Nell’intervista concessa a Repubblica dopo l’approvazione in Veneto della legge sul suicidio medicalmente assistito, Luca Zaia dice una cosa che molti cattolici farebbero bene ad ascoltare. Alla domanda sulla propria fede risponde che non esistono «cattolici buoni e cattivi» e contesta quella facilità con cui qualcuno stabilisce chi sia dentro e chi sia fuori, chi sia degno e chi destinato all’inferno.
Ha ragione su un punto che nella Chiesa italiana viene spesso affrontato solo quando esplode qualche polemica. C’è un cattolicesimo, particolarmente rumoroso sui social, che ha trasformato la difesa della dottrina in una continua classificazione delle persone. Il politico che vota in un certo modo diventa immediatamente «non cattolico», il sacerdote che usa una parola sbagliata viene trattato da eretico, il vescovo che non firma l’ennesimo appello viene accusato di tradimento. In questo clima, che ricorda da vicino anche certe dinamiche del giornalismo italiano, lo stesso schema viene applicato ai giornali: se critichi la destra, allora sei di sinistra; se critichi la sinistra, allora sei di destra. Così, senza alcuna coerenza, può capitare che un giorno ti definiscano conservatore e quello dopo progressista, semplicemente perché non riescono a collocarti dentro una casella prestabilita. Alla fine arrivano anche le previsioni sull’inferno, formulate con la sicurezza di chi sembra conoscere in anticipo le decisioni di Dio. È una pessima testimonianza cristiana. La Chiesa può giudicare una scelta morale e ha il dovere di insegnare ciò che ritiene vero; un cristiano può contestare una legge e spiegare perché la considera ingiusta. Il giudizio sulla persona è un’altra cosa. Quando questa distinzione scompare, il cristianesimo viene ridotto a una guerra tra appartenenze e la testimonianza perde credibilità proprio mentre pretende di difenderla. Fin qui Zaia vede un problema reale. Il passaggio successivo dell’intervista, però, contiene un’idea di laicità molto più discutibile.
Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia aveva espresso la propria contrarietà alla legge. Zaia riconosce che quella posizione è legittima, poi aggiunge: «Ma lo Stato deve essere laico». E prosegue: «La Chiesa fa la Chiesa. È il nostro faro, detiene il Sacro Graal, ma i cattolici nelle istituzioni devono occuparsi non delle anime, ma dei corpi. Lì, devi essere laico». Poco prima aveva spiegato la differenza tra sé e un sacerdote con un’altra frase: «Io devo applicare una legge, e il prete no». È qui che il ragionamento non regge.
Zaia attribuisce alla laicità dello Stato una conseguenza che da essa non deriva: la necessità per il cattolico impegnato nelle istituzioni di sospendere, nel momento della decisione politica, ciò che pensa in quanto cattolico.
Ma nessuno entra in un consiglio regionale, in Parlamento o in un governo privo di una concezione dell’uomo. Zaia stesso non lo fa. Alla fine dell’intervista, parlando del suicidio assistito, dice che se capitasse a lui vorrebbe poter decidere e aggiunge: «Ho una visione molto liberale». Quella visione liberale concorre evidentemente a formare il suo giudizio politico. Ed è del tutto legittimo.
Per quale ragione dovrebbe essere meno legittima la visione di chi arriva a una conclusione diversa anche attraverso la propria fede? L’origine religiosa di una convinzione non la rende incompatibile con la democrazia. Altrimenti bisognerebbe sottoporre ogni parlamentare a un impossibile esame genealogico delle idee: questa convinzione viene dalla filosofia studiata all’università, questa dall’educazione ricevuta in famiglia, questa dal liberalismo, questa dal marxismo, questa dal femminismo, questa dal cristianesimo. Le prime sarebbero ammesse nel dibattito pubblico e l’ultima dovrebbe essere lasciata alla porta. Le persone, fortunatamente, non funzionano così. Portano nella vita pubblica ciò che sono. Esperienze, letture, convinzioni morali, idee filosofiche, fede, assenza di fede. La democrazia chiede che quelle convinzioni accettino il confronto e le regole comuni. Non chiede che i cittadini credenti diventino momentaneamente increduli quando assumono una carica pubblica.
Il limite riguarda piuttosto il modo in cui quelle convinzioni vengono tradotte nella decisione politica. Un parlamentare cattolico non può considerare chiusa una discussione dicendo che una proposta è giusta «perché lo dice il Papa». Se vuole trasformarla in legge dovrà argomentare davanti a cittadini che possono essere protestanti, musulmani, atei o semplicemente indifferenti alla religione. Sul fine vita dovrà discutere di libertà, dignità, vulnerabilità, medicina, rapporto tra paziente e istituzioni, cure palliative, protezione delle persone fragili. Dovrà ascoltare le ragioni contrarie e accettare la possibilità di essere sconfitto. Questo è uno dei prezzi della democrazia. La rinuncia alla propria coscienza non lo è.
Il Concilio Vaticano II lo aveva già affermato nella Gaudium et spes, il testo che Leone XIV sta riprendendo proprio in queste settimane durante le udienze generali. Occorre distinguere l’azione che i cristiani compiono «a titolo personale, come cittadini guidati dalla coscienza cristiana» da quella esercitata «in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori». Nello stesso passaggio il Concilio afferma l’autonomia reciproca della comunità politica e della Chiesa. Le due affermazioni stanno insieme: il cattolico che agisce politicamente non diventa il delegato della gerarchia ecclesiastica, ma neppure è invitato a liberarsi della propria coscienza cristiana.
È una distinzione che permette anche di capire che cosa significhi davvero la formula, spesso ripetuta, secondo cui «la Chiesa non fa politica».
Se con «Chiesa» si intende l’istituzione ecclesiastica, l’espressione contiene una verità precisa. La Chiesa non è un partito, non presenta liste alle elezioni, non dispone di una propria maggioranza parlamentare e non può pretendere che una norma civile venga approvata soltanto perché coincide con il suo insegnamento. San Paolo VI, parlando al Corpo diplomatico nel 1972, ricordava proprio la distinzione tra la missione della Chiesa e l’azione politica specificamente intesa, richiamando l’autonomia indicata dal Concilio. Ma la Chiesa è fatta anche di laici. E ai laici la tradizione cattolica non ha mai chiesto di vivere la politica come una zona franca rispetto alla fede. Paolo VI, nella Octogesima adveniens del 1971, scrive una frase particolarmente adatta alla questione sollevata da Zaia: i cristiani impegnati nell’azione politica devono cercare «una coerenza tra le loro opzioni e l’evangelo», dentro un «legittimo pluralismo». Nello stesso testo definisce la politica «una maniera esigente» di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri. Quelle poche righe contengono anche un correttivo utile a certo cattolicesimo militante. Paolo VI parla di pluralismo. Due cattolici possono arrivare a valutazioni politiche differenti senza che uno dei due debba necessariamente essere espulso dalla comunità ecclesiale. La fede orienta la coscienza, ma non produce automaticamente un programma di governo completo né una risposta tecnica identica su ogni questione.
Il cattolico che entra in politica, però, non smette per questo di essere cattolico. Pio XI, parlando nel 1927 ai dirigenti della Federazione universitaria cattolica, definì la politica «il campo della più vasta carità, della carità politica». La formula è stata ripresa molte volte nel magistero successivo. Paolo VI ne precisò il senso parlando del servizio agli altri e della coerenza con il Vangelo.
Sarebbe difficile tenere insieme questa tradizione con l’idea che, arrivato nelle istituzioni, il cattolico debba occuparsi dei «corpi» lasciando altrove tutto ciò che riguarda le «anime». Anche la separazione proposta da Zaia è, a ben vedere, poco cristiana. L’antropologia cattolica non conosce un uomo diviso in compartimenti stagni, con il corpo consegnato alla politica e l’anima affidata alla religione. Quando la politica decide di sanità, lavoro, carcere, immigrazione, famiglia, povertà o fine vita, sta prendendo decisioni che riguardano persone intere.
C’è poi un problema ancora più concreto nella frase «io devo applicare una legge». Un sindaco che rilascia un certificato previsto dalla normativa vigente deve applicare la legge. Un funzionario pubblico ha vincoli ancora più precisi. Ma l’intervista a Zaia nasce proprio dall’approvazione di una legge della quale egli è stato uno dei maggiori sostenitori politici. In quel caso non stava semplicemente eseguendo una disposizione ricevuta da altri: contribuiva alla formazione di una scelta legislativa. La Repubblica lo presenta infatti come il «grande sponsor» della norma.
Chi fa una legge deve necessariamente domandarsi se quella legge sia buona. E appena formula quella domanda entra nel terreno delle convinzioni morali.
La laicità serve a impedire che una confessione religiosa eserciti il potere dello Stato. Serve anche a proteggere chi non crede dalla coercizione religiosa. Ma se viene utilizzata per dire al credente quali parti della propria coscienza siano ammesse nel dibattito politico, comincia a produrre l’effetto opposto: seleziona le convinzioni legittime sulla base della loro provenienza.
Anche la Chiesa ha diritto di intervenire nel dibattito pubblico. Il Patriarca Moraglia può dire che una legge sul suicidio assistito gli sembra sbagliata. Un’associazione cattolica può organizzare una campagna per modificarla. Un medico cattolico può spiegare le proprie obiezioni. Un elettore può votare tenendo conto di ciò che la propria fede gli suggerisce. Nessuna di queste cose viola la laicità dello Stato. Diventerebbe un problema se la Chiesa pretendesse di imporre quella posizione attraverso un’autorità giuridica che nell’ordinamento civile non possiede.
Zaia chiede rispetto per la propria «visione molto liberale». È giusto che lo ottenga. Lo stesso rispetto deve valere per chi guarda alla medesima questione attraverso una concezione cristiana dell’uomo e prova a tradurla in argomenti politici.
E proprio qui torna utile la prima parte della sua intervista. Il cattolico che porta il Vangelo nella vita pubblica non ha bisogno di trasformarsi nel censore degli altri. Può sostenere che una legge sia profondamente ingiusta senza stabilire chi sia un «vero cattolico», senza augurare l’inferno a chi la vota e senza ridurre la fede a una sequenza di anatemi pubblicati sui social.
Anzi, se crede davvero che la politica possa essere una forma della carità, dovrebbe essere il primo a capire che anche il modo con cui combatte una battaglia politica appartiene alla sua testimonianza cristiana.
La fede non concede al cattolico un voto che vale più degli altri. Non gli garantisce di avere sempre ragione e non lo sottrae al dovere di argomentare. Gli chiede però una cosa che la formula di Zaia finisce per rendere quasi sospetta: portare nella vita pubblica, con libertà e responsabilità, ciò in cui crede.
Compreso il Vangelo.



