Quando le ondate di calore stringono d'assedio le città europee, milioni di persone accendono lo stesso, identico dispositivo per salvarsi: il condizionatore. È un gesto che protegge la salute - e in molti casi salva la vita - ma che, moltiplicato per un'intera metropoli, produce un effetto collaterale tanto controintuitivo quanto documentato. L'aria fresca che esce dentro casa esiste solo perché un'equivalente quantità di calore viene espulsa fuori, in strada. E quel calore, a livello urbano, non sparisce: si somma a quello di tutti gli altri impianti, alimentando l'effetto noto come "isola di calore urbana" e rendendo le notti cittadine ancora più torride. Più si accende il condizionatore, più la città si scalda; più la città si scalda, più si accende il condizionatore.

Cosa dice la scienza: il calore di scarto va da qualche parte

Un condizionatore non "crea" freddo: sposta calore dall'interno all'esterno, aggiungendovi anche il calore prodotto dal proprio motore. È il fenomeno del waste heat, il calore di scarto antropogenico. La domanda che i climatologi urbani si pongono da anni è quanto, concretamente, questo flusso riscaldi l'aria delle strade.

La risposta arriva da uno studio dell'Arizona State University firmato da Francisco Salamanca e colleghi, pubblicato nel 2014 sul Journal of Geophysical Research: Atmospheres. Simulando dieci giorni di canicola nell'area metropolitana di Phoenix, i ricercatori hanno scoperto un dato sorprendente: di giorno l'effetto del calore espulso dai condizionatori sulla temperatura al suolo è quasi trascurabile, nonostante sia proprio nelle ore diurne che gli impianti rilasciano la maggior quantità di calore. Di notte, invece, lo scenario cambia radicalmente: il calore di scarto faceva salire la temperatura media dell'aria di oltre 1 °C in alcune zone urbane.

Perché? Il motivo è meteorologico. Di notte lo strato limite atmosferico - la "cupola" d'aria a contatto con la superficie urbana - è molto più basso e stabile che di giorno. Lo stesso flusso di calore, intrappolato in un volume d'aria più sottile, produce un riscaldamento proporzionalmente maggiore. È esattamente nelle ore in cui il corpo umano avrebbe più bisogno di refrigerio notturno che i condizionatori contribuiscono a negarlo.

A conclusioni analoghe era già giunto un gruppo franco-europeo guidato da Brice Tremeac e Cécile de Munck, che tra il 2012 e il 2013, su Applied Energy e sull'International Journal of Climatology, aveva modellato l'impatto del condizionamento su Parigi durante l'ondata di calore mortale dell'agosto 2003. I risultati: con il parco impianti dell'epoca, le strade si scaldavano di circa 0,5 °C; convertendo tutto il calore in calore "secco" (sensibile) rilasciato in aria, l'aumento saliva a 1 °C; e nello scenario di un raddoppio della potenza installata - la traiettoria verso cui l'Europa si sta muovendo - l'incremento medio raggiungeva i 2 °C, con punte locali fino a 3 °C nei punti di maggiore concentrazione degli impianti. Anche qui, l'effetto era più marcato di notte che di giorno.

Una terza conferma, più vicina al contesto nordeuropeo, viene da una ricerca su Berlino pubblicata nel 2020 su International Journal of Environmental Research and Public Health: il calore espulso dai condizionatori aumentava la temperatura dell'aria vicino al suolo, di nuovo soprattutto nelle ore notturne. Lo studio aggiungeva un dettaglio pratico non banale: le unità esterne installate a parete riscaldavano la strada più di quelle posizionate sui tetti, dove il calore si disperde più facilmente verso l'alto.

Il circolo vizioso e il conto delle emissioni

Il problema non si esaurisce nel microclima della singola via. Tutti questi studi convergono su un punto: il condizionamento di massa innesca un feedback che si autoalimenta. L'aria esterna più calda obbliga gli impianti a lavorare di più, consumando più elettricità ed espellendo più calore, che a sua volta scalda ancora l'aria. Lo stesso Salamanca osservava che durante le ondate di calore il condizionamento può arrivare ad assorbire oltre il 50% dell'elettricità consumata in città.

A questo si aggiunge la dimensione climatica globale, che è la più pesante sul lungo periodo. Secondo il rapporto The Future of Cooling dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA, 2018), il raffrescamento rappresenta già circa un quinto dei consumi elettrici degli edifici nel mondo, pari a circa il 10% di tutta l'elettricità consumata sul pianeta. Il parco mondiale di condizionatori, stimato in 1,6 miliardi di unità, è destinato a raggiungere i 5,6 miliardi entro il 2050 - l'equivalente di dieci nuovi apparecchi venduti ogni secondo per trent'anni - facendo triplicare la domanda energetica del settore. Finché questa elettricità sarà prodotta anche con fonti fossili, ogni ora di condizionamento si traduce in emissioni di CO₂ che alimentano il riscaldamento di fondo.

C'è poi una seconda fonte di gas serra spesso ignorata: i refrigeranti. Molti impianti usano idrofluorocarburi (HFC), gas dal potenziale di riscaldamento globale fino a migliaia di volte superiore a quello dell'anidride carbonica, che vengono dispersi soprattutto a causa di perdite, manutenzione scorretta o smaltimento improprio. Secondo le stime delle Nazioni Unite, entro il 2050 il complesso del raffrescamento potrebbe arrivare a pesare per circa il 10% delle emissioni globali di gas serra.

Allora il condizionatore è un nemico?

Durante le ondate di calore il condizionamento riduce la mortalità: è una misura di salute pubblica, non un capriccio, e l'accesso al fresco resta drammaticamente diseguale (nei Paesi più caldi del mondo solo l'8% delle persone ne dispone, contro oltre il 90% delle famiglie di Stati Uniti e Giappone). Il problema non è il singolo apparecchio, ma l'uso collettivo, inefficiente e non pianificato. Le soluzioni indicate dalla ricerca puntano tutte nella stessa direzione: standard di efficienza più severi - che secondo l'IEA potrebbero dimezzare la domanda energetica per il raffrescamento - refrigeranti a basso impatto, recupero del calore di scarto (per esempio per scaldare l'acqua sanitaria, come proponeva lo studio di Phoenix), posizionamento delle unità sui tetti anziché a parete, reti di teleraffrescamento centralizzato, e soprattutto interventi sulla città stessa: tetti chiari e riflettenti, alberature, infrastrutture verdi e progettazione passiva degli edifici, che riducono il bisogno di accendere l'impianto prima ancora di doverlo rendere più efficiente.
Il condizionatore, in sostanza, rinfresca chi sta dentro e scalda chi sta fuori. Trasformare questo paradosso in un sistema sostenibile - anziché in un circolo vizioso - è una delle decisioni urbanistiche più sottovalutate del nostro tempo.

Francesco L.
Silere non possum

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