Città del Vaticano – Ci siamo già soffermati sulle narrazioni inconsistenti che alcuni osservatori continuano a riproporre e che, in Italia, vengono ancora inspiegabilmente accreditate. Eppure, i fatti dicono altro: Leone XIV è un Papa che parla con chiarezza e le sue parole arrivano con la forza della mitezza, senza alzare la voce ma senza arretrare di un millimetro.

Nel suo secondo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Leone XIV ha scelto una linea netta: nessun linguaggio attenuato, nessuna ambiguità da vertice internazionale, nessuna formula di comodo. Non è un intervento costruito per “tenere insieme” tutto e il contrario di tutto, ma un testo che afferma con precisione ciò che il Papa intende dire. Ed è proprio questa chiarezza - politica, culturale e morale - a costituirne il tratto più rilevante.

Leone XIV muove dalla storia - il Giubileo, la morte di Papa Francesco, il Concilio di Nicea, i viaggi in Türkiye e Libano - per inserire l’oggi dentro una cornice più ampia, capace di dare senso agli eventi e alle fratture del presente. Il richiamo a sant’Agostino e al De civitate Dei è una chiave di lettura del nostro tempo, attraversato da una tensione concreta tra due logiche, due città, due amori. Da un lato l’amor sui, che spinge verso la brama di potere e trasforma la politica in forza; dall’altro l’amor Dei, che rende possibile la pace perché la radica nella giustizia e nel riconoscimento della dignità dell’uomo.

Pace, non come parola ma come criterio

Sul tema della pace, Leone XIV chiude la porta alle letture accomodanti. Denuncia la crisi del multilateralismo e la progressiva sostituzione del dialogo con la “diplomazia della forza”: la guerra, avverte, torna ad essere trattata come uno strumento legittimo, mentre il diritto internazionale viene piegato a interessi strategici e logiche di potenza. È qui che il Papa innesta Agostino con una lucidità tagliente: tutti dichiarano di volere la pace, ma spesso inseguono una pace ridotta a trofeo, funzionale alla vittoria e al dominio.

Il Pontefice non si muove sul terreno delle astrazioni: parla in modo concreto e il suo intervento assume i contorni di un vero atto d’accusa contro l’attuale assetto internazionale. Basta guardare a certi capi di Stato che alimentano la guerra non solo con le scelte politiche, ma anche con un linguaggio bellico normalizzato, capace di preparare e giustificare l’escalation. E il paradosso è tutto qui: gli stessi leader che incentivano questa deriva arrivano poi a rivendicare patenti di pacificatori, fino a inseguire riconoscimenti come il Nobel per la Pace. Leone XIV cita scenari concreti - Ucraina, Terra Santa, Venezuela, Haiti, Africa dei Grandi Laghi, Myanmar - e indica una linea operativa: cessate-il-fuoco, dialogo reale, rispetto del diritto umanitario, protezione dei civili. Nel suo lessico la pace non è un’etichetta da esibire nei comunicati: è una costruzione esigente, che domanda umiltà, verità e una reale capacità di rinuncia.

Il linguaggio come campo di battaglia

Uno dei passaggi più incisivi, su cui il Papa torna con insistenza, riguarda il linguaggio. Leone XIV lo indica come una delle grandi emergenze del nostro tempo: parole che perdono aderenza alla realtà e scivolano a diventare strumenti di manipolazione. Quando il linguaggio si separa dalla verità, avverte, il dialogo si inceppa fino a diventare impossibile; e in quel vuoto si impone la forza - verbale, culturale, politica o persino militare - che prende il posto dell’intesa e prepara lo scontro.

Il richiamo a un linguaggio dal “sapore orwelliano” colpisce. Senza evocare esplicitamente 1984, Leone XIV mette a fuoco una dinamica che molti fingono di non vedere: in nome dell’inclusione si costruiscono nuove forme di esclusione; in nome della libertà di espressione si restringono, nei fatti, gli spazi del dissenso. È un passaggio che chiama in causa soprattutto l’Occidente, dove - osserva il Papa - la libertà di coscienza e la libertà di parola vengono progressivamente compresse da nuovi codici linguistici e impianti ideologici.

Su questo punto il Pontefice non lascia margini: la libertà non nasce dall’ambiguità, ma dalla chiarezza. Solo un linguaggio ancorato alla verità rende possibile un confronto autentico, riduce i fraintendimenti e disinnesca quella spirale che, quando le parole perdono consistenza, apre la strada alla violenza.

Vita, dignità, diritti: un asse non negoziabile

Ancora più netto è l’intervento sulla vita. Leone XIV tiene insieme aborto, maternità surrogata, eutanasia, pena di morte e abbandono dei fragili entro una stessa diagnosi: la progressiva erosione del fondamento oggettivo dei diritti umani. Quando il diritto alla vita viene relativizzato, avverte, l’intero impianto dei diritti perde coesione e si innesca quel “corto circuito” che finisce per svuotare le parole di contenuto e le tutele di efficacia. Qui il Papa non lascia spazio per attenuazioni. L’aborto viene chiamato per ciò che comporta: soppressione della vita nascente. La maternità surrogata è descritta come mercificazione del corpo e del bambino. L’eutanasia viene indicata come una forma di illusoria compassione. E tuttavia, la linea del Papa non si riduce a un elenco di divieti: chiede politiche concrete a sostegno delle madri, delle famiglie, dei malati, degli anziani, dei detenuti, dei migranti. La difesa della vita, nel suo impianto, non è una bandiera ideologica: è un asse strutturale di giustizia sociale e di responsabilità pubblica verso chi è più esposto.

In questo quadro si colloca anche la difesa della libertà religiosa e della libertà di coscienza, richiamate come il primo dei diritti umani, nella scia dell’insegnamento di Benedetto XVI. Leone XIV denuncia con chiarezza la persecuzione dei cristiani in molte aree del mondo, ma mette in luce anche un fenomeno più subdolo: le forme di discriminazione “soft” che, in Europa e nelle Americhe, finiscono per colpire chi annuncia e difende pubblicamente la famiglia, i nascituri e i più deboli, spesso attraverso pressioni culturali e vincoli ideologici che riducono lo spazio del dissenso legittimo.

Una chiarezza che interpella

Il discorso di Leone XIV si impone per chiarezza: nomina con precisione i nodi del presente e colpisce proprio perché non è costruito per piacere. Il Papa accetta il rischio del fraintendimento pur di non scivolare nell’ambiguità. La sua parola resta misurata, ma è ferma; è argomentata, ma anche diretta. In un tempo in cui spesso si scambia la prudenza per silenzio e il dialogo per rinuncia alla verità, questo testo appare come una presa di posizione culturale prima ancora che diplomatica: un modo di stare nello spazio pubblico senza edulcorare, senza arretrare, senza consegnare la realtà alle convenienze del momento.

Richiamando sant’Agostino, Leone XIV riporta la pace al suo nucleo essenziale: la tranquillitas ordinis, cioè un ordine giusto fondato su una verità che non dipende dall’arbitrio umano. Quando questo riferimento si perde, la politica si restringe a mera gestione del conflitto, il linguaggio scivola a strumento di potere, i diritti diventano costruzioni fragilie negoziabili. È una lezione scomoda, ma necessaria. Perché la chiarezza, come mostra questo discorso, non serve a dividere: serve a smascherare. E lo fa senza bisogno di alzare i toni. Non occorrono insulti, dileggi o aggressioni verbali - la cifra di non pochi leader contemporanei - per affermare una posizione. Leone XIV dimostra l’opposto: si può restare rispettosi dell’interlocutore senza rinunciare alla precisione delle parole, né alla fermezza dei contenuti. Questo intervento conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che il Pontefice parla con nitidezza e prende posizione senza esitazioni. Chi sostiene il contrario, più che offrire un’analisi, rivela un limite: non sta davvero ascoltando.

d.M.B.
Silere non possum