Venezia – Il confronto sul fine vita entra direttamente nel rapporto tra la Chiesa veneziana e le istituzioni regionali. Mercoledì 29 luglio il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha affidato al settimanale diocesano Gente Veneta un editoriale dedicato ai progetti di legge in discussione a Palazzo Ferro Fini. Il giorno successivo il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ha replicato con una lettera aperta indirizzata al Patriarcato.
Moraglia colloca la questione del fine vita nell’ambito della biopolitica, sottolineando come le decisioni assunte su questo terreno non riguardino soltanto la libertà individuale, ma finiscano inevitabilmente per incidere sull’intera collettività. Legiferare in materia, avverte il presule, non può significare aprire un varco al suicidio medicalmente assistito. Una simile scelta comprometterebbe, a suo giudizio, il principio dell’intangibilità della vita umana e produrrebbe il rischio di un progressivo ampliamento dei casi oggi ammessi soltanto in via eccezionale. Ogni norma, osserva il Patriarca, possiede infatti anche una funzione educativa: non si limita a disciplinare una condotta, ma contribuisce a formare la coscienza pubblica e a orientare il modo in cui una società interpreta la sofferenza, la fragilità e la dignità della persona.
Moraglia richiama quindi le parole rivolte da Papa Leone XIV al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. In quell’occasione il Pontefice aveva affermato che spetta agli Stati rispondere alla sofferenza attraverso le cure palliative e politiche di autentica solidarietà, senza «incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Secondo il Patriarca, simili affermazioni non appartengono esclusivamente alla dottrina cattolica, ma esprimono un principio di valore universale, capace di rivolgersi all’intera comunità umana indipendentemente dall’appartenenza confessionale.
Nell’editoriale viene inoltre richiamata la nota dei vescovi del Triveneto intitolata «Suicidio assistito o malati assistiti?». Nel documento i presuli chiedono alle Regioni di investire nella rete degli hospice, nella formazione del personale sanitario e nella costituzione di comitati etici realmente indipendenti, che non vengano convocati soltanto per ratificare decisioni già maturate in altre sedi.
Moraglia conclude auspicando un dibattito ampio, nel quale medicina, politica, cultura e comunità cristiane possano concorrere alla costruzione di un’autentica alleanza terapeutica. Al centro dovrebbe rimanere la tutela della persona fragile, custodita con umiltà e accompagnata senza trasformare la sofferenza in un problema da rimuovere.
La replica di Zaia, diffusa il giorno successivo dagli uffici del Consiglio regionale, si apre con il riconoscimento dell’autorevolezza del Patriarca e con l’apprezzamento per il tono pacato del confronto. Il presidente rivendica quindi una netta distinzione di ruoli: agli amministratori pubblici spetterebbe applicare le leggi e tutelare i diritti, agendo con senso etico e nella consapevolezza delle radici cristiane del Paese; alla guida della comunità cattolica competerebbe, invece, la cura delle anime.
È proprio in questa impostazione che emerge il problema di una destra che ama definirsi cattolica, ma che alcuni presuli, troppo inclini ad accompagnarsi con essa, non hanno ancora imparato a comprendere fino in fondo. Zaia, Salvini, Meloni e Vannacci non si comportano diversamente da quegli esponenti della sinistra che trattano la Chiesa con deferenza soltanto finché essa dice ciò che desiderano sentirsi dire. Quando, invece, la Chiesa esprime una posizione diversa da quella del partito, allora viene immediatamente invitata a occuparsi delle anime e a non interferire nella vita pubblica.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Se un cardinale parla delle radici e dei valori cristiani dell’Europa, ecco i ragazzetti irrisolti della Lega precipitarsi a invitarlo al Parlamento europeo, trasformandolo in una comparsa per le proprie passerelle politiche. Se però quegli stessi presuli richiamano valori che il partito non condivide o denunciano scelte incompatibili con il Vangelo, allora vengono attaccati e invitati a occuparsi di «Ave Maria» anziché di politica.
Questo è il dramma di una Chiesa che ancora oggi non ha compreso quanto sia pericoloso accompagnarsi ai politici contemporanei, interessati esclusivamente alla propria convenienza e al proprio consenso, non certo al Vangelo e tantomeno al bene del clero e della Chiesa.
Sul piano giuridico, Zaia ricorda che il suicidio medicalmente assistito è già ammesso nell’ordinamento italiano dal 2019, in seguito alla sentenza numero 242 della Corte costituzionale. Le proposte regionali attualmente in discussione, sostiene, non introdurrebbero quindi un nuovo diritto, ma si limiterebbero a disciplinare gli aspetti procedurali rimasti indefiniti dopo la pronuncia della Consulta, colmando almeno in parte un vuoto che il Parlamento non ha ancora trovato il coraggio di affrontare.
Le condizioni fissate dalla Corte restano quattro e devono ricorrere congiuntamente: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli. La presenza di tali requisiti non determina però alcun automatismo. Essa consente soltanto alla persona interessata di presentare una domanda, che deve essere valutata dal comitato etico multidisciplinare dell’Ulss competente. L’organismo può autorizzare il percorso oppure respingere l’istanza.
Zaia richiama anche i dati registrati in Veneto. Dal 2019 a oggi una ventina di persone avrebbe presentato richiesta; tre domande sarebbero state autorizzate e, in due casi, il percorso sarebbe giunto a conclusione. Per ricondurre il dibattito alla sua dimensione concreta e personale, il presidente cita la vicenda di Elena Altamira, residente a Spinea, che nell’estate del 2022 si recò a Basilea, in Svizzera, per porre fine alla propria esistenza. Prima di partire, la donna affidò a un videomessaggio le ragioni della propria scelta.
Nella lettera, Zaia riconosce la piena legittimità sia di chi si oppone al suicidio assistito e chiede al Parlamento di vietarlo, sia di chi teme che le persone più fragili possano subire pressioni o condizionamenti. Il presidente insiste tuttavia sul fatto che «lasciare un vuoto normativo non protegge i fragili». L’assenza di una disciplina chiara, sostiene, aumenta l’incertezza, accentua le differenze tra i territori e rischia di privare proprio le persone più vulnerabili dell’ascolto e dell’accompagnamento di cui avrebbero maggiore bisogno.
Zaia chiarisce inoltre che un eventuale coinvolgimento dei vescovi veneti nel confronto regionale non potrebbe comunque tradursi nell’approvazione di un provvedimento capace di vietare il suicidio medicalmente assistito. Una simile decisione non rientrerebbe nelle competenze della Regione e non potrebbe produrre effetti né in Veneto né nel resto d’Italia.
Lo scambio tra il Patriarca e il presidente del Consiglio regionale si colloca a ridosso dell’ingresso del disegno di legge di iniziativa popolare «Liberi Subito» nel calendario dell’assemblea veneta. Il testo era stato iscritto all’ordine del giorno delle sedute del 27, 28 e 29 luglio. L’esame nel merito, rallentato dai lavori sul rendiconto 2025 e sull’assestamento di bilancio, dovrebbe tuttavia slittare a settembre, dopo la pausa estiva.
d.S.C.
Silere non possum



