digitale.
È la valutazione di un analista ma in Estonia coincide in buona parte con quella che da alcuni anni esprime pubblicamente il Kaitsepolitseiamet, la polizia di sicurezza interna generalmente indicata con l’acronimo KAPO, e aiuta a capire una vicenda che vista dall’esterno può sembrare una disputa piuttosto astrusa fra lo Stato e una Chiesa. A Tallinn la questione è ormai molto concreta. Dal 27 giugno 2026 è in vigore una modifica alla legge sulle Chiese e sulle congregazioni che vieta a un’organizzazione religiosa estone di essere legata, attraverso il proprio statuto, altri documenti che ne regolano l’attività o rapporti economici, a un centro religioso, un organo di governo o un capo spirituale che si trovi all’estero e rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale, l’ordine costituzionale o quello pubblico. La legge considera tra gli elementi rilevanti il sostegno a un’aggressione militare e l’incitamento alla guerra o alla violenza.
Le organizzazioni interessate hanno sei mesi per adeguarsi. Il termine indicato dal ministero dell’Interno è il 28 dicembre 2026. La legge si applica formalmente a tutte le confessioni religiose, ma il motivo per cui è stata scritta è noto e non è mai stato nascosto dal governo: riguarda soprattutto la Eesti Kristlik Õigeusu Kirik, la Chiesa cristiana ortodossa estone, che fino al 31 marzo 2025 si chiamava Moskva Patriarhaadi Eesti Õigeusu Kirik, cioè Chiesa ortodossa estone del Patriarcato di Mosca.
Il cambio di nome è uno dei passaggi della storia
In Estonia esistono infatti due grandi strutture ortodosse che è facile confondere. La Eesti Apostlik-Õigeusu Kirik, Chiesa apostolica ortodossa estone, dipende dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. La EKÕK appartiene invece alla struttura ecclesiastica che fa capo alla Chiesa ortodossa russa e al Patriarcato di Mosca. A queste si aggiunge il monastero femminile di Pühtitsa, a Kuremäe, nell’Ida-Virumaa, che gode dello status di monastero stavropigiale ed è quindi posto direttamente sotto il patriarca di Mosca. Il ministero dell’Interno indica 37 parrocchie appartenenti alla EKÕK e poco meno di cento religiose a Pühtitsa.
Per molto tempo questa situazione è stata trattata principalmente come una complessa conseguenza della storia ecclesiastica estone e dell’occupazione sovietica. La guerra in Ucraina l’ha trasformata in una questione politica e di sicurezza.
Il problema per lo Stato estone non è la liturgia russa, né la lingua usata dai fedeli, e neppure l’appartenenza all’ortodossia. Il governo lo ha ripetuto molte volte anche perché la propaganda russa presenta le iniziative di Tallinn come una persecuzione religiosa. Il problema è il rapporto amministrativo con una struttura ecclesiastica il cui vertice ha assunto una posizione esplicita sulla guerra russa in Ucraina.
Il patriarca Kirill, Vladimir Gundjaev, ha sostenuto l’aggressione russa fin dall’inizio. Recentemente ha dato anche alle stampe un libro che raccoglie tutti i suoi sermoni sulla guerra giusta. Nel marzo del 2024 il Consiglio mondiale del popolo russo, organismo presieduto dallo stesso Kirill e nato sotto l’egida della Chiesa ortodossa russa, approvò un documento nel quale la guerra in Ucraina veniva descritta come una «guerra santa». Nel testo compariva inoltre una concezione del cosiddetto Russkij mir, il «mondo russo», che attribuisce alla Russia una sfera storica e culturale molto più ampia dei confini della Federazione Russa.
Il 6 maggio 2024 il Riigikogu reagì approvando con 75 voti favorevoli e otto contrari una dichiarazione che definiva il Patriarcato di Mosca un’istituzione che sostiene l’aggressione militare della Federazione Russa. Il Parlamento precisò deliberatamente che la dichiarazione riguardava il Patriarcato «come istituzione e organo dirigente» e non i fedeli ortodossi, e invitò le comunità religiose estoni a valutare i rischi derivanti dalle attività di influenza di Mosca e a interrompere i legami con il Patriarcato.
Da allora il punto sul quale Stato e Chiesa discutono è rimasto sostanzialmente lo stesso: quanto è realmente autonoma la Chiesa estone da Mosca?
La EKÕK sostiene di non costituire una minaccia per lo Stato e ha progressivamente modificato il proprio statuto. Nell’agosto del 2024 eliminò dal testo alcuni riferimenti espliciti al Patriarcato di Mosca e nel marzo successivo cambiò nome. La denominazione del Patriarcato scomparve così anche dall’intestazione della Chiesa.
Per il ministero dell’Interno e per KAPO, però, la sostanza non è cambiata abbastanza. Il nuovo statuto continua a richiamare il Tomos del 26 aprile 1993, con il quale il patriarca Alessio II regolò la posizione della Chiesa estone all’interno del Patriarcato di Mosca. Secondo la ricostruzione pubblicata dal ministero, quel documento continua ad attribuire a Mosca competenze che non sono semplicemente spirituali: alcune decisioni della Chiesa devono essere confermate dal patriarca e la struttura estone rimane qualificata, nell’ordinamento della Chiesa ortodossa russa, come Chiesa «autogovernata».

C’è poi il problema del suo capo
Dal 2018 la Chiesa è guidata dal metropolita Eugeni, al secolo Valeri Rešetnikov, cittadino russo e per oltre vent’anni rettore dell’Accademia teologica di Mosca. La stessa biografia pubblicata sul sito della EKÕK ricorda che nel 2018 la sua elezione a Tallinn fu confermata dal Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa e successivamente dal patriarca Kirill.
Nel gennaio del 2024 le autorità estoni decisero di non rinnovargli il permesso di soggiorno. La polizia spiegò che la decisione derivava dalle sue attività e dalle sue dichiarazioni pubbliche e che, secondo KAPO, il comportamento del metropolita aveva contribuito all’attuazione della politica di sicurezza russa in Estonia. Il provvedimento riguardava Rešetnikov personalmente e le autorità precisarono che non era diretto contro la Chiesa o contro i suoi fedeli. Il metropolita respinse le accuse, definì politica la decisione e il 6 febbraio 2024 lasciò l’Estonia.
Prima di partire disse però una cosa che nei due anni successivi avrebbe pesato molto nella discussione: avrebbe continuato a occuparsi della Chiesa da lontano. Ed è quello che è accaduto. Nel rapporto 2025-2026 KAPO sostiene che la EKÕK continui a essere diretta dalla Chiesa ortodossa russa e che le modifiche statutarie e il cambio di nome abbiano creato soprattutto un’apparenza di indipendenza. Ancora oggi il sito ufficiale della EKÕK indica Eugeni come «metropolita di Tallinn e di tutta l’Estonia» e capo della Chiesa. Il 31 agosto, mentre il termine imposto dalla nuova legge si avvicinava, la Chiesa ha inoltre annunciato una serie di servizi di preghiera «per la nostra Chiesa» nelle parrocchie di Tallinn, sempre «con la benedizione del metropolita Eugeni».
La nuova legge rende questa situazione difficile da mantenere. Una delle disposizioni impedisce infatti di fare parte del consiglio direttivo di un’organizzazione religiosa a chi, negli ultimi dieci anni, si sia visto rifiutare o revocare un permesso di soggiorno perché considerato una possibile minaccia alla sicurezza nazionale. Il ministero dell’Interno ha già detto alla Chiesa che tra gli adeguamenti richiesti c’è quindi anche la nomina di un nuovo metropolita. La posizione di KAPO sul rapporto tra la Chiesa ortodossa russa e lo Stato russo non deriva soltanto dalle dichiarazioni di Kirill. Nei suoi rapporti annuali il servizio estone ha pubblicato negli ultimi anni una serie di episodi molto più specifici.
Nel rapporto 2024-2025 KAPO sostenne, per esempio, che rappresentanti della allora MPEÕK avessero tenuto trattative riservate con strutture russe per finanziare una scuola privata russofona di Tallinn legata alla Chiesa, la scuola di San Giovanni di Shanghai e San Francisco. Il servizio descriveva anche attività educative nelle quali venivano contrapposti valori russi e occidentali e veniva dato ampio spazio all’educazione patriottica secondo modelli provenienti dalla Russia.
Il rapporto 2025-2026 contiene accuse ancora più concrete. KAPO scrive che nel 2025 la EKÕK ebbe rapporti di lavoro con alcune religiose provenienti dal monastero stavropigiale dell'Esaltazione della Croce di Gerusalemme, vicino a Mosca. Secondo il servizio estone, quel monastero è coinvolto nel sostegno materiale alle forze russe: raccolta di carburante e reti mimetiche, assistenza ai soldati feriti e consegne nei territori occupati. KAPO sostiene inoltre che una delle religiose presenti in Estonia, Elvira Koroleva, avesse ricevuto nel 2024 una medaglia del Fronte popolare russo, organizzazione collegata all'amministrazione presidenziale, con la dicitura «Tutto per la vittoria». Sono valutazioni e informazioni attribuite al servizio di sicurezza estone, non responsabilità penali accertate della Chiesa nel suo complesso. Ed è precisamente su questa distinzione che si concentra la difesa della EKÕK.
Dopo la sentenza della Corte Suprema dell'8 giugno, la Chiesa ha sostenuto che non fosse ancora risolta la questione principale: se sia legittimo arrivare allo scioglimento forzato di una comunità religiosa per i suoi rapporti canonici con un'altra Chiesa anche quando la sua attività concreta in Estonia non abbia prodotto una minaccia alla sicurezza nazionale. La EKÕK ha detto che le proprie attività e la propria adesione agli «ideali cristiani» non costituiscono un pericolo per lo Stato e ha annunciato di valutare anche un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. È una distinzione che aveva preoccupato anche il presidente della Repubblica Alar Karis.
La legge approvata dal Riigikogu ebbe infatti un iter insolito. Karis rifiutò di promulgarla una prima volta il 24 aprile 2025, sostenendo che il testo limitasse in maniera sproporzionata la libertà religiosa e quella di associazione. Disse nello stesso momento una cosa che spesso è andata persa nella polemica: per lui il Patriarcato di Mosca «mina la sovranità e la democrazia degli Stati». Il dissenso riguardava quindi gli strumenti giuridici scelti per contrastarlo, non la valutazione sul comportamento di Mosca.
Il Parlamento modificò la legge, ma Karis la respinse nuovamente a luglio. Riteneva che il testo continuasse a permettere allo Stato di intervenire anche su rapporti dottrinali e religiosi e che questo entrasse troppo profondamente nell'autonomia delle confessioni. Il Riigikogu approvò nuovamente la norma il 17 settembre 2025 con 63 voti favorevoli e 15 contrari, lasciando al presidente due possibilità: promulgarla oppure rivolgersi alla Corte Suprema. Karis scelse la seconda.
L'8 giugno 2026 la Corte Suprema, riunita in plenaria, respinse il ricorso presidenziale. Diciassette giudici parteciparono alla decisione e sei espressero opinioni dissenzienti. Secondo la maggioranza, la legge può essere interpretata in modo compatibile con la Costituzione e non comporta automaticamente lo scioglimento arbitrario di una confessione religiosa.
Il testo fu pubblicato e divenne efficace il 27 giugno. Da quel momento è cominciato il periodo di sei mesi. Il governo sostiene che anche il modo in cui la questione viene raccontata faccia parte del problema. Il ministro dell'Interno Igor Taro ha insistito sul fatto che nessuna chiesa o monastero sarà chiuso per decisione amministrativa: qualora una comunità non si adeguasse e il ministero ritenesse necessario chiederne lo scioglimento, la decisione potrebbe essere presa soltanto da un tribunale. Ha anche respinto la tesi, molto utilizzata da Mosca, secondo cui l'Estonia starebbe vietando l'ortodossia russa.
Non è soltanto una precauzione retorica. Nell'aprile del 2025 la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, accusò l'Estonia di distruggere deliberatamente i diritti umani e descrisse la legge come un attacco alla libertà religiosa. È esattamente il tipo di messaggio che le autorità estoni si aspettavano.
Per questo la frase di Marek Kohv allo Spiegel va letta dentro una discussione molto più ampia. Quando parla della Chiesa ortodossa russa come di uno «strumento» di Mosca non sostiene che un fedele che entra nella cattedrale di Aleksandr Nevskij a Tallinn stia partecipando a un'operazione del Cremlino. Il problema posto dalle autorità estoni riguarda la struttura verticale della Chiesa, la dipendenza del clero dai suoi superiori, le modalità di nomina dei vescovi, i rapporti finanziari e istituzionali e l'autorità che il Patriarcato conserva nei confronti delle strutture che gli appartengono. È anche la ragione per cui Tallinn ha cercato di separare la questione della tradizione ortodossa russa da quella del Patriarcato di Mosca. Il ministero dell'Interno ricorda che in Estonia esistono anche parrocchie di tradizione russa appartenenti alla Chiesa ortodossa sotto Costantinopoli e sostiene che interrompere la dipendenza amministrativa da Kirill non richieda ai fedeli di cambiare liturgia, lingua o tradizione spirituale.
Per la EKÕK è però proprio questa distinzione a essere problematica, perché nell'ecclesiologia ortodossa i legami canonici non possono essere ridotti facilmente a un rapporto amministrativo simile a quello fra due organizzazioni civili. Pühtitsa lo ha spiegato: le religiose sostengono che essere costrette a interrompere la propria subordinazione al Patriarcato equivarrebbe a spezzare un legame canonico con la Chiesa madre.
Il governo risponde che il diritto canonico di una confessione non può obbligare lo Stato estone ad accettare sul proprio territorio una dipendenza istituzionale da un'organizzazione straniera che il Parlamento ha definito sostenitrice di un'aggressione militare. In un paese confinante con la Russia, con una consistente popolazione russofona e con una lunga esperienza delle operazioni di influenza di Mosca, la domanda non riguarda soltanto cosa predichi una parrocchia la domenica. Riguarda chi nomina i suoi dirigenti, chi può revocarli, quali documenti deve rispettare, da dove arrivano denaro e direttive e quale autorità conserva un'istituzione straniera sulle organizzazioni che operano legalmente in Estonia.
Ad oggi la questione è ancora aperta. La EKÕK continua a presentare Eugeni come proprio metropolita, benché viva in Russia e il suo permesso di soggiorno sia stato rifiutato per ragioni di sicurezza. Sul sito della Chiesa non risulta ancora eletto il successore. Il ministero ha fissato il 28 dicembre come termine per adeguare statuti, dirigenza e attività alla nuova legge.
Quello che accadrà entro quella data dirà soprattutto se sarà possibile separare una grande comunità ortodossa estone dalla struttura amministrativa di Mosca senza trasformare la vicenda in uno scontro con i suoi fedeli. È proprio su questa distinzione che lo Stato estone ha costruito tutta la propria posizione: il Patriarcato di Mosca è considerato una questione di sicurezza; l'ortodossia russa praticata in Estonia, no.
R.S.
Silere non possum



