Si dirà che è una questione di pedofili e trafficanti. Lo si dirà apposta: perché su quel terreno nessuno ha il coraggio di obiettare, ed è esattamente lì che si fissano i precedenti più pericolosi. Colpire la libertà senza pronunciare mai la parola «censura» è possibile, e anzi è il metodo più efficace: si lascia intatto il diritto di parlare e si mette sotto accusa chi costruisce il luogo in cui le parole circolano. A Pavel Durov, fermato il 24 agosto 2024 all'aeroporto di Le Bourget, è toccato esattamente questo: l'incriminazione per una lunga serie di reati che non ha commesso.

Il racconto ufficiale si guarda bene dal mettere a fuoco il dato decisivo. A Durov non viene contestato di aver diffuso materiale pedopornografico, di aver trafficato droga, di aver riciclato denaro. L'accusa è di «complicità», una formula tanto duttile quanto rivelatrice: complice per aver costruito e amministrato uno spazio dentro il quale altri hanno agito. Davanti all'impossibilità di raggiungere chi quei reati li commette, lo Stato ha puntato sul bersaglio più grande e più semplice da individuare, la piattaforma.

Il canale e chi lo adopera

Ogni ordinamento serio dovrebbe tenere fermo un principio che in questo caso viene deliberatamente confuso: il mezzo e l'uso che se ne fa appartengono a piani distinti. Una piattaforma di messaggistica è un canale. Vi transitano dichiarazioni d'amore e cospirazioni, annunci di nascita e confessioni di colpa, l'organizzazione di una protesta democratica e quella di un traffico illecito. La responsabilità di un crimine ricade su chi lo commette servendosi del canale. Il canale, da solo, non delinque.

Durov ha consegnato ai soldati ucraini lo strumento con cui difendono il proprio territorio; ha dato a chi vuole fare informazione libera là dove non è permesso - in Russia, ad esempio - il modo di proteggere chi comunica. Per qualcuno, però, esistono rifiuti accettabili e rifiuti che non lo sono. Quando Durov dice no a Mosca, che reclama i dati per scovare i dissidenti, l'applauso è unanime; quando lo stesso no lo oppone a Parigi, l'applauso si spegne e si trasforma in incriminazione.

Pretendere che chi costruisce il canale risponda penalmente di ciò che vi scorre dentro equivale a trascinare in tribunale l'impresa che ha asfaltato la strada percorsa dai rapinatori in fuga. La scorciatoia ha una funzione precisa: spostare il peso dell'accusa da chi è difficile catturare a chi è facile individuare. Il pedofilo resta anonimo, si sposta, sa sparire. Il fondatore di Telegram ha un nome, un volto, un jet privato che atterra a Parigi. Viene arrestato perché è raggiungibile.

La porta sul retro

Si obietterà che Telegram avrebbe potuto consegnare i dati, collaborare, aprire i propri archivi. Qui passa la linea che separa chi difende la libertà da chi è disposto a cederla un pezzo alla volta. La crittografia non funziona come una serratura socchiudibile per i buoni e sbarrata per i cattivi: o esiste un varco, o non esiste. E un varco aperto alla polizia francese resta aperto a chiunque sappia attraversarlo, dal servizio segreto compiacente al regime che dà la caccia al dissidente, fino al potere che vuole sapere chi ha parlato con il giornalista.

Chi si rifiuta di aprire quel varco protegge la struttura stessa della comunicazione riservata, precondizione di ogni libertà concreta: il giornalista che tutela la fonte, l'oppositore che si organizza, il cittadino che non vuole essere sorvegliato per ciò che pensa. Indebolire la crittografia per stanare un criminale la indebolisce per tutti e consegna a ogni potere, presente e futuro, uno strumento che difficilmente si fermerà davanti a chi quel potere giudica scomodo.

Oggi la pedopornografia, domani cosa?

La pedopornografia è un crimine intollerabile, e proprio per questo merita gli strumenti che colpiscono davvero: indagini mirate, intelligence investigativa, cooperazione giudiziaria concentrata sull'autore del reato e sulla vittima da proteggere. La compromissione strutturale dell'infrastruttura segue la logica opposta: investe l'intera popolazione di chi comunica e non garantisce di assicurare alla giustizia nemmeno un colpevole.

Il precedente, una volta fissato, non resta confinato al reato più odioso. Anzi, il reato più odioso serve proprio a fissarlo: chi avrebbe il coraggio di opporsi a una misura presentata come scudo dei bambini? Accolto il principio per cui chi amministra un canale deve poterlo aprire a richiesta, l'applicazione si allarga da sé: prima il terrorismo, poi l'eversione, poi la «disinformazione», infine l'informazione sgradita a chi comanda.

Nelle democrazie occidentali l'etichetta di «disinformazione» si trasforma spesso in uno strumento di disciplina del dissenso, un guinzaglio per i cronisti che pongono domande indigeste al potere. Il caso Durov mostra lo stadio precedente del medesimo meccanismo: la costruzione tecnica di quel guinzaglio.

La vera posta in gioco

Insomma, queste accuse rivolte al fondatore di Telegram sono la cornice con cui un potere giustifica, a sé stesso e all'opinione pubblica, un atto che ridisegna i confini di ciò che è lecito comunicare e di chi ne porta la responsabilità.

Dietro la cornice della tutela dei minori, l'arresto di Durov racconta un'altra vicenda: uno Stato che, non riuscendo a colpire il colpevole, si rivale sull'infrastruttura e in questo modo mette le mani sul diritto di tutti a comunicare liberamente. Un attacco alla libertà che, per restare efficace, ha tutto l'interesse a non dichiararsi tale.

L.C.
Silere non possum

Commenti

Ancora nessun commento...

Lascia un commento

Per prendere parte alla discussione devi far parte della community. Abbonati ora!