Cracovia - Quando l’11 agosto scorso le ultime comunità della Pielgrinazione a piedi di Cracovia hanno raggiunto Jasna Góra, tra i quasi seimila pellegrini arrivati davanti all’icona della Madonna Nera c’era anche il nuovo arcivescovo metropolita della città. Per il cardinale Grzegorz Ryś, però, quei sei giorni di cammino hanno avuto poco a che vedere con una prima visita istituzionale alla manifestazione religiosa più importante dell’estate dell’arcidiocesi. Ryś conosce quel percorso da decenni, lo ha attraversato da sacerdote e per oltre vent’anni ha guidato personalmente uno dei gruppi. Nel 2026 vi è tornato per la prima volta come pastore della Chiesa di Cracovia.
La 46ª edizione era partita dal Wawel il 6 agosto per concludersi cinque giorni più tardi a Częstochowa, dopo circa 150 chilometri percorsi dalle diverse comunità. Il tema scelto, «Discepoli-Missionari», riprende il programma pastorale della Chiesa polacca per il 2025-2026 ed è stato collegato dagli organizzatori anche al cammino sinodale avviato nell’arcidiocesi. Come ogni anno, la pellegrinazione ha portato con sé le intenzioni per il Papa e per la Polonia.

Un arcivescovo che conosce già la strada
La presenza di Ryś assume un significato particolare alla luce della sua storia. Leone XIV lo ha nominato arcivescovo metropolita di Cracovia il 26 novembre 2025, trasferendolo da Łódź; il cardinale ha preso possesso della cattedra del Wawel con l’ingresso solenne del 20 dicembre successivo. Era un ritorno nella diocesi nella quale era nato, era stato ordinato sacerdote nel 1988 e aveva svolto una parte consistente del proprio ministero prima della nomina episcopale.
Anche la Pielgrinazione di Cracovia appartiene a questa biografia. Dal 1994 al 2016 Ryś fu guida del gruppo 6 «San Giovanni da Kęty» della Comunità II Śródmiejska. Quando alla fine del 2025 venne annunciato il suo ritorno a Cracovia, gli stessi organizzatori della pellegrinazione ricordarono questo legame presentandolo come un pastore che conosceva quell’esperienza dall’interno. Nel gennaio scorso i responsabili gli hanno consegnato l’identificativo di guida principale della pellegrinazione, secondo la tradizione che affida al vescovo di Cracovia la guida spirituale del cammino verso Jasna Góra.
Prima della partenza, Ryś aveva già chiarito il modo in cui intendeva vivere quei giorni. Nel messaggio rivolto ai fedeli aveva presentato il pellegrinaggio come un tempo di ascolto della Parola di Dio, di ascolto reciproco e di vita comunitaria. Ryś, che è molto amato dai giovani, ha invitato i pellegrini anche a prepararsi fisicamente con esercizi e camminate quotidiane. Dietro quella battuta c’era una esortazione pastorale: il pellegrinaggio offre un’immagine concreta della Chiesa e l’esperienza vissuta lungo la strada dovrebbe poi essere riportata nelle parrocchie.

Durante i sei giorni di pellegrinaggio, il cardinale ha scelto di unirsi ogni giorno a una comunità diversa, percorrendo con i fedeli diversi tratti del cammino, pregando con loro e fermandosi soprattutto ad ascoltarli e a conversare. Anche nelle ore più calde ha mantenuto la veste talare e la croce pettorale.
Al termine ha raccontato di aver potuto conoscere persone che prima non conosceva, ascoltare le loro storie e incontrare numerosi giovani sacerdoti dell’arcidiocesi. «Ho potuto parlare con loro, conoscerli, sapere da dove vengono, cosa fanno, cosa amano nella Chiesa. Impagabile», ha spiegato all’arrivo.
La scelta appare particolarmente significativa per un arcivescovo che ha assunto la guida di Cracovia soltanto otto mesi fa. Il pellegrinaggio gli ha offerto per diversi giorni una forma di contatto con il clero e con i fedeli diversa dagli incontri ufficiali, dalle visite nelle parrocchie e dalle celebrazioni presiedute dal vescovo. Lo stesso Ryś, già prima del suo ingresso al Wawel, aveva spiegato che un programma pastorale non può essere costruito prescindendo dalle persone. Il cammino verso Jasna Góra gli ha permesso di incontrarne migliaia fuori dalle consuete strutture diocesane.

«Non può accadere che un peccatore abbia paura della Chiesa»
Uno dei momenti più significativi è arrivato a Przeprośna Górka, tradizionale tappa prima dell’ingresso a Jasna Góra, durante la celebrazione penitenziale. Commentando il capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo, Ryś ha proposto ai pellegrini una domanda: «Che tipo di Chiesa siamo? Che tipo di comunità siamo?».
Il cardinale ha indicato nel rapporto con i più piccoli uno dei criteri attraverso i quali misurare la fedeltà evangelica di una comunità cristiana. Per Ryś l’attenzione deve concentrarsi sui poveri, sugli ultimi e su quanti necessitano maggiormente di protezione. Il secondo criterio riguarda il comportamento della comunità davanti al peccato e al peccatore. Richiamando la parabola della pecora smarrita, ha rifiutato l’idea che l’allontanamento anche di una sola persona possa essere considerato irrilevante: Cristo, ha ricordato, è morto per ciascuno.
Il passaggio più netto ha riguardato il modo in cui la Chiesa affronta il peccato al proprio interno.Ryś ha difeso la correzione fraterna come atto di amore, chiedendo di chiamare il male con il proprio nome e, contemporaneamente, di restare accanto alla persona perché possa uscirne. Da qui una considerazione rivolta anche al clero: «Non può accadere che il peccatore abbia paura della Chiesa. Non può accadere che un sacerdote che ha commesso un primo, un secondo o un terzo peccato abbia paura della Chiesa, abbia paura del vescovo». Una situazione simile, ha aggiunto, tradirebbe la natura stessa della comunità ecclesiale.
Il punto non consisteva nell’eliminare la responsabilità personale. Nello stesso intervento il metropolita ha insistito sulla necessità di riconoscere il male, affrontarlo e correggerlo. La questione riguardava piuttosto ciò che accade dopo: la correzione cristiana, nella lettura proposta da Ryś, non può trasformarsi nell’abbandono del peccatore.
La sintesi è arrivata attraverso un’altra immagine evangelica: la famiglia. Per sei giorni i partecipanti si chiamano reciprocamente «fratello» e «sorella». Ryś ha invitato a prendere sul serio quelle parole, perché in una famiglia l’attenzione si concentra spontaneamente sul più piccolo e il perdono viene esercitato continuamente. Il capitolo evangelico si conclude con la promessa della presenza di Cristo dove due o tre sono riuniti nel suo nome. «Gesù è presente nella comunità delle sorelle e dei fratelli», ha ricordato il cardinale, definendo la comunità dei peccatori il luogo nel quale Cristo continua a rendersi presente.

Una tradizione nata attorno a san Giovanni Paolo II
Il pellegrinaggio sul quale Ryś è tornato quest’anno ha alle spalle una storia strettamente intrecciata con quella della Chiesa di Cracovia e con san Giovanni Paolo II. L’idea di una marcia a piedi dalla città verso Jasna Góra aveva cominciato a prendere forma già nel 1980 tra alcuni giovani cracoviani che avevano partecipato alla Pielgrinazione di Varsavia. La svolta arrivò l’anno successivo.
Dopo l’attentato contro san Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981, gli studenti di Cracovia cancellarono le tradizionali celebrazioni universitarie e il 17 maggio diedero vita al «Biały Marsz», la «Marcia Bianca»: una grande manifestazione di preghiera per il Papa polacco, con centinaia di migliaia di persone vestite di bianco per le strade della città. Da quell’esperienza nacque nello stesso anno la Pielgrinazione a piedi di Cracovia, pensata fin dall’origine come cammino verso Jasna Góra nelle intenzioni del Pontefice e della patria.
Quarantacinque anni dopo, quella tradizione continua a riunire famiglie, giovani, sacerdoti, religiose, persone alla prima esperienza e pellegrini che percorrono la strada da decenni. Tra i partecipanti di quest’anno c’era una sedicenne arrivata alla sua sedicesima pellegrinazione e un uomo anziano che ha portato a Jasna Góra il ringraziamento per trent’anni di sobrietà. Altri hanno servito nelle cucine, nell’organizzazione degli alloggi, nell’assistenza sanitaria o semplicemente camminando accanto a chi aveva bisogno di aiuto.
Anche gli altri vescovi di Cracovia hanno raggiunto le diverse comunità lungo il percorso: l’arcivescovo emerito Marek Jędraszewski, mons. Damian Muskus OFM e mons. Janusz Mastalski. A Przeprośna Górka si è unito ai pellegrini anche l’arcivescovo di Varsavia, Adrian Galbas SAC, che ha definito i pellegrinaggi estivi una delle più grandi professioni pubbliche di fede presenti oggi nella Chiesa polacca.
Per Ryś, alla fine, proprio il camminare insieme costituisce la testimonianza. Persone che pregano, restano in silenzio, si confessano, si aiutano e continuano a procedere nonostante la fatica rendono visibile una fede che non necessita di essere costruita artificialmente. «È vera, è una testimonianza molto forte», ha detto arrivando a Jasna Góra.
Il primo pellegrinaggio da metropolita di Cracovia si è così trasformato anche in una dichiarazione sul modo di intendere il ministero episcopale. Per sei giorni Ryś ha percorso la strada che conosceva da sacerdote, questa volta con la responsabilità di chi è chiamato a guidare l’intera arcidiocesi. E a Przeprośna Górka ha lasciato ai pellegrini il criterio con il quale, secondo lui, quella Chiesa dovrà misurarsi: il posto che concede ai più piccoli e il modo in cui sa comportarsi davanti alla fragilità e al peccato dell’uomo.
p.J.V.
Silere non possum



