Sessantaduemilasettecentosettantacinque morti in una sola estate. È la stima delle vittime legate alle ondate di calore che hanno attraversato il continente nel 2024, pubblicata su Nature Medicine dai ricercatori dell'Istituto di salute globale di Barcellona (ISGlobal). Nello stesso anno, secondo l'Agenzia internazionale per l'energia (IEA), meno di una famiglia europea su cinque disponeva di un impianto di raffrescamento domestico. Il divario fra il conto delle vite e la diffusione dei condizionatori racconta una delle contraddizioni più scomode del continente: la regione che si scalda più rapidamente al mondo è anche quella che si è attrezzata più lentamente per difendersene.
Un continente che si scalda, un continente poco climatizzato
Il tasso di penetrazione dei climatizzatori nell'Unione europea oscilla oggi fra il 19 e il 20 per cento delle abitazioni, contro il 90 per cento degli Stati Uniti e percentuali analoghe in Giappone. Nei Paesi nordici la quota scende sotto il 10 per cento. Il dato, tuttavia, è tutt'altro che statico: secondo l'IEA il numero di unità installate nel continente è più che raddoppiato dal 1990, mentre la domanda di raffrescamento degli edifici è quadruplicata fra il 1979 e il 2022, in particolare nel nord Europa. Nel 2016 l'Unione contava circa 96,5 milioni di apparecchi, pari a venti unità ogni mille abitanti; l'agenzia stimava che nel 2023 se ne sarebbero aggiunti altri 130 milioni, con un numero complessivo che potrebbe quadruplicare entro il 2050.
Le traiettorie nazionali restano però molto disomogenee. L'Italia è un'anomalia nel panorama continentale: circa una famiglia su due possiede già un climatizzatore, complice il clima mediterraneo e ondate di calore ricorrenti. La Repubblica Ceca offre invece l'esempio di una trasformazione recente e rapidissima: dal 16 per cento delle abitazioni climatizzate nel 2023 al 38 per cento nel 2025, spinta dalla diffusione del lavoro da remoto dopo la pandemia e da estati sempre più roventi. In gran parte dell'Europa centrale e settentrionale, però, la diffusione resta frenata da vincoli urbanistici, tutele sul patrimonio storico, regolamenti condominiali e carenza di tecnici certificati.
Il conto in vite umane
Gli esperti di sanità pubblica sono concordi su un punto: l'accesso al condizionatore riduce di circa il 75 per cento il rischio di morire in una giornata di caldo estremo. È una cifra che pesa, se confrontata con il bilancio degli ultimi anni. Fra il 2022 e il 2024 l'Europa ha registrato oltre 181mila decessi legati alle alte temperature, due terzi dei quali nei Paesi dell'Europa meridionale; l'Organizzazione mondiale della sanità stima che negli ultimi quattro anni la soglia dei 200mila morti sia stata superata. L'Italia guida la classifica assoluta per il terzo anno consecutivo, con circa 19mila vittime stimate nell'estate 2024, seguita da Spagna, Germania, Grecia e Romania. In termini relativi, però, i tassi più alti si registrano in Grecia, Bulgaria, Serbia e Croazia.
Le disparità non riguardano solo la geografia. Fra le vittime del 2024, la mortalità femminile è risultata superiore del 46,7 per cento rispetto a quella maschile, mentre chi ha più di 75 anni ha corso un rischio superiore di oltre il 300 per cento rispetto al resto della popolazione. Sono proprio questi i gruppi per cui l'accesso al raffrescamento smette di essere un comfort e diventa una misura di prevenzione sanitaria.
Un dispositivo protettivo, se usato con criterio
Il beneficio sanitario del condizionatore non è però incondizionato. Gli pneumologi segnalano ogni estate un aumento di tossi, laringotracheiti e talvolta polmoniti legate a bruschi sbalzi termici fra l'esterno e gli ambienti raffreddati troppo aggressivamente. La raccomandazione più diffusa fra gli specialisti è di non scendere sotto i 24-26 gradi, mantenendo uno scarto massimo di sette gradi rispetto alla temperatura esterna e un tasso di umidità fra il 40 e il 50 per cento; per le persone anziane o cardiopatiche, alcuni pneumologi consigliano di non superare mai al ribasso i 28 gradi indoor.
Il rischio più insidioso resta però quello microbiologico. Filtri trascurati, bacinelle di condensa non svuotate e impianti mal manutenuti possono favorire la proliferazione della Legionella pneumophila, il batterio responsabile della legionellosi, un'infezione polmonare che può manifestarsi con febbre alta, tosse e, nei casi più gravi, con quadri di polmonite severa. Non è il condizionatore in sé a causare i disturbi, chiariscono gli esperti, ma la sua gestione scorretta: pulizia periodica dei filtri, controllo dell'umidità e corretto posizionamento delle bocchette restano le precauzioni più efficaci.
Il rovescio della medaglia
Ogni impianto acceso ha però un costo che ricade sull'intero sistema energetico e, indirettamente, sulla città che lo ospita. Secondo l'IEA il raffrescamento degli edifici pesava per circa il 7 per cento del consumo elettrico mondiale nel 2022, una quota che durante le ondate di calore può salire fino al 14 per cento giornaliero; la domanda cresce di circa il 4 per cento l'anno dal 2000. Le conseguenze si vedono già sulle borse elettriche: nel giugno 2026 i prezzi spot in Germania hanno superato i 545 euro al megawattora nelle ore serali, il livello più alto da due anni. In Francia, dove il condizionamento resta poco diffuso, i picchi serali di domanda durante le ultime ondate di calore sono cresciuti del 25 per cento rispetto alla media stagionale; a New York, dove il condizionamento è quasi universale, l'aumento ha toccato il 90 per cento.
C'è poi l'effetto sulla città stessa. Un impianto scarica all'esterno il calore che sottrae agli ambienti interni, contribuendo alla cosiddetta isola di calore urbano. Una simulazione del centro di ricerca francese Cired ha calcolato che, durante un'ondata di nove giorni a 38 gradi, la temperatura notturna nelle strade di Parigi salirebbe di 2,4 gradi se tutti gli edifici climatizzati mantenessero un clima interno di 23 gradi: un circolo vizioso in cui il rimedio contro il caldo finisce per aggravarlo. Su scala globale, la climatizzazione è già responsabile di circa un miliardo di tonnellate di anidride carbonica l'anno, su un totale di 37 miliardi emesse nel mondo.
Ventilatori, pompe di calore e un dibattito che diventa politico
La corsa al raffrescamento ha assunto, nell'estate 2026, contorni inattesi. In sei degli otto principali mercati europei monitorati, le vendite di ventilatori stanno crescendo più rapidamente di quelle dei condizionatori: costano una frazione dell'energia, non richiedono installazione né autorizzazioni condominiali e restano accessibili anche a chi vive in affitto o in edifici storici dove montare un climatizzatore è complicato o vietato. In Francia la carenza di raffrescamento ha avuto ricadute dirette sulla vita pubblica, con oltre mille scuole rimaste parzialmente o del tutto chiuse per l'assenza di impianti adeguati, mentre la stessa diffusione del condizionatore è diventata terreno di scontro politico: la ministra dell'Energia Agnès Pannier-Runacher ha criticato pubblicamente l'ipotesi di una climatizzazione generalizzata, sostenendo che finirebbe per riscaldare ulteriormente le strade.
Gli esperti dell'IEA invitano a non ridurre la questione a un aut aut fra caldo subìto e clima artificiale. Clara Camarasa, analista dell'agenzia, indica nelle pompe di calore reversibili, nell'isolamento degli edifici e nella diffusione di tetti verdi e vegetazione urbana gli strumenti più efficaci per costruire città resilienti senza far esplodere i consumi. È una prospettiva che sposta il baricentro del dibattito dal singolo apparecchio acceso in salotto alla pianificazione urbana e sanitaria dei prossimi decenni, mentre le estati europee continuano ad allungarsi e a farsi più severe.



