Berna - La presa di posizione resa nota il 26 maggio 2026 dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) intorno al divieto delle cosiddette «terapie di conversione» offre la prova di come anche entro le mura ecclesiali vada finalmente maturando la consapevolezza che, per lungo tempo, gli abusi psicologici e di coscienza non sono stati l'eccezione di singoli, bensì la trama d'un vero e proprio sistema.

Alla radice di tali pratiche – almeno dentro la Chiesa - si colloca una precisa elaborazione teorica, quella propalata da Amedeo Cencini, psicologo e presbitero coperto dall'Ordine degli Psicologi del Veneto: una costruzione che ha arrecato danni gravissimi a numerosi sacerdoti e seminaristi, plasmati e talvolta troncati nel loro cammino da chi avrebbe dovuto accompagnarli.

Cencini sostiene, in sostanza, l'esistenza di un'omosessualità guaribile e di una inguaribile - strutturale e non strutturale -, dottrina priva di qualsiasi fondamento scientifico eppure assunta a criterio di discernimento vocazionale. E l'Ordine degli Psicologi del Veneto, in quel Paese ormai assurto a ludibrio d'Europa, lo ha coperto, dichiarando che nelle sue parole non si ravvisavano «illeciti deontologici»: quando, in verità, sono più d'una le norme del codice che attestano precisamente il contrario.

La presa di posizione dei vescovi svizzeri rappresenta dunque un segnale positivo: essi hanno respinto «categoricamente» tali pratiche e dichiarato di sostenere l'obiettivo d'una regolamentazione nazionale uniforme.

Che cosa chiede la mozione 22.3889

Per comprendere il valore delle parole dei vescovi occorre anzitutto sapere su che cosa essa si pronuncia. La mozione 22.3889, depositata il 18 agosto 2022 dalla Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale (relatori Vincent Maitre e Patricia von Falkenstein), incarica il Consiglio federale di istituire le basi legali per vietare, a livello nazionale, le terapie di conversione su minorenni e giovani adulti, elaborando una specifica norma penale.

Per «terapie di conversione» - o «riparative», o «di riorientamento sessuale» - si intendono tutte le misure volte a modificare o reprimere l'orientamento sessuale, l'identità di genere o l'espressione di genere di una persona. Nel definirne i contorni, il testo rinvia agli standard internazionali, segnatamente ai Principi di Yogyakarta. Ciò che si vuole proibire e sanzionare è il triplice atto del dispensare, offrire e pubblicizzare simili trattamenti. La mozione è precisa anche su ciò che il divieto non tocca, e questa precisione è tutt'altro che marginale. Restano esclusi: i colloqui dall'esito aperto sul proprio orientamento o identità condotti in un accompagnamento professionale, comprese le misure psicoterapeutiche previste dalle direttive delle associazioni di categoria; le terapie di riassegnazione del sesso praticate su indicazione medica; e gli interventi relativi a preferenze e comportamenti sessuali di rilevanza penale, come l'esibizionismo o la pedofilia.

Il fondamento del provvedimento è anzitutto clinico e umano. Le associazioni professionali di medici e psicoterapeuti condannano queste pratiche e ne vietano l'esercizio ai propri membri, perché - come la letteratura scientifica documenta - esse non producono alcun beneficio terapeutico, mentre possono provocare sofferenze profonde, danni psichici e perfino tendenze suicidarie. Il problema è che chi le pratica non sempre appartiene a una professione sanitaria: accanto a medici e terapeuti vi sono coach, consulenti e «guide spirituali» che sfuggono alle norme deontologiche di categoria. Nel caso di Cencini ed altri presbiteri o religiose si tratta spesso di persone che hanno ottenuto titoli in università pontificie che di professionale hanno ben poco. Da qui l'esigenza, sottolineata dalla mozione, di un divieto esplicito assistito da sanzioni penali, capace di colpire anche chi opera al di fuori di ogni ordine professionale.

Sul piano dell'iter, il Consiglio nazionale ha adottato la mozione il 12 dicembre 2022; il dossier è ora all'esame della Commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati. Una minoranza commissionale (Nidegger Addor, Geissbühler, Heer, Schwander, Tuena) ne propone la reiezione, e lo stesso Consiglio federale, pur condividendo che ogni tentativo di "guarire" l'omosessualità vada respinto «da un punto di vista umano, scientifico e giuridico», ha invitato ad attendere gli esiti dei lavori istruttori in corso (in particolare il postulato 21.4474 von Siebenthal) prima di legiferare.

Il quadro comparato gioca però a favore della mozione: Malta, Germania, Francia e Grecia hanno già introdotto un divieto nazionale, mentre Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Spagna stanno elaborando normative analoghe. In Svizzera, l'assenza di una legge federale ha generato un'iniziativa «a macchia di leopardo» tra i Cantoni - da Zurigo a Ginevra, da Basilea a Vaud - che solo una disciplina unitaria può ricomporre.

In Italia, neanche a dirlo, simili passi di civiltà non soltanto non vengono compiuti, ma nemmeno concepiti. E gli ordini degli psicologi, anziché intervenire a tutela delle vittime, si ergono a baluardo dei propri iscritti che, ledendo gravemente la salute psichica di chi a loro si affida, calpestano il codice deontologico che pure giurano di osservare.

La voce dei vescovi: accoglienza, sincerità, tutela

È a questo punto che si misura la qualità della posizione della CVS. I vescovi non si limitano a un generico auspicio: aderiscono esplicitamente all'obiettivo della mozione, affermando che l'offerta, la mediazione e la promozione delle terapie di conversione debbano essere vietate e sanzionate, «in particolare a tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

Il fondamento che ne offrono è teologico prima ancora che giuridico. Il rispetto dell'integrità della persona, immagine di Dio, è un diritto; ogni essere umano deve essere protetto dalla violenza, dalla pressione e dagli abusi. Da questa premessa discende una definizione tagliente: per i vescovi, ogni terapia di conversione è «un'influenza mirata» volta a indurre qualcuno a modificare o reprimere il proprio orientamento o la propria identità, e ciò può attuarsi mediante pressioni, accuse, minacce, isolamento, svalutazione o - ed è la formula più coraggiosa del documento - «strumentalizzazione di una paura religiosa». Quando ciò avviene in nome di Dio, scrivono, si è di fronte a un vero e proprio abuso spirituale, incompatibile con una missione pastorale fondata sull'accoglienza, sulla sincerità e sulla protezione della persona. Qui sta il pregio maggiore della presa di posizione: la lucidità con cui essa traccia il confine. La CVS non confonde il divieto con un attacco all'accompagnamento spirituale legittimo. Anzi, rivendica con forza lo spazio dei «colloqui e dell'accompagnamento aperti e rispettosi», nei quali la persona riflette sulla propria situazione e decide in piena libertà. L'accompagnamento pastorale, ricordano i vescovi, è legittimo proprio quando preserva la dignità e la libertà di chi vi si affida e si astiene da ogni influenza indebita. Non è dunque la cura delle anime a essere messa sotto accusa, ma la sua contraffazione coercitiva.

Per questo la CVS chiede che la futura normativa rispetti tre condizioni: una definizione chiara e precisa delle pratiche di "riconversione"; una delimitazione rigorosa, affinché l'accompagnamento spirituale, la consulenza e la psicoterapia professionale non vengano criminalizzati; e infine vie di accesso agevoli, per le persone interessate, a sostegno, consulenza e mezzi di ricorso.

d.I.V.
Silere non possum

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