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Suicidio assistito. La dipendenza che non sappiamo più sopportare
Attualità03 settembre 2026

Suicidio assistito. La dipendenza che non sappiamo più sopportare

La legge approvata in Veneto riguarda procedure e tempi, ma dice soprattutto qualcosa sul modo in cui consideriamo la fragilità, l’autonomia e il bisogno degli altri.

La legge approvata dal Consiglio regionale del Veneto il 2 settembre è stata discussa, in aula e fuori, come una questione di procedure: commissioni, pareri, tempi di risposta, cure palliative da offrire prima. Sotto le procedure c'è però una domanda che nessun emendamento ha toccato, ed è la domanda su che cosa sia la morte e su che cosa creda di fare un uomo quando decide di darsela.

La morte è l'unica esperienza che ci accomuna tutti senza eccezione, ed è anche l'ultima forma della dipendenza. Nessuno muore da sé nel senso in cui cammina da sé o mangia da sé: si viene accompagnati, lavati, vegliati, e quando non c'è nessuno a farlo la morte è la stessa, ma più povera. La cultura contemporanea ha reso questa dipendenza quasi impensabile. Ha spostato il morire dalle case agli ospedali, lo ha affidato a specialisti, lo ha reso invisibile, e ha finito per proporre come rimedio al suo scandalo l'unica cosa che le sembra ancora una vittoria: decidere il momento. Il suicidio assistito nasce da qui, dalla promessa di controllare ciò che per definizione ci sfugge.

È una promessa che poggia su un'idea sbagliata del suicidio, ed è un'idea vecchia quanto gli stoici: che togliersi la vita sia l'atto supremo della libertà, la porta che resta sempre aperta. Chesterton l'ha rovesciata con una osservazione semplice. Il martire muore perché qualcosa gli sta a cuore più della propria vita; il suicida muore perché nulla gli sta più a cuore, nemmeno la vita. Il primo afferma il mondo al punto di accettare di lasciarlo, il secondo lo rifiuta tutto intero. Chi si uccide non compie una scelta tra le altre: sopprime colui che sceglie, e con lui ogni scelta futura. Chiamare libertà l'atto che abolisce il soggetto della libertà è un errore di logica prima che di morale.

La questione, poi, non è sanitaria. Una persona che dice «sono un peso» parla dello sguardo degli altri più che del proprio corpo. Il peso è un giudizio che si suppone negli occhi di chi sta intorno, e lo Stato che risponde «hai ragione, ecco la procedura» conferma quel giudizio con il timbro ufficiale che rassicura: abbiamo fatto le cose secondo la legge, dunque va tutto bene. La legge, però, non è questa garanzia. Esistono leggi ingiuste, e il Novecento ha mostrato fino a che punto si possa uccidere con tutti i timbri in regola. La cultura nella quale queste norme nascono identifica la dignità con l'autonomia e la libertà con l'indipendenza, ed è una cultura che ciascuno di noi condivide almeno in parte, perché nessuno desidera essere lavato, girato nel letto, imboccato. Ma l'essere umano trascorre una porzione considerevole della propria esistenza dipendendo da altri: i primi anni, ogni malattia, spesso gli ultimi anni, sempre le ultime settimane. Se la dipendenza è una diminuzione della dignità, allora la diminuzione riguarda i neonati, i paraplegici, gli anziani nelle case di riposo, i malati di Alzheimer, chiunque abbia bisogno di un altro per esistere. Il problema si allarga ben oltre il diritto di pochi malati a morire: investe ciò che una comunità pensa di tutti coloro che non bastano a sé stessi. E lo pensa, ora, con una legge.

Chi vuole vedere questa condizione da vicino può rileggere Tolstoj. Ivan Il'ič, giudice, muore in tre mesi di una malattia che i medici non sanno identificare. Il suo tormento peggiore, più del dolore al fianco, è la menzogna. Moglie, figlia, colleghi, medici fingono che sia soltanto indisposto, e la finzione lo lascia solo. L'unico che non mente è Gerasim, il servo contadino che gli porta via il vaso, che gli tiene le gambe sollevate sulle spalle per ore perché solo così il dolore si attenua, e che alla richiesta di scusarsi risponde che tutti dovremo morire e che non è una fatica. Ivan Il'ič sta bene soltanto con lui. La sofferenza intollerabile, nel racconto, si rivela intollerabile per una ragione precisa: nessuno accetta di guardarla in faccia e di restare.

Le cure palliative moderne sono nate esattamente da questa osservazione. La frase con cui Cicely Saunders accoglieva i malati al St Christopher's di Londra, dal 1967, è diventata il motto di un'intera disciplina: tu conti perché sei tu, e conti fino all'ultimo momento della tua vita. Quella disciplina è stata fondata come alternativa tanto all'abbandono terapeutico quanto alla morte procurata, e il suo unico postulato era che non si lascia morire da soli e non si aiuta a morire: si accompagna. La differenza tra accompagnare e procurare sta nell'intenzione, e nella cosa che si dice al malato; l'esito, in entrambi i casi, è la morte, e il farmaco è chimica in entrambi. Nel primo caso: non ti faremo soffrire e non ce ne andremo. Nel secondo: se ritieni che la tua vita non valga più, abbiamo verificato che hai i requisiti.

Vale la pena dire che cosa pensa davvero la Chiesa, perché sul dolore le si attribuisce spesso il contrario di quello che insegna. Il dolore va tolto. Pio XII lo disse agli anestesisti nel febbraio del 1957, aggiungendo che si può farlo anche quando il farmaco rischia di accorciare la vita. Sull'ostinazione terapeutica ha individuato un nome, accanimento, e lo usa da decenni. Ciò che chiede è più scomodo: riconoscere che nessuno è soltanto proprio. La vita di un uomo è, dall'inizio alla fine, una vita ricevuta, intrecciata con altri che la portano e che essa porta, e la dignità di quella vita non dipende da ciò che l'uomo produce, controlla o riesce a fare da solo. Il Cristo del Getsemani chiede che il calice passi, suda sangue, e poi lo beve fino in fondo senza abbreviarlo di un'ora: la fede cristiana ha al centro un uomo che non ha voluto scegliere il momento. Benedetto XVI, nella Spe salvi, ha scritto che la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente, e che una società incapace di accettare chi soffre e di condividerne il peso finisce per essere crudele. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 2020, ha riassunto il compito della medicina in tre parole: curare se possibile, prendersi cura sempre.

Chi non crede non ha bisogno di queste premesse per arrivare allo stesso punto, ed è la cosa che vale la pena ricordare a un consiglio regionale. Leopardi, che non credeva in nulla e riteneva la vita un male, scrisse nel 1827 un dialogo in cui Porfirio confida a Plotino di volersi uccidere, e Plotino ammette che dal punto di vista della ragione l'allievo ha argomenti inattaccabili. Poi lo prega di non farlo, e la preghiera è tutta affettiva: non volere essere causa di questo dolore agli amici che ti amano, aiutaci piuttosto a sopportare la vita, invece di lasciarci in abbandono. «Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie». Il più disperato dei nostri poeti trova, contro il suicidio, un solo argomento che regge, ed è che non siamo soli e che qualcuno ci aspetta ancora.

Qui sta l'errore di fondo dell'idea che si è fatta legge: immaginare la morte volontaria come un atto che riguarda uno solo. Non esiste. Chi muore lascia dietro di sé un amore, un’amicizia, un infermiere, una stanza in cui qualcuno entrerà il giorno dopo, e il modo in cui muore insegna a tutti loro che cosa valga una vita ridotta. La frase che dà origine a ogni richiesta è quasi sempre la stessa: «non riesco più a vivere così». Ha due parti. La legge veneta, con le sue commissioni, ne ascolta la prima e la prende per una domanda cui rispondere con un sì o con un no. La seconda parte, quel «così», è una descrizione di condizioni: la solitudine di un appartamento, un'assistenza domiciliare che arriva due volte a settimana, un partner di settantotto anni che non ce la fa più a sollevare, il sospetto di costare troppo. Sono cose che altri potrebbero cambiare. Il Veneto ha scelto di dotarsi di una procedura che verifica se chi vuole morire ha ragione. A tutti gli altri, ai molti che dipendono e non lo chiederanno mai, ha detto che la domanda è ammissibile. Gerasim, che non aveva letto nessun regolamento, aveva trovato una risposta alternativa: si era caricato le gambe del morente sulle spalle ed era rimasto lì.

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