Milano - In Italia la famiglia si difende. Eccome se si difende. Tanto che il sigillo di idoneità genitoriale - quello che lo Stato nega per legge alle coppie dello stesso sesso, e rende di fatto irraggiungibile alle coppie povere, comuni, senza un nome e senza santi in paradiso - lo concede serenamente a chi una condanna definitiva per favoreggiamento della prostituzione ce l'ha già in tasca. Perché la famiglia, nel Bel Paese, è sacra: vietata ai gay per principio, ai poveri per tariffa.

I fatti

Nicole Minetti, l'ex igienista dentale assurta a consigliera regionale per meriti che la cronaca giudiziaria ha poi chiarito, è stata condannata in via definitiva. L'11 aprile 2019 la Cassazione ha messo il sigillo al processo Ruby bis: due anni e dieci mesi per favoreggiamento della prostituzione, quella delle ormai celebri cene eleganti di Arcore. Ci ha poi aggiunto, per non farsi mancare nulla, un anno e un mese di peculato nella vicenda Rimborsopoli. Totale: tre anni e undici mesi.

In queste ore la signora Minetti è tornata alla ribalta per la grazia ricevuta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: un atto di clemenza che le inchieste del Fatto Quotidiano hanno costellato di punti interrogativi. Ebbene, a questa signora lo Stato riconosce il diritto di adottare un minore. A due uomini o a due donne, che quel bambino magari lo crescerebbero con amore e attenzione, educandolo a una vita onesta e rispettosa delle leggi, no. A una coppia di operai senza risparmi ma pronti ad amarlo, nemmeno. A una donna condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione, sì.

Le persone cambiano, è vero. Possono migliorarsi, è vero. Infatti, nessuno questiona su questo. Lo Stato italiano ha quindi deciso che una persona con una condanna definitiva per un reato legato alla prostituzione è idonea a crescere un bambino. Decisione difendibilissima, peraltro. Solo che lo stesso Stato, la stessa legge, quella porta la apre a chi ha i mezzi giusti e la sbarra a tutti gli altri. Non per quello che hanno fatto. Per quello che sono e per quello che non hanno.

Vietato ai gay per principio…

Guardiamo le carte, che sono istruttive. Il Tribunale per i minorenni di Venezia ha riconosciuto in Italia l'adozione pronunciata in Uruguay in favore di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani - sì, quello dei Cipriani, l'impero della ristorazione - ai sensi dell'articolo 36, quarto comma, della legge 184 del 1983. E qui arriva il primo dettaglio: il decreto descrive i due come «stabilmente conviventi da oltre cinque anni». Conviventi. Nemmeno sposati. Una coppia eterosessuale che il matrimonio non l'ha contratto si vede riconosciuta un'adozione piena, legittimante, di un bambino in stato di abbandono.

Quella stessa porta, a una coppia dello stesso sesso, resta sbarrata a doppia mandata. La legge 184 riserva l'adozione legittimante alle sole coppie eterosessuali coniugate da almeno tre anni. Alle coppie gay la giurisprudenza ha concesso, dopo anni di trincea e con esiti che cambiano da tribunale a tribunale, soltanto la «adozione in casi particolari» dell'articolo 44: il contentino pensato per il figlio già presente di un partner, non per accogliere chi una famiglia non ce l'ha. Un riconoscimento di seconda fascia, che lo Stato lascia volutamente nella nebbia pur di non scrivere una legge. E la Cassazione, intanto, ha già stabilito che «l'orientamento sessuale non incide sull'idoneità all'assunzione della responsabilità genitoriale». Lo Stato lo sa. E tira dritto.

…e proibito ai poveri per tariffa

Poi c'è il secondo muro, quello di cui non parla nessuno perché non fa notizia: il muro dei soldi. L'adozione nazionale, sulla carta, è gratuita - ma le file sono bibliche e l'idoneità richiede di dimostrare di poter «sostenere economicamente» il minore, sicché la precarietà diventa, di fatto, una condanna preventiva. L'adozione internazionale, l'unica con numeri reali, è invece quello che gli stessi enti chiamano «un salasso»: decine di migliaia di euro, fino a quarantamila tra ente autorizzato, viaggi, soggiorni all'estero e spese legali, con lo Stato che rimborsa una frazione e per il resto si gira dall'altra parte.

E la scorciatoia? La via dell'articolo 36, comma 4 - quella usata da Minetti e Cipriani - è riservata agli italiani residenti all'estero da almeno due anni, con la pratica che passa dal consolato anziché dagli enti. Tradotto: bisogna potersi permettere di mollare l'Italia e vivere due anni altrove, magari in un ranch a Punta del Este. Un lusso che una coppia di insegnanti o di commessi non vedrà mai nemmeno col binocolo. La legge non lo vieta ai poveri: glielo rende semplicemente impossibile. Che è peggio, perché si può sempre dire che la porta era aperta.

Il diritto tradito (dei bambini)

La beffa finale è nel titolo della legge: «Diritto del minore a una famiglia». Ma una legge che decide a priori chi possa comporre quella famiglia - fuori i gay per ideologia, fuori i poveri per censo - quel diritto non lo tutela: lo mette all'asta. E a pagare il conto sono prima di tutto i bambini in attesa, lasciati dove sono perché la coppia pronta ad accoglierli è della specie sbagliata o del portafoglio sbagliato.

Di queste cose i "tradizionalisti" e i "ciellini" non parlano, e si capisce: ne parlassero, dovrebbero guardarsi allo specchio. È la parte di Chiesa che adora la forma e tradisce la sostanza, quella che davanti a un figlio maltrattato sa solo recitare la litania: «Eh, ma sono tuo padre e tua madre, devi rispettarli, devi perdonare». Come se il perdono fosse un obbligo notarile da firmare in calce al dolore, e la famiglia un feticcio da difendere a prescindere da ciò che dentro quella famiglia accade.

A smentire questa Chiesa è stato, ieri sera, il Papa in persona. Allo Stadio Olimpico di Barcellona, durante la veglia con i giovani, una ragazza cresciuta in un quartiere poverissimo ha raccontato la sua storia: il padre che tentò di uccidere la madre - un ragazzo morì per salvarla - il carcere, la madre inghiottita dalla droga, e lei, a dieci anni, presa in custodia dai servizi sociali e affidata a un centro di accoglienza. È lì, non nella famiglia di sangue, che - sono parole sue - «ho sperimentato per la prima volta l'amore di una famiglia». Tenetela a mente, questa frase, mentre lo Stato decide chi può dirsi famiglia e chi no.

A lei, che confessava di faticare ancora a perdonare il padre, Leone XIV non ha rifilato la solita ricetta del «sono pur sempre i tuoi». Ha detto l'esatto contrario: «non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in ogni caso a tornare alla situazione precedente o a vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza». Tradotto: perdonare non significa riconsegnarsi al carnefice, non significa tornare sotto lo stesso tetto. E - aggiungiamo noi - a maggior ragione quando di quella violenza non si mostra il minimo ravvedimento.

Il Papa è andato oltre, smontando l'alibi “devozionistico” con cui per secoli si è messo a tacere chi soffre: «Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità». E a tutta la Chiesa ha chiesto di smetterla di «spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla "volontà di Dio"», perché così «si rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone». Non «era destino», non «c'è un disegno che non comprendiamo»: «Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi».

Ecco il punto che fa saltare l'ipocrisia. Quella ragazza è stata salvata da una famiglia che il sangue non glielo aveva dato. La sostanza - l'amore, la cura, la protezione - stava tutta da una parte; la forma - i «genitori biologici» - stava tutta dall'altra, in un padre in carcere e una madre nella droga. Eppure è la forma che lo Stato continua a santificare quando, in nome della «famiglia naturale», antepone il vincolo di sangue e il timbro del matrimonio al bene reale di un bambino. Si benedice il contenitore e si butta via il contenuto. Si premia chi ha il titolo giusto e si scarta chi avrebbe l'amore sincero.

Insomma, nella vicenda Minetti lo Stato si è fidato di una condannata in via definitiva. Ha guardato alla persona e non alla sentenza: lo sguardo giusto. Peccato che lo riservi a chi ha il cognome pesante e il conto pieno, e lo neghi a tutti gli altri. Non è “il miglior interesse del minore”. È un privilegio con la cravatta della legge.

d.I.V. e F.P.
Silere non possum

Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!