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Perché il Liechtenstein non riesce a legalizzare l’aborto
Attualità04 settembre 2026

Perché il Liechtenstein non riesce a legalizzare l’aborto

Il parlamento ha approvato la legge per un solo voto e ha deciso di non convocare un referendum, ma il principe ereditario Alois aveva già annunciato che non la firmerà: dietro la questione dell’aborto c’è anche quella dei grandi poteri della monarchia.

Il 2 settembre il Landtag del Liechtenstein, il parlamento del principato di poco più di 40mila abitanti stretto fra Austria e Svizzera, ha approvato con 13 voti contro 12 un’iniziativa popolare che rende legale l’aborto nelle prime dodici settimane di gravidanza. Con lo stesso scarto, 13 a 12, ha respinto la proposta di sottoporre il testo a referendum. È la prima volta che una maggioranza parlamentare del paese si pronuncia a favore della cosiddetta Fristenlösung, il «modello a termine» in vigore in Svizzera dal 2002 e, in forme diverse, in quasi tutta l’Europa occidentale. Che la legge entri in vigore è però improbabile: il principe ereditario Alois, che dal 2004 esercita i poteri di capo dello Stato al posto del padre Hans-Adam II, ha annunciato in giugno che non la sanzionerà.

Cosa prevede la legge oggi

Il Liechtenstein ha una delle normative più restrittive del continente. Gli articoli 96-98a del codice penale puniscono l’interruzione di gravidanza con pene fino a tre anni per chi la esegue, medici compresi. Le eccezioni sono tre: grave pericolo per la vita o la salute della donna, gravidanza conseguenza di un reato sessuale, gravidanza di una ragazza che non aveva ancora compiuto 14 anni al momento del concepimento. Dal 2015 la donna che abortisce non è più punibile, né in patria né all’estero; resta punibile il medico che pratica l’intervento nel principato. La legge vieta inoltre di diffondere informazioni pubbliche sull’aborto e sui servizi disponibili oltre confine: è il cosiddetto Informationsverbot.

In pratica le donne vanno in Svizzera, a Coira o San Gallo, oppure in Austria, e pagano di tasca propria, perché la cassa malattia liechtensteinese non rimborsa la spesa. Dati ufficiali non esistono. Le stime più citate parlano di una quarantina di casi l’anno; il Verein für Menschenrechte, applicando alla popolazione del principato il tasso svizzero del 2024, arriva a una ventina. Il consultorio della fondazione schwanger.li ha registrato 16 colloqui per conflitti di gravidanza nel 2024. Il paese, va aggiunto, da alcuni anni non ha più un reparto maternità: anche per partorire si attraversa il confine.

Cosa chiede l’iniziativa

L’iniziativa «Fristenlösung für Liechtenstein» è stata lanciata dalla Freie Liste, partito di opposizione che ha due seggi su 25, insieme a organizzazioni femminili. Il comitato è guidato da Gabriella Alvarez-Hummel. Le richieste sono tre: aborto non punibile entro le dodici settimane, abolizione del divieto di informazione, copertura dei costi da parte dell’assicurazione sanitaria. In giugno il Landtag ha dichiarato il testo conforme alla Costituzione; la raccolta firme è partita a fine mese e si è chiusa il 31 luglio con 4.970 firme depositate, a fronte delle mille richieste. Gli elettori del principato sono circa 21mila: ha firmato quasi un quarto. Un sondaggio Lie-Barometer di luglio attribuisce il 62% di consensi alle richieste principali.

Perché il Landtag non ha voluto il referendum

In Liechtenstein un’iniziativa popolare passa prima dal parlamento. Se il Landtag la respinge, il voto popolare è obbligatorio; se la approva, il testo diventa una delibera parlamentare e il referendum è facoltativo. Mercoledì la maggioranza di 13 ha scelto di non indirlo. Secondo il resoconto dell’agenzia Keystone-SDA, molti deputati hanno raccontato di aver faticato a decidersi, divisi fra la tutela della vita nascente e l’autodeterminazione della donna, e più d’uno ha detto di temere che il paese stia scivolando verso un conflitto istituzionale e verso una discussione sulla Costituzione che andrebbe molto oltre l’aborto. Blick ne ha dato una lettura netta: evitando il voto popolare, il parlamento ha impedito uno scontro diretto fra elettori e casa regnante, ma si è messo da solo in rotta di collisione con il principe.

Un referendum resta possibile per un’altra via: la Costituzione consente a mille cittadini di chiedere, entro trenta giorni dalla pubblicazione, il voto popolare su una delibera legislativa del Landtag.

Cosa può fare il principe

Ogni legge, dice l’articolo 9 della Costituzione, ha bisogno della sanzione del principe per essere valida. Se la sanzione non arriva entro sei mesi, la legge si considera respinta (articolo 65). Il casato ha difeso questo potere nel referendum costituzionale del 2003, quando Hans-Adam II minacciò di trasferirsi a Vienna se la riforma da lui voluta fosse stata respinta, e gli elettori lo hanno confermato nel 2012.

Alois ha annunciato il veto il 16 giugno in un’intervista al Liechtensteiner Vaterland, prima che venisse raccolta la prima firma. Alla domanda se lo avrebbe usato in caso di sì popolare ha risposto «Ja». Le regolamentazioni a termine, ha spiegato, «non sono fondamentalmente adatte al nostro paese», perché non danno sufficiente rilievo al «bene giuridico centrale della protezione della vita». Su questioni così fondamentali «un capo dello Stato dovrebbe prendere posizione con chiarezza e assumersi la responsabilità, anche se è la strada più difficile». Ha insistito che la normativa del 2015 già garantisce l’autodeterminazione: «Oggi in Liechtenstein una donna può decidere liberamente se tenere il bambino o no», perché se fa eseguire l’intervento da un medico resta in ogni caso impunita. Non si tratta, secondo lui, di un divieto di aborto, bensì di «un’adesione di principio alla protezione della vita». Su un punto si è detto pronto a trattare: l’abolizione del divieto di informazione, oltre a «eliminare altre incertezze esistenti con regole più chiare».

Dopo il voto di mercoledì il suo ufficio ha riferito a Blick che il principe ereditario ha preso atto della decisione e che i passi successivi seguiranno la Costituzione. Il termine dei sei mesi scade all’inizio di marzo 2027.

Il precedente del 2011

La sequenza si è già vista. Nel 2011 l’iniziativa «Hilfe statt Strafe» (Aiuto invece di punizione) proponeva anch’essa la depenalizzazione entro le dodici settimane. Alois annunciò il veto prima del voto; il 18 settembre 2011 gli elettori respinsero la proposta con il 52,3% e il veto non servì. Ne nacque l’iniziativa «Damit deine Stimme zählt» (Perché la tua voce conti), che voleva togliere al principe il veto sulle leggi approvate dal popolo: il 1° luglio 2012 fu bocciata dal 76,4%. David Sele, responsabile della politica al Vaduzer Medienhaus, ha detto a SRF che l’annuncio così anticipato serve probabilmente a legare la questione dell’aborto a quella della monarchia, nella speranza che gli elettori, nel dubbio, scelgano la monarchia; con il rischio, ha aggiunto, che qualcuno compia il percorso inverso e cominci a mettere in discussione il sistema.

La Chiesa, da Haas a Elbs

La Chiesa cattolica è ancora Landeskirche, chiesa di Stato, in forza dell’articolo 37 della Costituzione, e un progetto per riordinare i rapporti fra Stato e comunità religiose è in discussione da anni. L’arcidiocesi di Vaduz, che coincide con il territorio nazionale, conta circa 30mila fedeli e una decina di parrocchie. Fu creata nel 1997 da Giovanni Paolo II staccando il decanato del Liechtenstein dalla diocesi svizzera di Coira: serviva una sede per Wolfgang Haas, vescovo di Coira dal 1990 e in conflitto aperto con gran parte del suo clero e dei suoi fedeli.

Nei ventisei anni di Haas il rapporto fra la Chiesa e la politica del principato è stato segnato dallo scontro. Nel giugno 2011, in piena campagna su «Hilfe statt Strafe», l’arcivescovo prese posizione contro l’iniziativa e disdisse la messa solenne della festa nazionale del 15 agosto: il legame fra messa e atto di Stato, motivò, sarebbe stato nella situazione politica del momento «un segno disonesto verso il pubblico». Nel dicembre 2022 annullò la messa di apertura della sessione del Landtag per protestare contro il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Il 20 settembre 2023 papa Francesco ha accettato la sua rinuncia per raggiunti limiti d’età e, invece di lasciare al collegio dei consultori l’elezione di un amministratore diocesano, ha nominato amministratore apostolico sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis Benno Elbs, vescovo di Feldkirch, la diocesi austriaca del Vorarlberg che confina con il principato, psicoterapeuta di formazione e considerato di orientamento opposto a quello di Haas. Tre anni dopo la sede di Vaduz è ancora vacante ed Elbs regge entrambe le diocesi.

Il 21 agosto l’arcidiocesi ha pubblicato la sua presa di posizione sull’iniziativa. Nella sostanza la dottrina è quella di sempre: per la Chiesa la vita umana inizia con la fusione di ovulo e spermatozoo e finisce con la morte naturale, e ogni bambino non nato ha «la stessa dignità e lo stesso diritto alla protezione di ogni altro essere umano». Elbs si dice convinto che le condizioni sociali e giuridiche esistenti si siano dimostrate valide negli ultimi decenni: difende, cioè, lo status quo che il principe vuole preservare. Ricorda la visita di san Giovanni Paolo II nel 1985, quando il papa definì il diritto alla vita del nascituro un diritto umano inalienabile; ringrazia la famiglia principesca per il suo impegno e cita la Sophie von Liechtenstein Stiftung, la fondazione della principessa Sophie, moglie di Alois, che assiste donne incinte e giovani famiglie in Liechtenstein, Austria e Svizzera e gestisce il consultorio schwanger.li. Un argomento è tutto suo: trova squilibrato che si discuta di aborto nel paese mentre le donne devono andare all’estero per partorire.

Il registro, però, è lontano da quello di Haas. Elbs scrive di conoscere, da pastore e da psicoterapeuta, le situazioni difficili in cui possono trovarsi donne e giovani famiglie; che la tutela della vita non si può pensare senza consulenza, reti sociali, aiuti economici e pratici; che alla Chiesa non interessa «giudicare le decisioni delle donne e delle coppie coinvolte». Osserva che in altri paesi il dibattito sull’aborto viene condotto con grande durezza e chiede che in Liechtenstein ci si ascolti, riconoscendo al comitato promotore di aver insistito a sua volta su una discussione pacata. Il suo auspicio è una società «in cui ogni bambino sia benvenuto e ogni madre e ogni padre ricevano il sostegno di cui hanno bisogno per potersi decidere per il loro figlio». Nessun accenno al principato, al veto, ai partiti: l’amministratore apostolico lascia al principe il terreno istituzionale.

Cosa succede adesso

La Vaterländische Union, partito di maggioranza relativa che esprime la capo del governo Brigitte Haas, ha fissato la linea già in giugno: se l’iniziativa passa e il principe non la sanziona, il partito si impegnerà a «usare i margini rimanenti per ulteriori miglioramenti della situazione giuridica», cioè le aperture concesse da Alois sul divieto di informazione. Il comitato promotore ha detto di volere soprattutto un quadro chiaro degli orientamenti della popolazione e di non voler trasformare il voto in una discussione sulla monarchia. Il principe, nel frattempo, ha fatto un gesto in direzione delle donne su un altro fronte: in agosto la casa regnante ha modificato la propria legge di famiglia aprendo alle figlie la successione al trono. Alvarez-Hummel ha detto di apprezzare la novità. Sull’aborto, alla data odierna, il veto è annunciato e non ancora esercitato: il principe ha tempo fino a marzo per firmare o lasciare che il termine scada.

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