Mercoledì 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, il progetto di legge di iniziativa popolare n. 1, intitolato «Procedure e tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale». Il voto finale è arrivato nel pomeriggio, al termine di due giornate di seduta e di oltre dieci ore di dibattito; relatrice è stata Manuela Lanzarin, della Lega, presidente della Quinta commissione consiliare. Il Veneto è la quarta Regione italiana a dotarsi di una legge di questo tipo, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, e la prima fra quelle amministrate dal centrodestra.
Il testo è passato con i voti della Lega, di Forza Italia e dell'intera opposizione di centrosinistra: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, liste civiche. Hanno votato contro Fratelli d'Italia e Stefano Valdegamberi, unico consigliere di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. A pesare è stata la posizione dei due leghisti più influenti a Palazzo Ferro Fini: il presidente della Regione Alberto Stefani, che ha firmato una parte degli emendamenti, e Luca Zaia, governatore per quindici anni e oggi presidente dell'assemblea. Zaia ha parlato di una «legge di civiltà», ha ringraziato anche chi ha votato contro e ha ripetuto l'argomento che porta avanti da luglio: la Regione si limita a organizzare procedure entro un perimetro che la Consulta ha già tracciato, senza introdurre alcun diritto nuovo.
Nel giro di poche ore il Patriarcato di Venezia ha diffuso una dichiarazione di Mons. Francesco Moraglia, che presiede anche la Conferenza episcopale Triveneta. Il primo sostantivo del testo è «amarezza»: «A seguito dell'approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile. La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La preoccupazione maggiore, prosegue il Patriarca, riguarda «le persone fragili e sole, ossia le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo».
Il passaggio più argomentato investe i requisiti di accesso. Moraglia si sofferma sulle «motivazioni psicologiche», i cui «margini di interpretazione soggettiva sono ampi», e prevede che «di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi». Osserva poi che «in alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile» e ne trae una domanda: «quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”».
Il Patriarca respinge la lettura del voto come una contesa con vincitori e sconfitti: «Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Gli impegni che indica per la Chiesa veneziana sono due. Promuovere «di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa»; e accompagnare le persone «sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre», precisando di riferirsi a «quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore» e di escludere «alcuna forma di accanimento terapeutico». L'ultima riga si rivolge alle istituzioni sanitarie: «l'auspicio che l'obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari».
La legislazione italiana
In Italia l'aiuto al suicidio resta un reato, punito dall'articolo 580 del codice penale. Con la sentenza 242 del 2019, resa nel processo a Marco Cappato per la morte di Fabiano Antoniani, la Corte costituzionale ha però stabilito che non è punibile chi agevola il proposito di una persona nella quale ricorrano insieme quattro condizioni: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche che essa reputa intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli. La verifica spetta a una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il comitato etico territoriale. La Corte invitò il Parlamento a legiferare. Sette anni dopo una legge nazionale ancora manca: il testo unificato adottato dalle commissioni Giustizia e Sanità del Senato il 2 luglio 2025, che prevede un Comitato nazionale di valutazione di nomina governativa e l'esclusione del Servizio sanitario dalle prestazioni, si è arenato fra pareri della commissione Bilancio e dissidi interni alla maggioranza; il 3 giugno scorso, quando un testo è arrivato in aula, la maggioranza ha votato per rimandarlo in commissione.
In questo vuoto si è inserita l'Associazione Luca Coscioni con la campagna «Liberi Subito», che ha depositato in quasi tutte le Regioni lo stesso progetto di iniziativa popolare. Il testo non tocca i requisiti fissati dalla Consulta; disciplina chi li verifica, in quanto tempo, con quali garanzie di gratuità e di assistenza farmacologica. La Toscana lo ha approvato per prima l'11 febbraio 2025; il governo Meloni ha impugnato la legge il 9 maggio successivo e la Corte costituzionale, con la sentenza 204 depositata il 29 dicembre 2025, ne ha salvato l'impianto, riconducendolo alla competenza concorrente in materia di tutela della salute, e ha cancellato le disposizioni che fissavano termini uniformi per la procedura. Stessa sorte per la Sardegna, che aveva votato il 17 settembre 2025: impugnativa del Consiglio dei ministri il 20 novembre, sentenza 148 del 24 luglio 2026, legittimità dell'ossatura organizzativa e caducazione delle norme che incidevano sulle condizioni di accesso. Lo stesso 24 luglio, con la sentenza 152, la Corte ha respinto per la terza volta in due anni la richiesta di eliminare il requisito del sostegno vitale, sollevata stavolta dal giudice per le indagini preliminari di Bologna. Il 23 luglio l'Emilia-Romagna aveva approvato la propria legge, costruita già tenendo conto dei paletti della Consulta: nessun termine rigido, ma valutazioni «in tempi compatibili con le condizioni cliniche del paziente». Altrove l'iniziativa è stata respinta: l'Abruzzo l'ha bocciata il 19 giugno 2025, mentre Lombardia, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia hanno approvato pregiudiziali di costituzionalità che hanno impedito la discussione nel merito.
Il Veneto era stato il primo Consiglio in Italia a votare, il 16 gennaio 2024. Zaia, allora governatore, aveva annunciato il proprio sì lasciando libertà di coscienza ai suoi trenta consiglieri. Fratelli d'Italia e Forza Italia votarono contro compatti; la Lega si spaccò a metà, Nazzareno Gerolimetto uscì dall'aula, Luciano Sandonà e Silvia Rizzotto della Lista Zaia si astennero. Si astenne anche Anna Maria Bigon, consigliera del Pd di Verona, l'unica del suo gruppo, che in aula aveva chiesto perché la Regione scegliesse una scorciatoia invece di finanziare le cure palliative. La conta sull'articolo 1 finì 25 a 25 con 26 voti necessari e il testo tornò in commissione. Nelle settimane successive il Pd veronese rimosse Bigon dall'incarico di vicesegretaria con una mozione approvata all'unanimità. Ieri, in aula, la stessa Bigon ha annunciato il voto favorevole: il testo del 2024, ha detto, era stato poi giudicato in parte incostituzionale e a suo avviso trascurava le cure palliative, quello attuale è stato riscritto per renderlo legittimo e «mette al centro la persona e la sua sofferenza».
Le elezioni regionali del novembre 2025 hanno portato Stefani a Palazzo Balbi e Zaia alla presidenza del Consiglio. Il progetto Coscioni, ripresentato nella nuova legislatura, è rimasto sei mesi in Commissione sanità, che lo ha licenziato senza emendarlo. L'esame in aula era previsto per le sedute del 27, 28 e 29 luglio, poi slittate a settembre per i lavori sul rendiconto. È in quella finestra che il confronto fra la Chiesa veneta e le istituzioni regionali si è fatto pubblico. Il 29 luglio Moraglia ha firmato per il settimanale diocesano Gente Veneta l'editoriale «Suicidi assistiti o malati assistiti?», in cui definiva il fine vita una questione di biopolitica che riguarda tutti e non riducibile alla libertà del singolo, richiamava le parole di Leone XIV al Corpo diplomatico contro le forme di «illusoria compassione come l'eutanasia» e ricordava la nota dei vescovi del Triveneto che chiede alle Regioni hospice, formazione del personale e comitati etici indipendenti. Il giorno dopo Zaia ha risposto con una lettera aperta: le Regioni non possono autorizzare il suicidio assistito e nemmeno impedirlo quando ricorrono le condizioni della Consulta; dal 2019 in Veneto una ventina di persone ha presentato richiesta, tre sono state autorizzate e due percorsi si sono conclusi; «lasciare un vuoto normativo non protegge i fragili». Nella stessa lettera Zaia assegnava alla Chiesa la cura delle anime e agli amministratori l'applicazione delle leggi, una distinzione di ruoli di cui Silere non possum ha già scritto. Sempre il 29 luglio, nel suo podcast Il fienile, Zaia aveva ospitato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, che alla domanda sull'accanimento terapeutico ha risposto con una «totale condanna» e ha indicato nelle cure palliative la via per combattere solitudine e dolore, senza entrare nel merito della legge regionale.
Ad agosto la contesa si è spostata sul calendario. Il gruppo del Pd, con il presidente dell'intergruppo di centrosinistra Giovanni Manildo, ha accusato la Lega di voler far precedere al fine vita il voto sugli schemi di intesa per l'autonomia differenziata, forte di un parere del servizio legislativo regionale secondo cui quel provvedimento non aveva i requisiti di urgenza. Il capogruppo leghista Riccardo Barbisan ha replicato che l'autonomia sarebbe stata votata «il giorno dopo del fine vita». Quando il 1° settembre il testo è arrivato in aula, Valdegamberi ha sollevato una questione pregiudiziale sostenendo che il progetto e i relativi emendamenti non fossero stati sottoposti al vaglio delle commissioni e imputando la forzatura a un accordo fra Stefani e Manildo; la pregiudiziale ha raccolto 16 voti, compresi quelli di alcuni consiglieri di Fratelli d'Italia, ed è stata respinta con 31 contrari. Fuori dal palazzo, sulle rive del Canal Grande, presidiavano Cappato e gli attivisti dell'Associazione Coscioni.
Gli emendamenti approvati oggi portano in gran parte la firma della Giunta. Prevedono che il paziente sia informato della possibilità di accedere alle cure palliative prima di decidere; affidano la decisione a una Commissione territoriale, sulla base delle linee guida di un Comitato bioetico regionale; non fissano scadenze rigide. L'Associazione Coscioni ha parlato di «tempi ragionevoli» in linea con le sentenze su Toscana e Sardegna, che avevano colpito proprio i termini uniformi. Flavio Baldan, del Movimento 5 Stelle, ha votato sì lamentando però l'assenza di tempi certi e l'inserimento, nel percorso decisionale, di un ruolo per le associazioni pro vita. Il testo coordinato con gli emendamenti non era ancora stato pubblicato dal Consiglio al momento in cui scriviamo, e su questo punto, come sulle clausole relative al personale sanitario a cui allude Moraglia con la richiesta di garanzie per l'obiezione di coscienza, occorrerà leggere la versione definitiva. La legge dell'Emilia-Romagna, per confronto, stabilisce che le attività connesse siano svolte esclusivamente da personale che vi abbia aderito su base volontaria.
Sulle «motivazioni psicologiche» evocate dal Patriarca va ricordato che il riferimento alle «sofferenze fisiche o psicologiche» reputate intollerabili dal paziente non nasce dalla legge veneta: sta nella sentenza del 2019 ed è uno dei quattro requisiti che nessuna Regione può modificare. Il «processo ampliabile» che Moraglia attribuisce ad alcuni sostenitori della legge passa dunque per la Corte costituzionale o per il Parlamento, e la Corte, con la sentenza 152, ha appena chiuso ancora una volta la porta all'allargamento più richiesto, quello ai malati non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. Il timore di «prevedibili allargamenti» era stato espresso a luglio anche dai vescovi dell'Emilia-Romagna, e la presidenza della CEI, in una nota del 19 febbraio 2025, aveva denunciato la mancata attuazione della legge 38 del 2010 sulle cure palliative, che «devono essere garantite a tutti, in modo efficace ed uniforme in ogni Regione».
Dal momento della pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Regione, il governo avrà sessanta giorni per impugnare la legge davanti alla Corte costituzionale. Lo ha fatto con la Toscana di Eugenio Giani e con la Sardegna di Alessandra Todde, entrambe guidate dal centrosinistra, e in entrambi i casi la Consulta ha confermato la struttura delle leggi eliminandone alcune disposizioni. Stavolta la legge da valutare è stata votata dalla Lega e da Forza Italia, con Fratelli d'Italia all'opposizione dentro la propria coalizione, e ricalca un testo che la Corte ha già esaminato due volte.



