Nelle ultime ore la scomparsa di Francesco Guccini ha attraversato l'ecosistema mediatico cattolico italiano con un'intensità sproporzionata rispetto al legame che il cantautore, agnostico dichiarato e mai organico ad alcuna appartenenza religiosa, ebbe realmente con quel mondo. La reazione a catena che ne è seguita racconta molto del sistema di relazioni interne alla comunicazione ecclesiale, probabilmente più di quanto racconti il defunto stesso.
Il meccanismo si lascia osservare con una chiarezza quasi didattica, articolandosi in quattro strati sovrapposti. Il primo è composto da personaggi, fra i quali figurano anche esponenti del Dicastero per la Comunicazione, che si precipitano sulla notizia nelle primissime ore, ben consapevoli che il nome di un artista amatissimo da intere generazioni garantisce una platea enormemente più vasta rispetto a quella abituale. È così che Andrea Tornielli e Andrea Monda si affrettano a scrivere, commentare e filosofeggiare sulla figura di Guccini. Poco importa che sia la festa della Trasfigurazione o che, proprio quel giorno, il Papa si trovi ad Assisi a parlare ai giovani. La priorità, evidentemente, è Guccini.
Un secondo gruppo entra subito in scena per mettere alla berlina il primo, accusandolo di essersi avventato su un cadavere ancora caldo pur di raccogliere clic, reazioni e condivisioni. Un terzo sceglie invece come bersaglio Guccini stesso, riesumandone la distanza dal credo cristiano, le simpatie politiche della giovinezza e l’ambiguità di un’icona che la gerarchia ecclesiastica difficilmente potrebbe rivendicare come propria senza ricorrere a qualche forzatura. C’è infine un quarto gruppo, impegnato a celebrare chi ha già celebrato Guccini: elogi che si sommano ad altri elogi, citazioni reciproche e attestazioni di stima che finiscono per alimentare una piccola economia del riconoscimento fra affini e sodali.
Nessuno di questi quattro gruppi discute realmente dell'uomo di Pavana. Discutono, semmai, gli uni degli altri. Vale la pena chiedersi perché un evento di per sé estraneo alla cronaca ecclesiastica, la morte di un cantautore agnostico, ottantaseienne, malato da tempo, sia diventato terreno di scontro tra sedicenti addetti ai lavori della comunicazione ecclesiale. La risposta ha poco a che fare con Guccini e molto con la struttura di un comparto editoriale piccolo, competitivo e affamato di riconoscimento reciproco. Quando un nome capace di generare traffico compare all'orizzonte, ogni soggetto che vive di attenzione, testate, opinionisti, pagine social, predicatori digitali, è costretto a posizionarsi in fretta, prima che il tema esaurisca la propria spinta algoritmica. Chi arriva per primo raccoglie l'onda; chi arriva secondo, non potendo più competere sulla notizia, compete sul giudizio della notizia; chi arriva terzo si ritaglia uno spazio criticando il personaggio; chi arriva quarto si accoda ai primi tre, sperando di ereditarne un po' di pubblico per contiguità.
È una dinamica che si autoalimenta indipendentemente dal soggetto della cronaca. Avrebbe potuto essere un cardinale, un influencer, un caso giudiziario. Guccini, in questo, è stato soltanto il combustibile più recente di un motore che gira comunque.
Il paradosso più amaro riguarda però il lutto stesso. Una morte dovrebbe imporre, fosse anche soltanto per una convenzione elementare di civiltà, una misura minima di sobrietà: il tempo necessario per un cordoglio composto, per un ricordo capace di tenere insieme luci e ombre senza piegarle immediatamente alle proprie convenienze polemiche. Nella sfera cattolica, purtroppo, anche questo margine sembra essersi ormai dissolto. E a contribuirvi sono persino personaggi che qualche vescovo ha avuto la malaugurata idea di ordinare sacerdoti, nonostante alle spalle abbiano vicende tutt’altro che edificanti.
Nel giro di poche ore, la notizia della morte è così diventata materia prima per regolare conti già aperti tra figure concorrenti, conquistare visibilità prendendo di mira l’ennesimo giornalista di turno e attribuendogli affermazioni che non ha mai pronunciato, marcare le distanze da editorialisti giudicati troppo disinvolti e, infine, rassicurare la propria constituency ideologica circa la purezza della propria appartenenza. Guccini, in fondo, è servito soprattutto da superficie di proiezione: ciascuno vi ha cercato la conferma della propria posizione nel campo, preoccupandosi assai più di definire sé stesso e i propri avversari che di interrogarsi sulla persona che pretendeva di ricordare.
Questo comportamento non nasce dal nulla. È il sintomo più recente di una comunicazione ecclesiale che negli ultimi anni ha imparato a trattare ogni fatto di cronaca, anche il più lontano dalla teologia, come materia prima per la propria arena interna. Le stesse dinamiche si sono viste su casi giudiziari, su nomine episcopali, su interventi papali: il fatto diventa pretesto, l'opinione altrui diventa bersaglio, il pubblico diventa arbitro di una contesa che ha smesso di riguardare l'oggetto iniziale. Difficile indicare un rimedio semplice a un fenomeno che discende, in fondo, dalla struttura stessa dell'economia dell'attenzione: pochi soggetti, molta concorrenza, incentivi tutti orientati alla reazione immediata. Sarebbe già qualcosa distinguere, la prossima volta, tra chi scrive perché ha davvero qualcosa da dire su chi se n'è andato e chi scrive per non restare escluso dalla conversazione. La differenza, quasi sempre, si vede subito: nella pazienza con cui si aspetta di avere in mano fatti verificati prima di intervenire, nel tono con cui si tratta un uomo che non può più rispondere, nel silenzio che si concede quando davvero non si ha nulla da aggiungere.
Guccini, in un'altra vita e per un bersaglio diverso, aveva dedicato una delle sue canzoni più celebri proprio a chi scrive per marcare territorio più che per dire qualcosa di vero. L'Avvelenata resta, cinquant'anni dopo, il miglior commento a questi giorni.



