Da una settimana in Italia si discute molto di quello che è successo il 28 agosto in un minimarket di Madonna di Campagna, quartiere della periferia nord di Torino, dove un commesso di 42 anni, cittadino bangladese, è accusato di aver molestato sessualmente una ragazza di 13 anni. L'uomo è stato fermato la sera stessa, portato in carcere e scarcerato due giorni dopo dalla giudice per le indagini preliminari (GIP), che gli ha imposto l'obbligo di firma. Il 2 settembre la procura di Torino ha annunciato che impugnerà quella decisione davanti al tribunale del riesame per ottenere la custodia in carcere. Nel frattempo, Fratelli d'Italia ha organizzato un presidio davanti alla questura, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha mandato gli ispettori al tribunale, Matteo Salvini ha riproposto la castrazione chimica e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto un lungo post in cui sostiene che il governo, di fronte a decisioni del genere, non abbia strumenti.
I fatti
Secondo il racconto che la tredicenne ha fatto alla polizia, il 28 agosto all'ora di pranzo era uscita di casa per comprare qualcosa nel minimarket, che si trova a poca distanza dalla sua abitazione. Nel negozio c'era soltanto il commesso, perché il titolare era assente. Arrivata alla cassa l'uomo l'aveva trattenuta: le aveva offerto uno snack, le aveva fatto diverse domande, tra cui quanti anni avesse, poi l'aveva abbracciata e le aveva palpato il seno. La ragazza era riuscita a uscire, aveva chiamato la madre e poi un amico, che l'aveva riaccompagnata a casa. Poco dopo il patrigno aveva avvisato la polizia.
Gli agenti arrivati nel minimarket hanno guardato le registrazioni della telecamera puntata sulla cassa, che mostravano la scena descritta dalla ragazza. Nelle stesse immagini hanno visto anche un altro episodio, avvenuto quello stesso giorno: l'uomo aveva palpeggiato più volte un'altra cliente, una donna di circa quarant'anni che non è ancora stata identificata. I due episodi sarebbero distanti circa quaranta minuti l'uno dall'altro. La sera del 28 agosto l'uomo è stato sottoposto a fermo con l'accusa di violenza sessuale, aggravata dall'età della vittima, e portato in carcere.

Il fermo è una misura che la polizia giudiziaria o il pubblico ministero possono adottare, prima che intervenga un giudice, nei confronti di una persona gravemente indiziata di un reato grave, ma solo se c'è un fondato pericolo che scappi. È una misura provvisoria per definizione: la Costituzione, all'articolo 13, stabilisce che i provvedimenti restrittivi presi dall'autorità di pubblica sicurezza vadano comunicati entro 48 ore all'autorità giudiziaria, e che quest'ultima li debba convalidare nelle 48 ore successive, altrimenti decadono. È per questo che l'udienza davanti alla gip si è tenuta il 30 agosto, cioè due giorni dopo il fermo: era il termine previsto dalla legge, e nessuno avrebbe potuto spostarlo.
In quell'udienza la gip ha riconosciuto che a carico dell'uomo ci sono gravi indizi di colpevolezza, ma non ha convalidato il fermo, perché a suo giudizio mancava il pericolo di fuga, che come si è detto è il presupposto indispensabile di quella misura. Ha poi valutato se applicare comunque una misura cautelare, cioè una limitazione della libertà personale imposta a chi è indagato, prima ed eventualmente in attesa di un processo, per evitare che scappi, che inquini le prove o che commetta altri reati. Ha scelto la più lieve tra quelle previste dal codice: l'obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria in giorni e orari stabiliti, comunemente detto obbligo di firma.
La giudice nell'ordinanza ha scritto che l'indagato ha una «difficoltà a contenere i propri impulsi» e che esiste il rischio che commetta reati analoghi. Allo stesso tempo ha tenuto conto del fatto che non ha precedenti penali, che è stato «collaborativo» (si era attivato lui stesso per consegnare i filmati della videosorveglianza) e che ha mostrato «pentimento»: in udienza avrebbe detto di aver sbagliato e di essere molto dispiaciuto. Vale la pena ricordare che la mancata convalida del fermo e la scelta di una misura leggera non significano assoluzione né archiviazione: l'indagine per violenza sessuale prosegue, e l'uomo resta indagato per entrambi gli episodi.
La procura di Torino, che in udienza aveva chiesto la custodia in carcere, ha deciso di impugnare l'ordinanza davanti al tribunale del riesame, un collegio di tre giudici dello stesso tribunale che riesamina le decisioni sulle misure cautelari e si pronuncia in tempi brevi. La tesi della procura è che soltanto il carcere possa arginare il rischio che l'uomo commetta di nuovo lo stesso reato, rischio che la stessa gip ha riconosciuto e che il secondo episodio ripreso dalle telecamere rende concreto. La procura contesta anche l'esclusione del pericolo di fuga: l'indagato non ha una residenza in Italia, ha un passaporto valido, non ha a Torino legami diversi dal lavoro e la sua famiglia vive in Bangladesh.
C'è poi una questione di diritto sostanziale che spiega perché un palpeggiamento in un negozio venga contestato come violenza sessuale, con tutto quello che ne consegue in termini di pena e di misure cautelari. Il codice penale italiano non prevede un reato specifico di molestia sessuale. I comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, fisici o verbali, vengono quindi fatti rientrare nella violenza sessuale, nei casi più gravi, oppure nella violenza privata, che è punita meno severamente, oppure in nessun reato. Il governo precedente a quello di Meloni aveva provato a introdurre quella fattispecie, e la discussione si era bloccata per l'opposizione della Lega; nel 2022 la senatrice del Partito Democratico Valeria Valente ha presentato un nuovo disegno di legge, che è ancora fermo nelle commissioni.
La strumentalizzazione politica
Le reazioni politiche sono arrivate lunedì 31 agosto e martedì 1° settembre, quando la notizia della scarcerazione è uscita sui giornali. Sono state trasversali: esponenti del PD, di Italia Viva e di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, hanno chiesto un intervento del ministero della Giustizia; il Movimento 5 Stelle ha annunciato un'interrogazione; le parlamentari del PD nella commissione d'inchiesta sul femminicidio hanno parlato di un caso «molto grave». Martedì Fratelli d'Italia ha organizzato un presidio davanti alla questura di Torino con uno striscione con scritto «Chiudiamo il pedomarket», a cui hanno partecipato la vicecapogruppo alla Camera Augusta Montaruli e il vicepresidente della Regione Piemonte Maurizio Marrone.
Salvini ha ripreso la proposta della Lega sulla castrazione chimica, dicendo che chi violenta una bambina di 13 anni dovrebbe assumere per il resto della vita farmaci che gli impediscano di farlo di nuovo. La proposta circola da anni ed è stata criticata da associazioni per i diritti civili, medici, giuristi e movimenti femministi, soprattutto perché ritenuta inefficace rispetto allo scopo dichiarato; nel 2019 l'aveva criticata anche Nordio, che allora non era ancora ministro.
Nordio ha invece disposto l'invio degli ispettori al tribunale di Torino, spiegando la decisione così: «Rilevo che la decisione del gip rientra nell'ambito dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, su cui non posso e non devo interferire. Nondimeno, tenuto conto della eccezionalità del caso e dell'allarme sociale cagionato, ho disposto l'invio di ispettori per acquisire ogni valutazione utile». Gli ispettori dell'Ispettorato generale del ministero possono verificare se un magistrato abbia rispettato le regole e i tempi del procedimento, e le loro relazioni possono portare il ministro a promuovere un'azione disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura, come gli consente l'articolo 107 della Costituzione. Non possono in nessun caso modificare, sospendere o annullare una decisione giudiziaria: per quello esistono le impugnazioni.
È la seconda volta in meno di due settimane che il ministero ricorre a questo strumento dopo una decisione giudiziaria molto discussa. A fine agosto gli ispettori erano stati inviati alla procura di Venezia per il femminicidio di Tania Terrin, la 39enne uccisa a Camponogara il 15 agosto dall'ex compagno Dino Keber, che poi si è ucciso: Keber era stato denunciato da Terrin ad aprile per averla aggredita e aver tentato di strangolarla, era stato denunciato da altre donne nel 2002, nel 2010 e nel 2022, e in giugno aveva ricevuto dalla questura soltanto un ammonimento, un provvedimento amministrativo che non impone obblighi. Il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni aveva definito quel femminicidio «una sconfitta dello Stato». Prima ancora, gli ispettori erano stati mandati al tribunale per i minorenni dell'Aquila per il caso della cosiddetta «famiglia nel bosco»; quell'inchiesta disciplinare è stata poi archiviata.
Il post di Meloni, pubblicato il 1° settembre sui suoi profili social, è quello che ha fatto più discutere.

Il post descrive una «catena» composta da leggi, polizia e procura, cioè dai pezzi del sistema che rispondono in qualche modo al governo o che il governo può rivendicare, e colloca il giudice all'esterno di quella catena, come un corpo estraneo che ne spezza il funzionamento. Le 48 ore, presentate come il tempo in cui il lavoro di tutti viene disfatto, sono in realtà il termine costituzionale entro cui un giudice deve decidere sul fermo: la GIP non ha scelto quel momento, ci è stata portata dall'articolo 13 della Costituzione. E la frase «non possiamo fare niente» descrive come un'anomalia quello che è il funzionamento ordinario di uno Stato di diritto, in cui il potere esecutivo non ha voce sulle decisioni dei giudici su singoli casi: lo dicono gli articoli 101 e 104 della Costituzione, e lo ha ripetuto lo stesso Nordio quando ha detto di non potere e non dovere interferire.
Il post, poi, non entra nel contenuto dell'ordinanza. Meloni non spiega perché la gip abbia sbagliato a escludere il pericolo di fuga, né discute il peso dato all'assenza di precedenti o alla collaborazione dell'indagato; riduce la decisione a un atto incomprensibile che rimette in libertà un uomo pericoloso, e lo fa nelle ore in cui il provvedimento era conosciuto solo attraverso le sintesi dei giornali. Non menziona nemmeno lo strumento che il sistema prevede per correggere una decisione cautelare ritenuta sbagliata, cioè l'impugnazione al riesame, che la procura di Torino ha annunciato il giorno seguente. Dire che il governo non può fare altro che mandare gli ispettori è vero solo nel senso che il governo non è il soggetto a cui spetta fare qualcosa: la procura, che oggi secondo Meloni ha fatto il suo dovere chiedendo la misura più dura, ha continuato a farlo ricorrendo contro la scarcerazione, senza bisogno di ispettori. Anzi, questo invio selettivo degli ispettori sembra non essere altro che uno strumento di pressione sui magistrati.

Anche l'affermazione secondo cui «le leggi le abbiamo scritte, e sono più severe che mai» andrebbe letta insieme al fatto che il reato con cui si sarebbe dovuto qualificare il comportamento del commesso, la molestia sessuale, nel codice penale italiano continua a non esistere, e che a bloccarne l'introduzione nella scorsa legislatura è stato un partito dell'attuale maggioranza. Il governo, in altre parole, dispone dell'unico strumento che davvero gli compete in questa materia, la legislazione, e su questo punto specifico non lo ha usato.
Il senso politico del post è abbastanza esplicito, e lo si capisce meglio ricordando cosa è successo negli ultimi mesi. Il governo Meloni ha costruito una parte consistente della propria identità sulla contrapposizione con la magistratura, dallo scontro con i tribunali sui centri per migranti in Albania fino alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, la più importante della legislatura in materia di giustizia, che il 22 e 23 marzo 2026 è stata irresponsabilmente respinta dagli elettori italiani nel referendum confermativo: ha vinto il No con circa il 54 per cento dei voti, con un'affluenza vicina al 59 per cento. Da allora il governo non può più promettere di cambiare l'assetto della magistratura, almeno non in questa legislatura. Il post di Torino si legge anche in questa chiave: la presidente del Consiglio si rivolge agli elettori mostrando un governo che vorrebbe intervenire e non può, e indica nei giudici l'ostacolo. Con le elezioni politiche previste nel 2027 e Futuro Nazionale di Vannacci che la incalza da destra proprio sulla sicurezza, il messaggio ha destinatari piuttosto chiari.



