Oslo - A mezzogiorno le campane delle chiese suoneranno in tutta la Norvegia. Per un'ora, dalle 12 alle 13, come accadde nel gennaio del 1991 alla morte di Olav V. La Chiesa di Norvegia ha disposto il suono delle campane dopo la morte di re Harald V e il suo presidente, il vescovo Olav Fykse Tveit, ha parlato di una giornata di lutto accompagnata dalla gratitudine per ciò che il sovrano ha rappresentato per il Paese. Le campane, ha ricordato, richiamano «la presenza di Dio sulla terra e la speranza di una vita dopo la morte».
C'è qualcosa di molto norvegese anche in questo commiato. Harald è morto da capo di Stato di uno dei Paesi più secolarizzati d'Europa, dopo avere regnato per trentacinque anni su una società profondamente diversa da quella nella quale era cresciuto. Eppure, il cristianesimo rimase nella sua vita qualcosa di più di una disposizione costituzionale legata alla Corona.
Harald ne parlava con pudore. Quando Harald Stanghelle lo interrogò direttamente per il libro Kongen forteller, pubblicato nel 2020 dopo una lunga serie di conversazioni con il sovrano, il re si guardò bene dal costruire di sé l'immagine dell'uomo particolarmente devoto. Disse che non avrebbe voluto presentarsi come «più religioso della gente comune». Aggiunse però che l'educazione cristiana ricevuta da bambino era rimasta dentro di lui, insieme alla ricerca di un significato più profondo dell'esistenza. Stanghelle, che con Harald aveva affrontato apertamente fede, libertà religiosa e pluralismo, parlò di una linea che attraversava tutto il suo regno. Quella linea comincia ben prima delle dichiarazioni pubbliche.

Il 17 gennaio 1991 morì Olav V. Harald diventò re nello stesso istante. Anni dopo avrebbe raccontato di essere stato «leggermente terrorizzato»: suo padre era enormemente popolare e lui dubitava di essere capace di raccoglierne l'eredità.
Cinque mesi più tardi, il 23 giugno, Harald e Sonja entrarono nella cattedrale di Nidaros, a Trondheim. Le incoronazioni dei sovrani norvegesi erano state eliminate dalla Costituzione nel 1908. Olav aveva però voluto, nel 1958, una cerimonia religiosa di signing, una benedizione per l'esercizio del ministero regale. Harald decise di continuare quella tradizione.
Fu una scelta sua e di Sonja. Davanti all'altare della cattedrale il re si inginocchiò e il vescovo Finn Wagle gli impose la mano sul capo pregando Dio di benedirlo, guidarlo e sostenerlo nel suo servizio al popolo e alla Chiesa. La Casa reale ricorda ancora oggi quelle parole di Harald: ricevere la benedizione di Dio sul loro compito e inginocchiarsi nello stesso luogo dove lo avevano fatto suo padre e suo nonno fu per lui «una grande forza».
A distanza di quasi trent'anni Harald avrebbe ricordato con Stanghelle la chiesa gremita, il canto della congregazione e la sensazione fisica provata quel giorno. Disse di avere avuto la pelle d'oca. Soprattutto spiegò che quella celebrazione aveva avuto per lui un carattere «profondamente personale». La distinzione conta. Un re può partecipare a una liturgia perché lo richiede il cerimoniale. Harald volle che quella liturgia ci fosse. La vicenda più delicata arrivò vent'anni dopo.
Nel 2012 la Norvegia modificò il rapporto costituzionale fra Stato e Chiesa. Sparì dalla Costituzione la definizione della religione evangelico-luterana come religione pubblica dello Stato; la Chiesa di Norvegia rimase definita come folkekirke, la Chiesa del popolo, mentre vennero rafforzate la libertà religiosa e l'uguaglianza nel sostegno pubblico alle diverse comunità religiose e filosofiche. Il processo di separazione sarebbe proseguito e dal 2017 la Chiesa sarebbe diventata un soggetto giuridico autonomo. Una frase, però, rimase nella Costituzione: «Il Re deve sempre professare la religione evangelico-luterana».
Harald raccontò successivamente che quella permanenza gli stava personalmente a cuore. Il sovrano prese l'iniziativa di chiedere che l'obbligo confessionale del re fosse conservato durante la revisione costituzionale. Harald intervenne attraverso l'allora ministro competente per gli Affari ecclesiastici, Trond Giske. In seguito, lo stesso re si sarebbe interrogato sull'opportunità di quella sua iniziativa. La Norvegia stava ridefinendo il rapporto tra Stato e Chiesa e il re non si oppose a quel passaggio. Su quel punto intervenne però personalmente: volle che il legame confessionale della Corona restasse scritto nella Costituzione. Ne parlò con parole che oggi possono apparire sorprendenti per un monarca scandinavo. A Stanghelle spiegò che gli sembrava sbagliato pensare che, davanti alla crescita delle altre religioni, i cristiani dovessero rendere meno visibile la propria identità. Secondo Harald, chi possiede una fede diversa comprende bene che un cristiano professi la propria. La sicurezza nelle proprie radici, sosteneva, rende più sereno l'incontro con chi crede diversamente. Questo permette di capire anche uno dei discorsi più famosi del suo regno senza isolarlo dal resto della sua storia personale.
Il 1° settembre 2016, durante una festa nel parco del Palazzo reale, Harald cercò di descrivere che cosa fosse diventata la Norvegia. Parlò degli immigrati provenienti dall'Afghanistan, dal Pakistan, dalla Polonia, dalla Somalia e dalla Siria; delle famiglie, dei divorziati, degli anziani, degli omosessuali. E parlò della religione: «I norvegesi credono in Dio, in Allah, nel Tutto e nel Nulla». Poi concluse che la Norvegia era composta da tutte quelle persone.

Quella frase è stata spesso utilizzata come manifesto della modernizzazione della monarchia sotto Harald. Lo fu. Ma acquista un significato più interessante se viene letta accanto alle sue dichiarazioni sulla propria fede. Il re che riconosceva pienamente il posto di musulmani, atei e persone con convinzioni diverse nella comunità nazionale era lo stesso che aveva chiesto di poter continuare a professare costituzionalmente la fede evangelico-luterana.
Harald sembrava ritenere le due cose compatibili. La convivenza religiosa, nella sua idea di Norvegia, non richiedeva che ciascuno nascondesse ciò in cui credeva.
Anche la preghiera rimase in genere fuori dai suoi discorsi pubblici. Per questo Stanghelle rimase colpito quando, il 15 marzo 2020, nei primi giorni della pandemia, Harald disse in televisione che i suoi pensieri e le sue preghiere erano rivolti ai norvegesi: ai malati, alle loro famiglie, al personale sanitario e a chi temeva di perdere il proprio lavoro. Il re spiegò poi di avere scelto consapevolmente quelle parole perché in quel momento temeva un numero molto alto di morti.
La fede di Harald appare così nei momenti in cui il ruolo pubblico diventava più pesante: l'inizio del regno, la trasformazione costituzionale della Chiesa, la pandemia, la morte. Senza predicazioni e senza una particolare propensione a raccontare la propria interiorità.
Forse è anche per questo che la reazione della Chiesa norvegese alla sua morte ha assunto immediatamente un carattere così personale. Giovedì, quando le condizioni del re erano precipitate, i vescovi della Chiesa di Norvegia si trovavano a Roma per un viaggio di studio e avevano appena incontrato papa Leone XIV. Si sono riuniti spontaneamente in preghiera e hanno deciso di interrompere il viaggio per tornare nel Paese. Parrocchie e cattedrali hanno aperto le porte per permettere ai fedeli di pregare e accendere una candela.
Oggi saranno le campane a parlare.
Harald era nato nel 1937, aveva conosciuto da bambino l'esilio provocato dall'occupazione nazista, aveva perso la madre a diciassette anni e per decenni aveva osservato suo padre preparandosi a un compito che, quando arrivò, gli fece paura. Quel compito lo accompagnò fino alla morte.
Nel 1991, davanti all'altare di Nidaros, aveva chiesto che su quel servizio fosse invocata la benedizione di Dio. Trentacinque anni dopo, nella Norvegia che ha contribuito a cambiare, le campane delle stesse chiese lo accompagnano nell'ultimo tratto.



